Un pugno serrato a stringere la cartella, l'altro che stritolava in una pallina sempre più piccola un foglietto, Leucy entrò a testa bassa nell'ingresso del liceo.
Si fermò ad un passo dalla soglia, sollevò lo sguardo, giusto quel poco che bastava per scorgere l'orologio appeso alla parete di fronte e per capire di essere in ritardo. Soffocando qualche imprecazione, avanzò a passo veloce verso la sua classe.
Le ore di lezione trascorsero senza un senso, le parole fluivano su Leucy come un fiume che cerca in ogni modo di scacciare quel tronco che si è bloccato di traverso e disturba le acque. Il suo banco di fianco alla finestra costituì per lei quel giorno un ottima cosa, dal momento che trascorse tre ore a guardare fuori.
Un professore ad un certo punto cercò perfino timidamente di interrogarla... Leucy che ne dici di se ti interrogo assieme a Leoren? Alle sue parole seguì un silenzio lungo quel poco che bastava per fare comprendere al professore il proprio errore.
Tutta la classe la fissava, ma lei era assorta ad osservare per la prima volta un albero nel cortile. Non l'aveva mai guardato così bene, ma in fondo adesso quei rami sembravano tutti avere un senso in quel momento. Non sentì nemmeno il professore, e la sua compagna di banco si guardò bene dal distrarla. Avrebbe preferito essere messa nella gabbia di un triceratopo.
Il professore si accorse che lei non l'aveva sentito e ne approfittò per fare finta di niente, asciugandosi una stilla di sudore freddo. Mai, in due anni, Leucy gli aveva fatto passare un tale affronto. Ma qualcosa stava forse cambiando.
Leucy passò tantissimo tempo a fissare i rami di quell'albero, mentre con una mano, sul banco, continuava ad appallottolare senza pietà quel foglietto, ormai ridotto a poco più di un coriandolo.
Vide un punto dove i rami si congiungevano in modo tale da disegnare una linea curva terribilmente simile alla stradina da dove era sbucato quel ragazzo. Senza bisogno di guardare, seppe che il professore aveva portato in classe il solito bicchierino di caffé, che si sarebbe sorbito a piccoli sorsi durante l'interrogazione, per conferire quel che di terrificante alla sua fiatata e per terrorizzare dunque meglio le sue vittime. Leucy in realtà sa che il giovane professore è un uomo onesto e generoso, che ama dal primo all'ultimo i suoi studenti. Bé, forse dal primo al penultimo.
Una strana idea si materializzò nella testa di Leucy. E pensò intensamente al ragazzo, mentre scattava in piedi ed alzava la mano, guardando spietata il docente.
Ewan invece, lasciato il biglietto sul muricciolo, era sgattaiolato dentro, confondendosi nella folla. La sua bassa statura e la corporatura minuta gli consentivano quando voleva di passare perfettamente inosservato, mentre l'abbigliamento ed altre cose stravaganti gli permettevano di distinguersi quando lo voleva.
Ridacchiando un pochino al pensiero della ragazza sul muretto e al pensiero del suo biglietto, si fece strada fino alla sua classe. Ewan è un ragazzo brillante e socievole, quando vuole.
La sua classe è indecisa se odiarlo o amarlo, perché è il classico tipo che sa sempre come rispondere a tutto, se la cava in ogni situazione e non se ne frega affatto del proprio andamento scolastico. La moltitudine di persone terrorizzate da un brutto voto lo guardava esterrefatta mentre sorrideva di fronte ai rarissimi voti negativi che prendeva. Ewan non sa cosa pensare della scuola, del suo futuro, e più in generale della propria esistenza. Dunque ha trovato un compromesso, andando avanti ma senza sbattersi troppo, senza non fare proprio niente ma nemmeno faticando.
Entrò nella sua classe, salutando qua e là persone, amici, compagni e qualche professore.
Durante le lezioni Ewan faceva sempre il minimo necessario per non perdersi nulla, in modo da minimizzare il lavoro a casa. Cercava sempre di capire le cose al primo colpo, in modo da risparmiarsi di cercare di capirle da solo, più tardi. E ci riusciva.
Mentre una metà del suo cervello era impegnata in calcoli, in declinazioni o in coordinate storiche, l'altra metà andava ovunque meno che alla lavagna.
E quel giorno soprattutto una ragazza occupava i suoi pensieri.
Come spesso accadeva, si ritrovò ad un tratto a fissare fuori dalla finestra un albero, al centro del cortile circolare dell'edificio.
Nessuno dei due sapeva che è il tronco dell'albero a spezzare la linea di visuale tra i loro volti, esattamente al centro del cortile, esattamente a metà tra le loro finestre.
Ewan, fissando l'albero, si ritrovò a disegnare distrattamente sul quaderno di latino una serie di linee e tratti che ricordavano quelli di un volto. Non riusciva ancora a distinguerne i tratti somatici.
Professore. Disse Leucy, in piedi, fissando direttamente gli occhi del docente, i quali però stavano cercando disperatamente una via di fuga. Tutti gli studenti erano rivolti verso Leucy, un po' preoccupati e trattenendo il fiato. il professore, rassegnatosi ad ascoltarla, scivolò con lo sguardo fino ad incrociare quello della ragazza.
La domanda che si trovò ad affrontare gli diede da pensare per parecchio tempo.
"A lei piacciono le caffettiere?"
La classe non era mai stata tanto silenziosa. Perfino le classi vicine sembravano essersi zittite in quel momento, forse apposta per calcare la mano sulla tragicità del momento. Alcuni ragazzi avrebbero voluto ridere forse, ma nessuno avrebbe mai osato farlo.
Il professore provò emozioni contrastanti. Voleva ridere, voleva piangere, voleva scappare, voleva gettarsi addosso a quella piccola peste e sgozzarla con un goniometro, voleva farle mangiare tutti i suoi gessetti e voleva capirla. Ehm bè si insomma, sono oggetti come altri, ma non ci vedo niente di male.
Leucy lo guardò e scosse la testa. Una goccia di sudore gelido si fece largo sulle tempie del docente e si schiantò con un grazioso rumore sul registro di classe. Nel silenzio, quel suono parve una cannonata.
Il professore capì che gli stava dando una seconda chance. Beh però forse pensandoci meglio non è poi un oggetto tanto interessante, preferisco le macchinette automatiche, fanno un caffé così...
Non trovò le parole per andare avanti. Guardò Leucy, ma quella scosse la testa.
"Professore. Avrebbe mai detto che la risposta giusta è -Cleopatra-?"
Lui, mentre altre due stille di sudore rimbombavano sul registro, scosse la testa e balbettò no no no...
"Nemmeno io." Disse Leucy, e sedette tornando a contemplare il suo albero.
Il professore si accasciò sulla sedia e si bevve tutto il caffè rimanente in un sorso solo. Fu come inghiottire un bicchiere di lava, ma ne aveva bisogno.
Come mai Leucy aveva cominciato a comportarsi così? Solo qualche giorno prima lui a quell'ora sarebbe stato un simulacro di un essere umano, schiacciato da chissà quali sensi di colpa o fobie. Era ancora vivo! Se ne stupì, ma non sapeva se gioire. Forse la sua agonia era solo rimandata.
Pensò che forse quel lavoro non faceva per lui.
Leucy nello stesso momento pensava che quel posto non faceva per lei.
Dunque si alzò, prese la sciarpa ed informò il professore della sua scelta di farsi un giro. Lui, che quando Leucy si era nuovamente alzata aveva perso altri dieci anni di vita, acconsentì in un soffio e tornò alla sua interrogazione, sempre più teso ed allucinato.
La ragazza si avviò, stretta nella sua sciarpa, verso il cortile interno.
Aewan la vide uscire per metà blu dalla porta impegnata nei suoi pensieri e capì quel che doveva fare.
Preso un foglio bianco (anche se metà era blu, ovviamente), ci scrisse sopra a caratteri neri Si vis, Rapta colE cras, ubi idem, e dunque lo premette con una mano contro la finestra, in modo che fosse ben visibile dal cortile. Non era un genio del latino e lo odiava abbastanza. Ma sapeva quelle quattro parole e gli tornarono utili in quest'occasione inattesa. Scommetteva che la professoressa di latino lo avrebbe volentieri squartato dopo aver letto una cosa del genere, ma quel che contava era il messaggio.
Leucy, camminando in circolo nel cortile, vi capitò sotto più volte, ma non ci trovò niente di interessante. Odiava il latino.
Tornarono entrambi a casa per la solita stradina.
giovedì 18 dicembre 2008
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