giovedì 18 dicembre 2008

Quando Gli Orizzonti Si Confondono

Leucy quella mattina, come tutte le altre, si alzò per andare alla solita scuola, dove l'attendevano tutti i soliti volti e le solite parole...
Ma stranamente durante quel giorno, come tutti gli altri, non successe niente di interessante. Infatti si respirava nell'aria un qualche odore nuovo, di novità e di attesa. Ma probabilmente era solamente l'odore delle vacanze natalizie.
Leucy era un po' delusa durante le vacanze, si aspettava sempre una botta di vita, una valanga di emozioni che però non arrivava mai. Tutti erano in attesa, tutti frenetici cercavano regali compravano cose sorridevano facevano auguri tanti baci skipass e ciaociao. Leucy no. Non riceveva regali da quando, a sette anni, durante il cenone di capodanno con i nonni, aveva chiesto al nonno (che aveva un pacemaker nuovo nuovo) come ci si dovesse sentire ad avere un cuore che batte grazie ad una piletta, come se fosse troppo stanco. Come ci si dovesse sentire ad avere un cuore che prende in prestito la voglia di battere da una batteria.
Poco ci mancò che il nonno crepasse d'infarto.
Ma non morì.
Ma Leucy non ricevette più regali da quel fronte.

Quanto al fronte amicizie, beh, nessuno ne aveva mai sentito il bisogno, e dunque nessuno aveva mai fatto regali a lei, né lei a qualcuno. Fa eccezione un piccolo specchio per Mymoa, un giorno in cui si sentiva molto generosa ed aveva proprio voglia di regalare un'iniezione di dolore ed autocommiserazione alla sua amica.

In questa atmosfera tesa, di stagnante attesa e nell'incombenza di un inevitabile disincanto, Leucy sedeva sul muretto davanti all'ingresso del suo liceo, stretta nella sua giacca nera.
Lo sguardo vagava lontano, senza forse vedere nemmeno quello che stava guardando.

Ewan invece quella stessa mattina era di umore allegro, e decise dunque di vestirsi ed essere sé stesso di conseguenza. Anche la sua routine si svolse normalmente e, all'alba del penultimo giorno di scuola, si diresse verso il suo liceo.

Ewan ha uno strano rapporto con gli sguardi delle persone. Lui li cerca, li ottiene e subito se ne distoglie, forse per non farsi cogliere a fissare le persone, forse per non dare fastidio, forse per vergogna o solo per passione. A volte certi sguardi lo colpiscono, certi volti o certe espressioni, certi modi di essere che lasciano trasparire una gamma di emozioni tanto ampia che solo una persona attenta come lui può notare.
L'attenzione è un altro punto fondamentale di Ewan, anche se spesso non se ne rende conto. Cerca di cogliere sempre ogni minimo particolare, di registrarlo ed osservarlo, per poi tentare di riprodurlo in qualche modo. In certi momenti, quando gli viene voglia, si ferma, si concentra ed pone tutta la sua attenzione e concentrazione nei sensi. Cerca di captare ogni suono rumore sensazione tattile, odore e movimento. Gli piace pensare di essere l'unico al mondo ad osservare quel sasso, quella foglia, quella formica, quel puntino per terra. Poi magari pensando a ciò che ha assorbito, disegna qualcosa che nessuno guarderà, o scrive qualche riga che nessuno leggerà, o dice qualcosa che nessuno starà a sentire. O quasi nessuno.

Gli occhi di Leucy stavano fissando vuoti una stradina, che non aveva mai guardato prima, mentre lei si rendeva conto che c'erano infinite cose al mondo che non avrebbe mai visto o toccato. Ma in fondo pensò che non glie ne importava niente.
E da dietro una curva della stradina sbucò una testa, dunque un ragazzo. Lei notò subito che aveva una giacca nera, come la sua, ed una sciarpa tirata su fino a sotto gli occhi, da cui uscivano regolari sbuffi di vapore in mille vortici.
Era ancora lontano una cinquantina di metri quando lui sollevò lo sguardo.
I piedi continuarono ad avanzare meccanicamente, schiaffeggiando la neve fangosa, e spruzzando tutto attorno a semicerchio. Sentiva il rumore dei passi, sentiva le dita delle mani intorpidite, sentiva un po' di neve che si era infilata tra il calzino e la scarpa, sentiva il rumore degli schizzi di neve che cadevano tutto attorno ai suoi passi, ed alzò lo sguardo perché aveva sentito anche lei.
Sollevò lo sguardo e la facciata del suo liceo gli sorrise, per metà blu. E sotto la facciata, tagliata a metà dal blu, una ragazza lo fissava, seduta sul muretto a fianco dell'ingresso.

A prima vista gli parve carina e lei sembrò pensare la stessa cosa. Continuava ad avanzare senza distogliere lo sguardo, pure se avrebbe voluto puntarlo in qualsiasi altra direzione.
Lei lo fissava spietata, con il suo sguardo più glaciale ed impassibile, quasi stesse guardando un ladro che rubava da una macchina. La sfida era aperta.
Gli occhi gli lacrimavano, perché non voleva battere le palpebre, per non essere il primo a spezzare quel contatto. Lei nemmeno chiuse gli occhi e come sempre accade quando si vuole stare fermi cominciò a sentirsi prudere dovunque.

Giunto finalmente davanti all'ingresso, dopo vari interminabili momenti passati nella paura di incespicare, si portò le mani agli occhi e se li strofinò con forza, sopraffatto dal freddo e dal dolore. Conscio di aver perso quella piccola sfida, li riaprì soltanto per accorgersi che anche lei aveva fatto lo stesso, proprio in quel momento. Si guardarono allora, l'uno inarcando un po' la bocca in un invito di sorriso, l'altra con l'ombra di un ghigno beffardo.
La freddezza di Leucy fu incrinata quando vide che il ragazzo aveva un occhio dall'iride blu, mentre l'altro era castano, normalmente castano, schifosamente castano. E, pensando un altrettanto colorito epiteto, si domandò come fosse possibile.
Lui in quel mentre era intento ad esaminare l'espressione di lei. Vide che per un attimo pareva dubbiosa, mentre sentiva lo sguardo posarsi sull'occhio blu, e ne approfittò immediatamente. "Dì un po', ti piacciono le caffettiere?"
Gli occhi di lei fissarono il ragazzo, fermo in piedi davanti al muretto dove lei era seduta, per tre interminabili secondi, mentre la sua bocca riprendeva un'espressione normale, indecisa tra l'essere attonita, incazzata nera o semplicemente sé stessa.

Leucy pensò a come distruggere quell'impertinente, che probabilmente non la conosceva né aveva mai sentito parlare di lei. Ma squadrando quegli occhi, desiderando di distruggere ogni cono e bastoncello che la fissava in quel momento, ci vide tante contraddizioni e tanta ignota bellezza che abbassò lo sguardo, sconfitta. Come poteva rispondere a quella domanda? Era davvero idiota come sembrava o era una prova? Era una sorta di test? Si doveva essere così. O magari quel ragazzo era semplicemente un pirla. Come si fa ad avere un occhio marrone ed uno blu? Notò che anche i guanti erano diversi, ne aveva uno marrone ed uno blu, l'uno a sinistra, dove c'era l'occhio blu, e l'altro dalla parte opposta, in modo da formare una x. Sapeva che se avesse sollevato lo sguardo la sua sconfitta sarebbe stata evidente, ma sapeva che fissargli i guanti non era il modo per uscire da quella situazione.
Dunque alzò lo sguardo e chiuse gli occhi, aspettando altre parole, un ceffone o qualsiasi altra cosa. Ma quel silenzio la tormentava.
Non aveva mai provato niente di simile.

Riaprì gli occhi qualche minuto dopo, si guardò attorno a lungo ma lui se n'era andato, lasciandole appoggiato di fianco un piccolo biglietto, strappato di fretta dal 2 Gennaio di un diario.
Si guardò ancora una volta intorno. Dunque, vedendo la solita gente che entrava, allungò dapprima timidamente, dunque quasi con ira la mano verso il foglietto. La calligrafia era frettolosa, eppure fluida. Doveva avere scritto appoggiandosi sulle sue stesse mani. Aveva usato una penna a sfera blu.

LA RISPOSTA GIUSTA ERA "Cleopatra".
O ANCHE QUALSIASI ALTRA COSA.
Buona giornata,
Ewan.

Incazzata con sé stessa, frustrata, raggirata, divertita, stupita, fuorviata, impetuosa, Leucy accartocciò in pochi istanti quel maledetto bigliettino.

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