sabato 27 dicembre 2008

La Storia Della Pozza D'Acqua

Al termine di un piccolo sentiero, che si addentra appena in un piccolo bosco di faggi, un piccolo torrente diventa una pozza. Un piccolo laghetto inutile, cui solamente di rado pochi animali dedicano un po' d'attenzione per bere. Attorno al laghetto qualche pianta affonda le sue radici in profondità, sporgendo le fronde al di sopra dell'acqua in modo da coprire quasi completamente il cielo che la sovrasta.
Solamente ogni tanto si può vedere vita nell'acqua, che è sempre limpida e trasparente, quasi non esistesse.
Sarà per questo che amava tanto quel posto?

Amava sedere a pochi passi da quella pozza d'acqua, che in realtà era davvero piccola, e leggere, intagliare qualche piccolo pezzo di legno, scrivere o semplicemente pensare.
Non aveva mai provato a toccare l'acqua, né desiderava farlo, per paura di rompere la sua perfezione. L'acqua apriva ai suoi occhi un altro mondo: un mondo alla rovescia.
Un giorno aveva immaginato una Terra cava, dove gli abitanti vivevano al centro del pianeta, spinti verso le pareti dal moto rotatorio del corpo celeste. Qui gli alberi puntavano verso il centro del pianeta, dove era appesa una gigantesca lampadina da 100 Watt che illuminava tutto.
Ma che scemenze, si diceva poi. Il mondo è così e basta.
Però quel posto era tremendamente interessante... Tutte le cose funzionavano alla rovescia e dunque funzionavano benissimo. Un mondo che pareva perfetto.

Almeno una volta la settimana andava alla pozza, quando ne aveva voglia. Si annoiò una volta sola, perché era un periodo in cui un gioco del computer molto figoso con tanti omini alieni pistole cannoni sciabole assalti bumbum aveva catturato la sua volubile attenzione. Ed in quell'occasione sì che disturbò le acque: lanciò un sasso per cercare inutilmente di colpire una ranocchia. E le acque s'incresparono.
Gli attimi rallentarono la loro incalzante frequenza per mostrare l'ira delle acque, che si ritrassero dopo il colpo subito e parvero assorbire tutta la violenza del sasso in un niente. E fu questa la cosa più sorprendente e sconvolgente. Tutto ciò che ci si aspetta dalla violenza è altra violenza. Invece no. L'acqua non aveva risposto. Aveva assorbito in silenzio, con qualche schizzo indispettito: l'acqua limpida si era mostrata superiore.
Da quel momento ogni volta che guardava la pozza vedeva delle piccole onde che turbavano la superficie.

Questa cosa straordinaria non ebbe termine finché le cose non cominciarono a normalizzarsi: la mania per quel giochino bumbum cessò e ricomparvero un libro o un coltellino svizzero, a seconda delle giornate.
Piano piano, mentre riprendeva la sua normale vita caotica, le acque tornarono alla normale perfezione.
Si chiese spesso poi il significato di questi cambiamenti, di queste stranezze, ma leggendo i suoi libri che narravano di maghi draghi ed incantesimi, più e più volte si domandò se tutto non fosse stata una sua impressione, una sorta di autosuggestione. E finì con l'imporsi questa convinzione.

Tempo dopo però capì che le cose che sono imposte, da altri o perfino da noi stessi, non sono davvero nostre. Pensò che ciascuno è sé stesso, e se qualcosa o qualcuno gli impone di cambiare, questo qualcuno cambia in modo innaturale la sua essenza, rovinandola per sempre.
Tutti cambiano. Quelli che non cambiano sono perfetti, o talmente imperfetti che i cambiamenti non si vedono nemmeno.
I cambiamenti avvengono perché avvengono. A volte l'imposizione è naturale o per imitazione, ma questo è ovvio che avvenga, altrimenti, se non si prendesse spunto da altri o dalle abitudini, ci sarebbero sei miliardi di cavernicoli.
Il problema forse sorge quando questo cambiamento ci è imposto nostro malgrado, senza che ce ne rendiamo conto, o senza che ci sia data la possibilità di opporci o domandarci il perché.
Perché si è in un modo anziché in un altro?
Perché a volte non si è come vorrebbe?
È giusto cambiare in modo da diventare come si vorrebbe?

Dunque quell'acqua era davvero strana. E, anche se forse non credeva davvero che la pozza fosse magica, di certo amava crederlo.

Qualche tempo dopo, smise di visitare il suo "laghetto", come ci si riferiva ogni tanto, in quello che scriveva.
Smise perché aveva di meglio da fare, perché se ne dimenticava, perché era venuto a trovarlo qualche amico o qualche amica, perché c'erano cose da fare in casa, perché doveva studiare, ma specialmente perché se ne dimenticava. Forse avrebbe ancora provato gioia ad andarci, se solo non avesse dimenticato quanto gli piaceva farlo un tempo.
Un giorno perfino se ne ricordò, ma, già sulla porta di casa, scoprì con disappunto che diluviava. Un'acquazzone così forte non lo si vedeva da tempo, da anni, forse da secoli o millenni. Forse non lo si era mai visto.
Seduto davanti alla finestra, fissò a lungo in lontananza un albero che nella pioggia si vedeva appena. Sapeva che era un alto faggio che affondava le sue radici proprio a fianco della pozza. Lo fissò a lungo finché anche lui non fu inghiottito nell'acquazzone. E pensò che tutta quella pioggia era la risposta del laghetto.

E se ne dimenticò ancora.

Molto tempo dopo tornò in visita alla vecchia casa, che ormai apparteneva alla sua nipote. In una scrivania vecchia e divorata dai tarli, trovò quel pomeriggio un disegno d'infanzia. La sua mano bambina aveva disegnato a tratti rozzi ma già definiti una macchia blu, circondata da un anello verde, da cui spuntavano come dei giganteschi spiedini delle linee marroni.
Le linee marroni nella sua ormai vecchia testa divennero tronchi, l'anello erba e la macchia acqua.
Si fermò, guardò fisso davanti a sé, attraverso la finestra. Guardò la cima di un albero, in lontananza, mentre un fiume, una valanga, un tornado di ricordi assaltava la sua mente.
Il cielo non era molto terso, ma pochi attimi dopo, quando guardò nuovamente la finestra, aveva cominciato a piovere.
La pioggia fine si trasformò poco a poco in un acquazzone tremendo, come non ne si vedeva uno da anni, o forse da sessantadue anni.

Allora la nipote entrò nella stanza per portare una tisana, la quale per poco non le cadde di mano quando vide che stava piangendo, guardando fisso la finestra.

Fu allora che mi raccontò tutta la storia della pozza d'acqua.

Nemmeno io credevo che quell'acqua fosse davvero magica, ma ero convinta che l'unico modo per risolvere questo problema fosse di fare ritorno alla pozza. Nonostante la pioggia.
Mi offrii di andare a controllare che fosse tutto a posto, ma niente da fare: voleva andarci senza nessuno.

E ci andò. Si coprì con un mantello grigio come la nebbia e si addentrò coi passi lenti e pesanti della vecchiaia nella foresta.
Io e mio figlio guardammo fino all'ultimo secondo il suo mantello bagnato. Scomparve dietro ad un albero.

Non ha mai più piovuto così tanto.

La pozza oggi non esiste più, è stata rimpiazzata da una strada. Così vanno le cose. Così va il mondo. Così è la vita. Tutte palle... La vita e le cose ed il mondo vanno così perché sei miliardi di imbecilli vogliono così. O almeno non vogliono che non vadano così.
Se tutto invece che così andasse perfettamente cosà?
Ma se le cose andassero cosà anziché così saremmo tutti felici e contenti?
O è l'imperfezione che ci permette di gioire?
Se fossimo tutti perfetti, cosa faremmo nella nostra vita? Che palle...
Invece si è tutti bacati, pazzi, pieni di difetti e piccole imperfezioni, quasi si fosse stati dipinti da un pittore narcolettico, che ogni tanto salta un pezzo di quadro che deve essere poi completato dal soggetto ritratto.
Ed è forse questo il bello della vita, se non ci si dipingesse, che cosa si farebbe mai delle proprie giornate?
Bisogna forse dire grazie ai propri difetti, perché ci rendono unici. Se tutti fossimo perfetti saremmo tutti uguali. Non esiste la perfezione tra gli uomini, perché non esiste l'uguaglianza. Non esistono canoni, norme o un archetipo di perfezione umana.
Dunque niente perfezione.
Solo tanta imperfezione.

E fu così che lui andò incontro alla sua parte mancante, nonostante la pioggia.
Corse incontro al suo difetto.

Per completarlo forse, o forse contemplarlo.

Al Laghetto...

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