martedì 9 settembre 2014

Il Mago

``Bloody Hell!'' strillò il pilota.
Era il 24 Maggio del 1943 quando quattro delle sedici eliche di un B52 \emph{Flying Fortress} americano tritarono con un suono grottesco il corpo di un mago sopra i cieli di Berlino.
Mentre i brandelli svolazzanti del mago fluttuando lungo linee troppo perfette per essere opera del vento si spingevano ancora più in alto tra le nubi, invece che cadere, il pilota che aveva urlato tentò un'improvvisa picchiata nel tentativo di schivare i resti di un aereo appena abbattuto che si avvitavano fumanti proprio in direzione della fusoliera del bombardiere. I motori ruggirono e le ali scricchiolarono mentre tutti gli alettoni scattavano in direzioni confuse per imprimere al corpo di ferro del B52 la torsione richiesta alla picchiata, ma la maestria del pilota non era stata sufficiente e presto i rottami di un nuovo aereo si aggiunsero a tutto quel precipitare.

Nel mentre anche gli ultimi pezzettini del mago si andavano ricucendo al resto del corpo, che osservava a braccia conserte e senza apparire minimamente turbato lo svolgimento della battaglia sottostante. Fluttuando senza tremito o sussurro, avvolto in una larga, comoda veste porpora Gimbalacanto il mago sospirò la sua sventura.

Appena pochi istanti prima si trovava nel cuore del suo mondo: il ma\-sto\-don\-ti\-co Palazzo dei Sei Misteri, costruito da Alamar il Vecchio e esteso da Kraudisvér il Giovane, poi distrutto da Rivembrodd il Cantore e ricalpestato da Or il Prepotente, ricostruito da Hilvamestre III il Povero e aridistrutto da Combambèrd il Senzanome, che poi, preso da sensi di colpa, l'aveva aricostruito precisamente com'era prima. A dirla tutta, non si trovava nel palazzo per una visita di piacere o per sbrigare una delle solite noie burocratiche del suo mondo d'intelletto e intrighi, ma si trovava lì per presenziare ad un processo, comodamente seduto sul trono dell'imputato.

I processi al Palazzo dei Sei Misteri non duravano mai molto: se eri lì voleva dire che l'avevi fatta grossa, e che tutti già sapevano ed erano certi di cosa, come, quando e perché avevi fatto ciò che avevi fatto anziché fare qualcosa di più costruttivo. Infatti, appena si fu seduto sul trono, studiato appositamente per non essere né troppo comodo, né troppo scomodo, il Sommo Custode dei Trecentododici Sigilli che era oltretutto suo padre già pronunciava le ultime sillabe della sentenza, che coincidevano come spesso accade con le prime: ``Sei esiliato.''

Poi, più veloce del sospiro di una falena morente, senza che suo padre dovesse nemmeno spostare un ciglio, un incantesimo più forte di quanto lui avesse mai sperimentato l'aveva scaraventato fuori dal suo mondo, in un posto a caso dell'infinito multiverso.

Gimbalacanto, osservando la sua mano nuovamente intera, si domandò che senso potesse avere il caso di fronte all'infinito. Due grandi stranezze matematiche a confronto.

Essere tritato dalle pale di un turboelica non gli aveva provocato alcun dolore percettibile, ma un briciolo del suo inconscio si eresse pigramente nell'accorgersi di un grosso caccia della Luftwaffe che si avvicinava alle sue spalle, e risalendo per le canne delle mitragliatrici premette dolcemente sul retro di uno dei proiettili nella cintura di ricarica, facendolo esplodere. L'aereo saltò con un rumore soffuso, lanciando ovunque una nebbia di schegge e fumastro nero.

Sotto di lui infuriava l'inferno, ma sopra di lui, molto oltre la quota di volo dei bombardieri, il cielo era uno specchio di serenità. Seguendo quel lembo d'inconscio che molte volte aveva guidato le sue azioni, anche se non sempre per il meglio, Gimbalacanto si lasciò fluttuare verso le profondità celesti, sempre più assorto nella sua meditazione.

Appena ebbe finito di dimostrare l'ovvia assurdità dell'ultima congettura di Goldbach, senza tuttavia avere la benché minima idea del nome del terrestre che l'aveva formulata, Gimbalacanto sbadigliò. Dal nulla apparvero una gigantesca amaca di fili d'oro intrecciati e un gigantesco parasole diamantato, che si conficcò in una nuvola di passaggio e lì rimase, docile al suo padrone. Un tavolino di cristallo, sormontato da un bicchiere di limonata, si materializzò in silenzio accanto all'amaca, e quattro fanciulle nude, dalla pelle argentata, lo presero per mano e accompagnarono a sdraiarsi. Massaggiandogli le tempie, i piedi e le spalle, quei quattro filamenti di paradiso lo fecero addormentare profondamente.

Sull'ormai lontano mondo da cui il mago veniva, ci si svegliava solo quando ce n'era bisogno. E dato che raramente c'era bisogno di qualcosa, perlopiù si dormiva tutti, sempre. Quindi, cullato e rinfrescato, Gimbalacanto senza nemmeno rendersene conto dormì tre secoli e mezzo.

Quando si svegliò, più per pigrizia che per reale necessità, si rese subito conto che il suo risveglio era atteso. Aveva appena messo giù i piedi dall'ama\-ca, quando sette quadrotteri si sollevarono da diversi punti attorno a Nuova Berlino e gli svolazzarono incontro come altrettante zanzare. Con un elementare incantesimo apprese dal mondo quanto c'era da sapere e scoprì che, durante il suo sonnellino, gli abitanti di quel pianeta si erano accorti della sua esistenza e avevano tentato di svegliarlo e di studiarlo in vari modi, ma perlopiù senza successo. Alla fine molti di loro avevano riconosciuto il suo stato di divinità, o perlomeno di superiorità, e avevano finito per fondare un culto e venerarlo. I loro sacerdoti, più alcuni funzionari governativi, erano appunto diretti verso di lui coi quadrotteri proprio in quel momento.

Annoiato come sempre, Gimbalacanto spostò un mignolo e si teletraspor\-tò molto indietro nel tempo, quando la terra non era che un ammasso di terriccio fumante, scosso da terremoti ed eruzioni, e la vita sulla sua superficie si limitava ad un pugno di procarioti dall'aria ancora più annoiata della sua.

Lì, Gimbalacanto finalmente posò i piedi sul terreno. Avrebbe potuto andare altrove, o in un altro tempo, ma ai suoi occhi ciò avrebbe costituito uno sforzo inutile. Invece, sedette e pensò.

Pensa e ripensa, non gli venne nulla di meglio da fare che non rendere l'ambiente a lui circostante un po' più amichevole. Come prima cosa, un po' d'ossigeno. Perfino a lui, di quando in quando, non schifava respirare. Quindi con uno schiocco di indice e pollice fece sbocciare attorno a sé per un raggio di chilometri milioni e milioni di germogli delle piante più disparate, che crescendo a velocità soprannaturale riempirono presto di fruscii e profumi quel deserto desolato. Poi Gimbalacanto evocò la sua amaca d'oro e il tavolino di cristallo, ma stavolta si concesse un sottile calice di liquore speziato al posto della solita limonata.

Presto apparvero anche le sue damigelle, e tra un massaggio e un sonnellino trascorsero qualche centinaio di migliaia d'anni.

Un mattino molto lontano, in una pianura tanto diversa da quella che abbiamo prima descritto, e che pure era proprio la stessa, Gimbalacanto si svegliò sospirando scocciato. Il suo inquieto lembo d'inconscio si agitava nel sonno, e lo turbava leggermente.

Scuotendo i capelli della rugiada della lussureggiante foresta che lo circondava, Gimbalacanto si alzò dall'amaca e prese per mano due delle fanciulle argentate che instancabilmente gli avevano tenuto compagnia per i millenni. Distrattamente le guardò in volto, e si rese conto che si assomigliavano tutte. E oltre ad assomigliare tra loro, assomigliavano a lui. C'era poco da stupirsi, dato che in quanto a perfezione c'erano pochi modelli più adatti di lui, specialmente se l'era geologica di riferimento è il pleistocene. Ma la cosa sul momento non gli piacque, quindi distogliendo lo sguardo cancellò loro i connotati, rendendo i loro volti lisci e argentei come dei calici. A due passi da dove era solito evocare la sua amaca, sorgeva un inutilmente enorme e lussuoso palazzo che nella noia dei secoli aveva eretto e curato in ogni minimo dettaglio, nonché popolato di una miriade di servitori e compagni di noia e solitudine. Schiere di damigelle si avvicendavano su e giù per i piani del palazzo, perlopiù senza un motivo ma spesso portando piccoli oggetti o grandi biglie di vetro rosso.

E tutte, tutte loro, avevano all'incirca il volto del mago. Con un altro sguardo, stavolta più stizzito, Gimbalacanto cancellò i connotati a tutti gli abitanti del palazzo, forse più turbato dal suo turbamento in sé, che non dalla ragione del suo turbamento. All'inizio aveva provato a dar loro dei nomi, ma poi le sue servitrici e i suoi servitori erano diventati così tanti che perfino la sua mente superiore faticava a trovare un motivo per cui affaticare la fantasia nel dare un nuovo nome a tutti. Quindi, l'appellativo universale era diventato ``ehi, tu!'' o ancora meglio un comando mentale.

Spostando un sopracciglio si teletrasportò a una delle torri, dove statuario ed immutabile l'aspettava da cinquecentotrentadue anni Garottafaulo, uno dei suoi servitori più antichi, che era stato creato per un solo scopo: divertire Gimbalacanto con il gioco degli scacchi.

Gimbalacanto si era reso conto, molto tempo prima, di stare cadendo in un paradosso che gli umani avrebbero scoperto circa un milione d'anni dopo, quando aveva cercato di creare uno scacchista che potesse competere con lui. Ghignando malignamente nell'urtare contro i limiti del suo potere, il mago aveva dovuto affrontare la realtà: non poteva creare nulla di migliore di sé stesso.

Avesse potuto, anche solo di un pochino, avrebbe creato un Gimbalacanto migliore che poi avrebbe ripetuto lo stesso procedimento più o meno all'infinito.

Quindi Garottafaulo si era rivelato all'incirca un fallimento: lo umiliava senza la minima difficoltà. E dietro al suo sorriso argenteo e compiacente, quando ancora aveva dei connotati, si nascondeva il sorriso del suo creatore.

Ciononostante spesso dopo i suoi sonnellini Gimbalacanto gli faceva ancora visita, diminuendo talvolta i propri istinti in modo temporaneo e artificiale, per far finta anche se solo per qualche mezzogiorno che il gioco fosse più divertente e difficile di quanto non gli sarebbe stato in realtà. Quel mattino, complice la sensazione di fastidio che gli prudeva per l'animo, il mago ebbe la tentazione di spingersi oltre. Mentre massacrava gli alfieri di Garottafaulo senza nemmeno guardare la scacchiera (né del resto toccarla) e senza concedere neanche un pedone, pensò a come sarebbe stato privarsi di una fetta più o meno rilevante dei suoi poteri per un certo tempo.

L'idea lo solleticò per tutti i ventotto secondi che gli occorsero per raggiungere l'inevitabile scacco matto, e continuò a solleticarlo per ancora qualche minuto, finché non si decise che se l'idea che aveva avuto nel sonno si fosse rivelata un fallimento, avrebbe tentato questa estrema follia.

In sogno, un essere mascherato da Gimbalacanto e con voce di Gimbalacanto aveva conversato con lui a lungo, come spesso succedeva. E si erano detti un po' di tutto, ma principalmente avevano parlato di questa angosciosa noia che assediava il mago nei suoi pensieri diurni e notturni.

Il Gimbalacanto mascherato, chiamiamolo così perché poi le cose si sarebbero fatte più complesse, aveva detto: ``cosa ti angoscia, Gimby?''

``Non mi chiamare così, lo sai che lo odio.'' aveva risposto Gimbalacanto.

``Lo so che lo odi, hai incenerito tua madre ben sette volte perché ti chiamava a nomignoli...''

Glissando vistosamente, Gimbalacanto tossicchiò e rispose alla domanda di poco prima: ``La noia. Tutto è troppo facile, il mondo è ai miei piedi, eppure non riesco a rilassarmi.''

``Forse prima di un goduto riposo ci va una gran faticaccia'', disse il mago mascherato estraendo una lunga pipa porpora come il suo vestito.

``E come si può faticare?''

``Ah, questo s'impara provandoci.''

``Provando a far cosa?'' domandò Gimbalacanto, che in realtà già sapeva la risposta.

``A fare qualcosa di faticoso. Ciascuno ha le sue fatiche, e la tua è trovar qualcosa che ti affatichi. Non è paradossale?''

``Ma non è faticoso, è solo frustrante.''

``E la frustrazione non stanca?''

``No: stufa.''

``Guarda me: non ti frustro forse spesso?''

``Sì, e infatti non mi stanchi e la metà dei miei sogni finisce con io che ti incenerisco, per poi passare a sogni migliori.''

``L'ultima volta mi hai strozzato con del letame, se non ricordo male.''

``Oh sì, in sogno non mi spreco a reprimere i miei istinti nefandi.''

``Perché in veglia lo fai? Non è troppo... stancante?''

Gimbalacanto lanciò al Gimbalacanto mascherato uno sguardo sottile, che puzzava di cenere, quindi il mascherato smise di fare occhiolini e si ricompose.

Poi il mascherato disse: ``Oh! Guarda! Una stella cad-'' e fu interrotto da una vampata di fiamme che lo abbrustolì da cima a piedi.

Osservando le sue ceneri vetrose spargersi sulle pareti dell'edificio onirico, Gimbalacanto sospirò e sollevando un lembo di sogno vi saltò dietro, in cerca di cose più avvincenti su cui sprecare il suo immenso inconscio. Ma balzando di sogno in sogno si trovava lì sempre più spesso il suo alter ego mascherato, tanto che alla fine, poco prima di incenerirlo per la dodicesima volta (e solo di quel sonnellino), pretese che si sollevasse la maschera per fargli vedere chi ci fosse sotto. E con sua curiosa sorpresa, vide che dietro la maschera si celava precisamente Gimbalacanto.

``Scusa, ma a cosa serve una maschera se non ti maschera da qualcun altro? Immagina due persone che vanno in giro e ti vedono: una dice `oh guarda! C'è Gimbalacanto!' ma l'altra, vedendo che porti una maschera e riconoscendoti ciononostante, corregge il primo e dice: `mannò, ti stai sbagliando! È Gimbalacanto! Non vedi quel brufolo sotto l'occhio destro?'''

``Ho un brufolo?'' Chiese Gimbalacanto toccandosi la guancia.

Ma il Gimbalacanto mascherato proseguì: ```Massì, lo vedo benissimo il brufolo, e ti sto appunto dicendo che di Gimbalacanto si tratta!' ma il secondo interlocutore, non contento, a questo punto ribatterebbe immancabilmente: `Ma il brufolo che vedi tu è sulla maschera, non sul viso, e per questo il brufolo non è di Gimbalacanto e non è una prova valida delle tue fesserie.' Quindi la conversazione degenererebbe in rissa e tu avresti sulla coscienza una bella amicizia infranta.'' Il mago mascherato concluse così la sua tirata, facendo finta di tirare su il naso.

Gimbalacanto l'incenerì un'altra volta, anche se in fondo era divertito. Poi disse: ``un'amicizia così fragile non vale nemmeno la pena di cercarla.'' Appena dopo, si era reso conto di aver incenerito il vero Gimbalacanto, e d'avere ancora in mano la maschera che si era appena tolto. Storcendo la bocca, gettò via la maschera e alzò le spalle.

Un paio di sogni più in là il mago mascherato, chissà chi era, l'aspettava nuovamente, ma quando lo raggiunse ebbe solo il tempo di dire: ``E pensa poi, che disastro succederebbe se l'uomo indossasse \emph{due} maschere una sopra l'altra!''

Il mago, soffiandosi via dal vestito porpora una manciata di ceneri, riconobbe che sarebbe stato un bel pasticcio di retorica.

La complicazione fine a sé stessa tuttavia l'annoiava più di ogni altra cosa, quindi Gimbalacanto aveva finito col decidere di svegliarsi.

Tra un dialogo con l'uomo mascherato e l'altro, aveva tuttavia avuto modo di far sogni un poco più interessanti. Un sogno premonitore a lunga gittata lo aveva informato ad esempio che in un futuro lontano ci sarebbero state macchine parlanti, macchine semoventi e perfino macchine pensanti. Nel suo mondo non c'era bisogno di tutto ciò, ovviamente, ma forse sarebbe stata una cosa interessante da osservare, o forse perfino quel tanto complicata da tenerlo impegnato a studiarla per qualche millennio, se solo si fosse rivelata degna di tale sforzo, cosa che a Gimbalacanto riusciva incredibilmente difficile da sperare.

Con queste cose in mente, Gimbalacanto ignorò il commento di Ga\-rot\-ta\-fau\-lo sulla sua ovviamente splendida partita di scacchi e gli voltò le spalle, guardan\-do fuori da una finestra della torre. Lontano, verso Ovest, si agitavano alcuni enormi animali dal cervello ridicolmente piccolo, che un giorno sarebbero stati noti come dinosauri.

Elementare per lui a concepirsi, senza la sua opera di creazione quel pianeta avrebbe dovuto attendere qualche milione d'anni in più prima di vedere qualcosa di più di sabbia, sassi e vapori d'ammoniaca. Ora, con un minuscolo fruscio della sua bacchetta d'avorio giallo, Gimbalacanto schizzò in un futuro terribilmente distante ad osservare le conseguenze sul lungo periodo delle sue azioni preistoriche.

Con un certo fastidio, si rese conto d'aver mirato troppo in là. Il sogno che aveva fatto gli aveva parlato di un futuro distante circa settecentomila anni. E dato che Gimbalacanto voleva cose il più distanti e difficili possibile, aveva deciso di andare verso gli ottocentomila. Ma, come si rese conto in quell'istante, l'umanità non avrebbe vissuto tanto a lungo, e non rimaneva nemmeno un briciolo della loro tecnologia da osservare.

Quindi, riavvolgendo il tempo filo dopo filo, Gimbalacanto raggiunse finalmente il momento in cui la Terra esisteva ancora, prima d'essere fatta esplodere da una serie di sfortunate detonazioni sotterranee causate, inspiegabilmente, dai suoi abitanti più evoluti, anche se solo in quanto a quoziente di encefalizzazione. ``Ma che stupide galline,'' commentò storcendo la bocca, svolazzando sul teatro di una delle esplosioni e osservando a ritroso quegli ultimi istanti di vita umana, senza scorgervi un briciolo di dignità.

Gimbalacanto quindi pensò che se un tale caos era stato possibile, dovevano senz'altro esserci state delle ragioni. Escogitò quindi un elementare incantesimo che avrebbe snodato per lui le trame dei legami causali che avevano condotto a quegli esiti così catastrofici per la specie umana e per il suolo che avevano abitato per meno di quattrocentomila anni.

Sulle prime, il mago non capì dove il suo incantesimo l'aveva portato. Si trovava esattamente nel punto e nel momento in cui gli eventi avevano preso inevitabilmente la piega che avrebbe condotto il pianeta Terra alla distruzione. Ma Gimbalacanto si guardò intorno, e non vide nulla. Si trovava in uno spazio profondo e nero, senza stelle e senza ombra di materia. Avvolto da una bolla di respiri magici e essenze paradisiache, Gimbalacanto assaporò il silenzio. Dopo tutti quei frastuoni umani, un po' di pace era quello che ci voleva.

Già gli prudeva l'inconscio e saliva la tentazione di evocare l'amaca, quando accadde il finimondo, o meglio l'esatto opposto. Un'esplosione cataclismica disperse Gimbalacanto ai novantanove angoli di tutte le galassie che ancora non c'erano, e nell'attimo stesso del crearsi delle forze primordiali di cui è fatto l'universo lui si trovò, sbuffando, ancora una volta un po' frammentato.

Le distanze si erano allungate a dismisura durante quei pochi istanti, quindi ci vollero sedici miliardi di anni e mezzo perché tutti i bosoni e i neutrini e i mesoni che una volta avevano composto lui e il suo abito purpureo si trovassero l'un l'altro e decidessero di comune accordo di legarsi nuovamente, più per noia e mancanza di meglio da fare che non per entusiasmo o senso del dovere. Quando il procedimento finì e Gimbalacanto riaprì gli occhi, si rese conto che i suoi atomi si erano ricomposti ancora una volta sul pianeta Terra.

Maledicendo senza troppo lasciarlo a vedere suo padre e tutta la sua razza per l'esilio cui l'avevano condannato, Gimbalacanto si drizzò in piedi e si guardò attorno: era di nuovo il 24 Maggio del 1943, e una grossa bomba americana gli era appena caduta a qualche metro di distanza. Percependo con la coda dell'occhio la sua stessa sagoma qualche migliaio di metri più in alto, che volava leggera e spensierata per i cieli di Berlino, Gimbalacanto imprecò e si sparpagliò nuovamente, anche se certo in pezzi meno fini e meno distanti dell'ultima volta.

Quando si fu ricomposto, in un vicolo piuttosto malmesso a poche decine di metri da dov'era caduta la bomba, come primo gesto decise di infilare trentun piccioni terrorizzati nell'abitacolo del B52 che gli aveva smollato lì quella bomba, e come secondo gesto, dato che le vendette lo annoiavano, ma se erano fatte in serie gli davano un po' di soddisfazione, trasformò in coltivazioni di marijuana tutti e trentadue i bunker americani dove i bombardieri andavano a rifornirsi. Avrebbe dato un bel grattacapo a qualcuno, da qualche parte.

Ma, appoggiandosi ad un muricciolo scrostato dall'aria instabile, si rese conto che tutti i suoi problemi restavano irrisolti. La fine del mondo era troppo irrimediabile per essere risolta con poco sforzo e poca noia, mentre l'inizio del mondo durava troppo poco perfino per potervi stendere un'amaca.
Quindi Gimbalacanto tornò nella preistoria e giocò a scacchi con Garottafaulo e sonnecchiò per circa duecentomila anni ancora, prima che tutto quell'oziare gli venisse nuovamente a noia. Fu allora che gli venne in mente, come ultimo tentativo prima di ricorrere all'estrema soluzione di privarsi dei suoi poteri per poter soffrire le miserie del mondo.

Tutti giocavano a Dio sul mondo da cui veniva. Ogni bambino aveva almeno un centinaio di mondi più o meno strutturati e complessi in cui miriadi di forme di vita si agitavano e sguazzavano e vivevano più o meno allegramente. Lui stesso aveva creato alla sola età di sei giorni un piccolo planetoide acquoso che sua madre aveva trasformato in un vaso da fiori perché gli faceva ombra in soggiorno. Quella era stata la prima volta che la inceneriva, e si rese conto che gli dava un'enorme soddisfazione. Poi suo padre lo picchiò, ma questa è un'altra storia.

Giocare a Dio aveva i suoi fascini e i suoi difetti, ma solitamente, se non ci si sprecava nei dettagli e si faceva fare il grosso alle forze naturali, una partita ben fatta poteva tenere impegnati per millenni.

E così fu. Ma quando anche il cinquantatreesimo pianeta si fu spento, raffreddato dall'interno, e le sue popolazioni stanche e annoiate più del suo padrone si furono estinte immancabilmente per cause endogene (e avevano tutte, inspiegabilmente, il suo volto (con tanto di brufolo)), Gimbalacanto capì che l'ultima soluzione che gli rimaneva era rinunciare ai suoi poteri. Senza sprecare troppo tempo a decidere se il sacrificio doveva essere permanente o temporaneo, parziale o totale, Gimbalacanto sfidò il fato e lanciò un dado a cinquantasette facce creato per l'occasione, che decise per lui e a sua insaputa un miscuglio di una decina di parametri che avrebbero determinato per lui tutto ciò che non voleva decidere da sé.

Anche perché, pensò, sapere il meno possibile era una delle parti più promettenti del gioco.

Appena il dado si fu fermato, a poche dita dalla sua mano, al centro del tavolo di legno, il mondo svanì e si ricompose velocemente, in un ordine un po' sparso. Il cielo sembrava sgombro, o almeno non c'erano bombardieri in vista, la terra era soffice e il sole splendeva. Anche troppo: Gimbalacanto scoprì il caldo.

Incrociò le braccia e indossando il suo peggior cipiglio, tentò di imporsi di non sudare. Ma più si sforzava, più gli sembrava di faticare, ragion per cui dopo cinque minuti si scocciò e balzò all'ombra di una quercia un po' smilza, concedendosi un'occhiata al territorio circostante.

``Una cosa è certa: omeostasi termica, compromessa.''

Tentò il trucco dell'evocazione dell'amaca, ma nemmeno quello funzionò. Poi Gimbalacanto si morse il labbro, e disse ``ti prego, fa' che almeno...'' e schioccò le dita, ma nessuna damigella argentea si materializzò ai suoi piedi scalzi. ``Coraggio'', si disse allora, aggiungendo poi qualche imprecazione silenziosa, ``anche questo fa parte del gioco.''

Facendo i suoi primi passi terrestri, che erano anche tra i primi passi in generale che muoveva, barcollando come una papera zoppa si diresse verso un gruppo di case, palazzi e grattaceli il cui aroma appestava anche quella specie di campagna in cui il suo incantesimo l'aveva precipitato.

Dopo circa due ore di sudata e camminata a piedi scalzi nell'erba cocente sotto una rantolante cappa di calura fetida, il mago giunse alle prime case. Il passaggio dalla campagna alla città era una cesura netta e senza mezzi termini: erba verde, calcinacci neri. Alcuni timidi alberi storti tentavano la loro via sulle grondaie e tra le fessure delle piastrelle che si erano spinte troppo oltre, ma chiari segni di potature nonché spazzatura in gran numero a pacciamare con cura gli orli delle strade lasciavano intendere che la città non si sarebbe lasciata conquistare facilmente. Un gruppo di giovanotti dall'aria impavida si accorsero dell'arrivo di quello strano uomo vestito in ricchi abiti porpora dall'aria improvvisamente molto decadente, e subito si misero a ridere e strillare sguaiati, ostentando un'aria di superiorità che fece immediatamente imbestialire Gimbalacanto.

``Minchia oh ma guarda quello, sembra una tenda da cesso!'' disse il capoclan.

``Ma che cesso di tenda!'' rispose colui che palesemente era l'intellettuale del gruppo.

``Oh ma secondo voi ce li ha i soldi?''

``Ehi bello ma da dove cazzo esci tu, da un quadro di Aristòttele?''

``Ma quello non era un figosofo?''

``Macché filosofo'', rispose pronto l'intellettuale, ``quello smerciava più roba di Gigi e noi messi assieme.''

Gimbalacanto, rintronato dal frastuono, socchiuse gli occhi come a ritirarsi nel suo paradiso privato, che tuttavia trovò imprevedibilmente sbarrato. Si ritrovò dunque semiparalizzato, stabile al centro di un cauto accerchiamento da parte dei quattro malandrini.

``Se non vi strozzo con la vostra stessa diarrea...'' disse Gimbalacanto con voce solenne da grande sacerdote, con tanto di alzatina di occhi al cielo a pugni stretti.

``Ehi ma che lingua parla questo stronzo, è forse uscito da un film di Mary Pompinz?'' disse uno con la faccia da gorilla, e che per giunta si muoveva come tale.

``Parlo un dialetto di Grapatak'Cikumeternatafay, lurido zotico, ma mi abbasso anche a parlare il tuo volgare idioma se la situazione lo richiede quanto pare lo richieda, e sappi che in quanto a semantica siete messi molto peggio dei lumaconi viola di Cinfecea Faromaulica.''

Il gorilla, pur capendo una parola su cinque, non gradì il tono e gli ruppe il naso. Imprecando con sempre più vigore e strillando a squarciagola tutti gli incantesimi che conosceva (e non finivano più), Gimbalacanto si trovò suo malgrado soffocato da una calca di pugni, calci e gomitate che lo lasciò accartocciato contro un muro. Lo frugarono accuratamente e gli rubarono tutto ciò che gli sembrò avesse un valore, quindi ben poco, poi gli sputarono in testa e se ne andarono ridendo.

Il mago si mise a sedere e tirò un lungo sospiro. Se voleva sopravvivere e fare di questo viaggio un'esperienza fruttuosa, si disse, avrebbe dovuto sforzarsi un po' di più di confondersi con gli indigeni. Per cominciare, si promise di lavorare un po' sulle imprecazioni. In civiltà arretrate come quella, non era infrequente che si dovesse ricorrere ad anatemi verbali di una certa magnitudine per vedere riconosciuta la propria posizione sociale.

Dopo qualche minuto di insulti a un durissimo muro di cemento, che non parve sgretolarsi o tantomeno offendersi, Gimbalacanto s'alzò non senza uno sforzo e s'addentrò nella grande città. Individuato un nuovo gruppo di teppistelli, che stavano sfogando i loro primitivi istinti su di un paio di cuccioli di qualche botolo zingaro, il mago si diresse verso di loro con fare deciso, ma senza apparire più minaccioso del dovuto.

Sulle prime non sembrarono nemmeno accorgersi della sua presenza, poi uno di loro lo cominciò ad additare gridando agitato ai suoi amici, e tutti smisero di importunare i cani nel veder arrivare una preda dall'apparenza ancor più succulenta. Prima che avessero il tempo di estrarre i serramanici, lui tese le mani in avanti e disse ``altolà terrestri.''

Ci furono un paio di istanti di silenzio, tutti si fermarono come paralizzati, guardandosi a vicenda. Poi, come a rompere un momento molto imbarazzante, il mago disse ``penso che sapreste apprezzare una sfida d'insulti, insulsi vermicelli mangiamerda.''

Uno di loro spalancò la bocca, una bambina poco lontano rideva a crepapelle. Ad una vecchia di passaggio, due vie più in là, cadde il bastone, e un uomo a sei isolati di distanza fu tirato sotto da un filobus d'ultima generazione.

Poi i ragazzi si distribuirono su due ale al centro della strada, come a sottolineare la solennità del momento, mentre l'intellettuale del gruppo, una specie di orango dall'aria massiccia e dalle spalle cadenti, prendeva posto a dieci passi di fronte a Gimbalacanto.

``Fai occhio, pervertito, una battuta scorretta e ti apro le budella, ci piscio dentro e le richiudo.''

``Definisci `battuta scorretta', coprocefalo turbodiarreico.''

Si udirono bisbigli dall'ala sinistra: la tensione era palpabile.

``Scorretta,'' disse l'orango senza scomporsi, ``, solo per farti un esempio, è una battuta che insulta quella gran troiazza a pedali che è tua mamma.''

``Capisco, scrotomummico di un incrocio mammifero. Per essere un primate ti esprimi piuttosto male.''

``Senti, specie di mollusco stronzoide, vieni qui per sfidarci a insulti e poi dici parole che nemmeno tu sai cosa vogliono dire. Tua mamma lo succhia per forza.''

``Dato che continui ad insultarla, devo suonare il gong e informare il tuo ridotto encefalo mammifero che mia madre non esiste, giacché io nacqui per desiderio congiunto di una figura paterna e materna, e non già, come invece è probabilmente accaduto nel tuo caso, per un maldestro errore.''

Qualcuno gridò entusiasta: ``questa l'ho capita! Quasi tutta!'' poi cadde il silenzio.
Il gorilla, già in difficoltà nella vita, lo sembrava ancor di più in quella circostanza. Qualcuno rise.

``Tua mamma lo succhia.'' Disse il gorilla come a terminare di dimostrare un teorema. ``È metamatematico.''

``Oooh,'' fece il mago fingendo stupore, ``scommetto che te l'ha insegnato il fidanzato che aggiungendo `meta' di fronte a qualche parola a caso viene fuori qualcosa di furbo e colto, non è vero: allora deciframi questo, cisterna di sciacquardona equina: il metacontenuto di questa mia metafrase è che tu sei metà scemo, e metà anche.''

``Oh!'' esclamò un passante intimidito, ``un gioco di parole!''

``Proprio così'' confermò Gimbalacanto, per sottolineare il silenzio che sottolineava la sua ultima frase.

Dato che il gorilla esitava, il mago riprese: ``E se la tua carenza di neuroni o di neurotrasmettitori t'impedisse di ragionare oltre, ramo morto della condannata evoluzione terrestre, ti dovresti comunque pure sucare questo periodo ipotetico.''

Qualcuno rise, ma il gorilla gli mollò un cartone nello stomaco e se ne andò, ferito nell'orgoglio. Un leccalecca cadde a qualcuno dei presenti, e al terzo piano di una casa che si affacciava su quella strada, una ragazza bellissima con degli occhiali tondi d'oro osservava la scena senza parlare.

In capo a due settimane Gimbalacanto si era fatto una (pessima) reputazione e dirigeva col pugno di ferro la malavita locale. La polizia sentiva voci sul suo conto di giorno in giorno più assurde e agghiaccianti, e divenne conosciuto ai giornali locali col soprannome de `Lo Zingaro', probabilmente per via dei suoi abiti sgargianti, di giorno in giorno più sdruciti. Si ostinava a non cambiarli perché nessun negozio pareva vendere mutande di amianto azzurro e canottiere di feltro di diamante. ``Che esseri sporchi e ripugnanti.''

Gimbalacanto era in una berlina scura a fare un giro del circondario con due suoi scagnozzi dall'aria tetra, quando vide camminare per la strada una donna che lo fece urlare: ``ferma!'' La macchina inchiodò e lui balzò sul marciapiede, osservandola allontanarsi. La sagoma era esattamente quella delle servitrici argentate che era solito evocare assieme alla sua amaca d'oro. In quell'istante il paradiso perduto gli cadde addosso. Il mago chiuse gli occhi e pianse, i suoi scagnozzi che lo caricavano in macchina sapendo che nessuno avrebbe dovuto vederlo così. Prima di partire cavarono gli occhi a tutti i piccioni che riuscirono ad acchiappare, ovvero uno e mezzo.

Lo portarono in una stanza del quartier generale, dove Gimbalacanto stette e pianse, vivendo di pane e acqua, per sette giorni e mezzo.

Pianse la sua perduta onnipotenza, le sue damigelle e Garottafaulo, ma soprattutto l'amaca e i suoi sterminati palazzi di cristallo, vetro e granito. Il tempo trascorso, le ere sprecate su semplici giochi ripetitivi e noiosi, a creare pianeti e civiltà e vederli appassire come foglie gialle, tutto si allontanava ad una velocità spaventosa. La noia opprimente del passato non gli mancava, ovviamente, e non rimpiangeva la scelta che aveva fatto, e che aveva fatto consapevolmente, dal momento che il dado era truccato.

C'era qualcosa di infinitamente triste nell'essere una specie di dio in incognito, con i desideri, le memorie, le tentazioni di una creatura onnipotente e il corpo e le possibilità di un mortale qualunque. Continuava a disprezzare gli umani, la Terra e il frastuono sgraziato di quei posti cupi e solitari, ma pensò ``per disprezzare la merda bisogna essere un metro sopra, non sotto.''

Quindi, si fece portare due tacchini arrosto e si rasò, mentre uno sgherro lo informava degli ultimi sviluppi e lui si rendeva conto che non glie ne fregava proprio un cazzo.

Quella sera, con la scusa di una passeggiata solitaria, che in gergo stava per `vado a spaccare il culo nero di qualche senzatetto tanto per passare il tempo', Gimbalacanto telò, lasciando dietro di sé una cupa leggenda che aleggia tutt'oggi in certe periferie di quell'anonima città.

Il mago, vagando fuori dalle periferie in cerca di un posto dove saziare le sue brame, incappò come prima cosa in un centro commerciale. Lì, individuata una lunga cassiera bionda, tentò l'approccio cui ormai era abituato. Si sedette sul nastro trasportatore, mise un segnalino dietro il suo sedere, e attese il suo turno. Giunto alla cassiera, questa non trattenne un gridolino di sorpresa, forse più per l'assenza di un codice a barre che non per la presenza di un bel ragazzo vestito di porpora praticamente tra le sue braccia.

``Oh cielo, ma non mi sembva...'' Esordì lei incerta, spingendo la sedia indietro di un mezzo metro. Gimbalacanto intravide un bagliore di calze a rete, e di lì in poi fu una periferica erezione a condurre il dialogo. ``Ciao sorella, dove lo devo infilare il bancomat?''

La cassiera da bionda diventò paonazza, chiamò la sechiuriti e in due minuti Gimbalacanto, a braccia conserte e più scocciato che offeso, si trovò col culo nella polvere all'uscita del supermercato. Evidentemente, avrebbe dovuto raffinare nuovamente il suo turbolento temperamento: a quegli zotici più in centro non garbava un leggero accento delle periferie.

Ma lui era pur sempre un mago, anche se senza poteri, quindi non badò troppo a quell'inciviltà e proseguì per la sua strada verso il cuore della città.

Il suo secondo tentativo di procacciarsi un po' d'umana carne ebbe come teatro un ricco bar del centro. Entrò e si scontrò con una vista cui non era pronto: una trentina di barbogi in giacca e cravatta discutevano animatamente al bancone di cose che solo loro capivano e di cui probabilmente non fregava nulla a nessuno, nemmeno a loro. Le loro facce distorte dall'animosità della discussione, schizzavano birra e vino dovunque, col clangore della flottiglia di calici nella tempesta che faceva da sfondo a un surreale duello a colpi di macroeconomia e consulenza finanziaria. Gimbalacanto ebbe la sensazione di essere sollevato dai suoi piedi e sbattuto fuori dalla porta da cui era entrato, come da una potente folata di vento. Si tenne agli stipiti e resisté stoico.

Oltre a quel gruppo di pirati in cravatta, alcuni avventori sfidavano la marea nel bar `Da Giangi', e si trattava, in ordine sparso, di una coppia di vecchi sordi, cui vistosamente non fregava nulla di nulla men che il loro decaffeinato, un ragazzo con le orecchie coperte da vistose cuffie rosa e devastate da soverchianti brividi di un metallo grezzo e piuttosto volgare, una fanciulla in minigonna con tutta l'aria di una scaldaletto e una ragazza che, appesa alla cravatta del padre, cercava come poteva di resistere alla risacca.

``Wow.'' Disse, ma nessuno lo sentì. Un tipo dietro le sue spalle cominciò a spingerlo per entrare, e appena trovò un passaggio si lanciò nella tempesta con un tuffo a bomba.

Gimbalacanto decise di fare qualcosa, e ordinò un boccale di birra. Finita poco dopo di pianificare la sua strategia, parlando a voce molto alta dietro uno dei duellanti esclamò: ``i bond dei bund sono un'inculata, lo sanno tutti che il vertice del capitale non può coincidere con il picco della varianza tassativa familionucleare.''

La tempesta s'intensificò, mentre il malcapitato accusato ingiustamente d'aver detto quell'immane stronzata veniva freddato sul posto da multiple bordate di mitraglia e pallettoni, e qualche pugnalata. Gimbalacanto si spostò e ripeté la procedura:

``Razza di spazzacessi del sabato sera, non siete nemmeno degni di scrostare i piedi della mia scrivania di mogano: il premio di minoranza delle Gimble \& Gimble è fedele alla causa come un bracco in fregola, e il trend in ascesa delle borse non può continuare di questo passo.''

Fu come aver messo della dinamite in un peschereccio. Brandelli di budella fetenti cominciarono a volare dovunque e i calici di vino s'infransero, le sciabole tritavano aria e carne con un'inconfondibile sibilo metallico, facendosi strada verso il cuore del nemico.

Il gruppo s'era già dimezzato, otto corpi a terra. L'unica persona che, a giudicare dagli sguardi, sembrava star capendo ciò che stava succedendo, era la ragazza che ancora teneva la cravatta del padre. Il mago fu implacabile:

``Eh, ma se comprate e comprate il pacchetto non può che cadere, come insegna la borsa di Sbanghdad (Arabia Esaudita). E le vostre strategie da gommista faranno scoppiare la recessione, ve lo dico io, Madonna braccobalda.''

Forse fu la bestemmia, forse no, ma presto un economista planò in strada e fu investito da un motorino portapizze. Gli altri duellarono stancamente per ancora qualche minuto, poi raccolsero i caduti e si dileguarono con aria guardinga. Appena l'ultimo ebbe trascinato le membra fuori dalla porta, il barista, che aveva tutto l'aspetto di un lich a dieta, gli offrì un calice di champagne da 100 euro la bollicina. ``Grazie capo.''

Poi si rese conto che la figlia di uno degli economisti era rimasta lì, a guardarlo, con la cravatta insanguinata del padre in mano. Gli occhi spalancati e rigonfi d'ammirazione, trovò il coraggio di parlare e con voce timida gli disse:

``Ciao, io sono Sara, ho ventisei anni e quando vuoi te la do. Sì, sì, prendimi, sono tua, fa di me ciò che vuoi.''

Gimbalacanto lanciò uno sguardo al barista, che accennò al retro, poi prese in braccio la bella fanciulla, che continuava a dire cose del tipo ``Sì sì, palate di figa, proprio, no: secchiate.'' e a guardarlo con occhioni castani lucidi.

Il mago la schienò su un paio di barili di birra e, come per magia, lei era già nuda. ``Però!'' esclamò lui ``qualche trucchetto m'è rimasto.'' Lei lo sbracò e disse ``Oh sì, mostrami la tua \emph{Verga Della Luce +2}.''

Aleggiava una luce strana, verde spora-di-fungo, che cadeva a cascatelle da una serie di feritoie orizzontali che davano sul marciapiede poco distante. Assieme ai suoni dell'amore una sinfonia di scricchiolii e lamenti di ghiri rendevano il tutto caldo, ma cupo. Durante una momento di riassestamento Gimbalacanto vide che la ragazza aveva una scritta tatuata sul fianco, ma non gli riuscì di leggere gli strani caratteri gotico-runici che l'anguilla s'era già girata con un sorriso brillante, canzonando:``

Se è scritto in un codice
che tu non sai
ci sarà una ragione
e neanche questa saprai.




Nudi e coi piedi nella polvere, su una cassa di pane per sandwich, un paio d'ore dopo i due atleti stanchi sedettero. ``Gimbalacanto'' ponderò lei per un istante ``che nome strambo.''

Il mago si voltò per ribattere e lei, come per magia, improvvisamente era già vestita. O forse non s'era mai spogliata più di tanto. Gli sorrise e gli diede un bacio sulle labbra, poi si dileguò come una bella illusione.

``Merdaccia.'' Disse lui. Uscendo, domandò al barista: ``L'avete vista anche voi?''

Quello, col volto stanco e annoiato, rispose ``eccome.'' Almeno non s'era sognato tutto.

Gimbalacanto decise di passeggiare. Poco più a Nord, nel centro industrial-commercial-terziario della città, sorgevano numerosi grattacieli. Con immense facciate di vetro brillante, in qualche modo gli ricordavano i suoi palazzi atlantidei e come degli obelischi alla virtù passata, lo attrassero con forza ipnotica.

S'addentrò in quello dall'aria più cristallina e s'incastrò in un ascensore di specchi assieme a una dozzina d'impiegati sudati. Due povere donne, magre e stanche come tutti, erano pigiate proprio al centro del grappolo e non mancava chi si gustava il panino. Gimbalacanto notò con una punta di disgusto che il suo essere era combattuto, come quello di tutti, tra la tentazione e il rispetto. Il vizio umano l'aveva corrotto con una facilità che non avrebbe mai creduto possibile. O forse, si disse, era stato proprio lui a volerlo.

Le due donne, dal canto loro, non protestarono. ``Ma insomma, fate qualcosa, dite qualcosa'', sussurrò lui ad un tratto senza che nessuno lo udisse. Poi allungò una mano e smollò una gustosa sgnacchera sulla chiappa di quella più vicina. Nessuna reazione; solo un paio di capelli si mossero stizziti da una folata di respiro di qualcuno degli altri passeggeri. Senza avere la minima idea di ciò che stesse succedendo, forse per una delle prime volte nella sua intera, lunghissima vita, il mago continuò finché le due donne non scesero. Scosse la testa, senza capire. Guardò interrogativo i volti degli uomini che lo circondavano, ma nemmeno quelli gli furono d'aiuto. Quindi chinò il capo e continuò l'ascesa.

Ultimo piano, terrazza panoramica deserta. Gimbalacanto si affacciò al parapetto e osservò le prime fasi del tramonto delinearsi dietro la guglia tonda di una sinagoga.

Alla fine, pensò, non si trattava che di un altro gioco di cui imparare le regole. I suoi poteri erano andati persi, come quelli di quelle due donne, o forse un poco di meno.

Qualche centinaio di metri più sotto, un formicaio di strade contorte e ordinate tremolava di luci ed esalava un'ostile miscela di suoni e fetori, che tingeva perfino il cielo di un giallognolo asfissiante. Gimbalacanto pensò alla ragazza di poco prima, poi alle schiere di ancelle argentee che un tempo aveva avuto, poi, preso da immenso e definitivo sconforto, scandì senza saperlo le esatte parole magiche che avrebbero sbloccato nuovamente i suoi divini poteri:

``Che palle.''

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