lunedì 31 agosto 2009

Ragazzo E Hjalma

Si era alzato dalla sedia, dopo interminabili minuti di dubbi e rimorsi e false speranze, e aveva deciso cosa avrebbe fatto dopo poco tempo. Aveva stretto la mano all'uomo alto con il sorriso storto, aveva ringraziato con una voce eterea, pallida e surreale che suonò sincera e annoiata.
L'uomo di fronte a lui sperò di aver fatto la scelta giusta. Di certo non si era aspettato quegli sviluppi. Tutto era sembrato fino a quel momento un caso semplicissimo, di quelli che saltano fuori dal nulla e scompaiono dopo poco tempo, senza che nessuno se ne sia curato troppo.
Invece si sbagliava. Il ragazzo di fronte a lui si era alzato dopo una lunga discussione, e a lui parve di vedere il filmato del suo ingresso nella stanza all'indietro: non era cambiato nulla. Il ragazzo non era sconvolto, non era triste o distrutto come lui si sarebbe aspettato. Chiunque lo sarebbe stato, e forse proprio per questo lui se lo sarebbe aspettato.
Ma il ragazzo uscì, pacato, educato e tranquillo come era entrato nella stanza, quasi lui fosse soltanto un superfluo ospite, un osservatore distante e disinteressato. Si sbagliava.

Poco tempo prima che il ragazzo entrasse nella stanza dell'uomo dal sorriso storto, proprio mentre una guardia gli toglieva le manette, finti gemiti di sottile piacere si levavano da una camera d'albergo nella periferia. Grandi edifici prefabbricati e capannoni semidistrutti si sollevavano dalle strade polverose, come vanagloriose rovine di un passato inesistente.
I fumi della città rivestivano tutto, una patina nera sui muri e una cortina grigia nell'aria mattutina. La donna che in quella camera d'albergo stava abilmente fingendo di avere il suo ottavo orgasmo consecutivo, aveva una mente sveglia e pronta a calcolare lucidamente le opportunità dell'immediato futuro che le si proponeva davanti. Il sessantenne facoltoso che arrancava penosamente tra le sue cosce aveva un grosso portafogli, poggiato proprio sul suo comodino. Lei mugolò ancora una volta il piacere che non aveva mai provato e decise come agire.
In quel momento il distinto signore, assicuratore di una delle più rinomate società della città, frustrato da recenti sconfitte lavorative e dal peso di due matrimoni falliti, decise di prendere il controllo della situazione e con rapidi colpi di reni si spostò sopra di lei, in modo da troneggiare sul suo robusto corpo. Poi si fermò un attimo, come se si stesse chiedendo cosa sarebbe stato meglio fare a quel punto. Lei, con fare bonario e malizioso, disse «Stai calmo, nonno, pensa a tutto la tua Hjalma.»
La pelle un po' scura e il nome d'arte vagamente orientaleggiante erano esche prelibate per quei pesciolini rattrappiti, nonostante lei non fosse più la splendida donna di una volta.
Così dicendo si spostò per tornare a dominare la scena, ma si fermò quando vide che il vecchio pareva fissare molto seriamente un punto al di sopra della sua testa.
«Cosa succede?»
«Stavi... Stavi per rubarmi l'idea?» Disse lui continuando a fissare con sguardo allucinato le aste metalliche del letto.
«Di cosa stai parlando?» Rispose lei, cominciando a spaventarsi.
«Si, forse hai ragione. È ora di cominciare a rendere le cose più interessanti.»
No. Così mi spaventi. No. Non è come pensi. Devi capire, noi abbiamo bisogno di poterci difendere nel caso in cui-
No. Non voglio i tuoi soldi. No no no. No ti prego.
E tutto si fece buio.

Il ragazzo scese in quel momento la scalinata del palazzo. Tre figure lo osservavano da tre diverse finestre. Una era un uomo dal sorriso storto, che sperava di aver fatto la cosa giusta. Il secondo era un uomo anziano con la barba grigia che si stava chiedendo se l'avrebbe mai rivisto.
Il terzo era un poliziotto, che pensava a sua moglie.
Il ragazzo non sapeva cosa fare. Era libero, ma non sapeva come usare la sua libertà. Quando si hanno infinite strade davanti, ma tutte sono lunghe tre metri al massimo, forse una vale l'altra.
C'erano molte cose che lui avrebbe voluto fare, ma al contempo nessuna era la più importante. Non aveva mai avuto una famiglia cui tenere, né amicizie durature. Si allontanò dalla piazza con la morte nel cuore, senza andare da nessuna parte. Le bandiere del palazzo sventolavano al ritmo del vento.

Hjalma si svegliò la mattina dopo. Aveva freddo. Non era più nella sua stanza, e questo le fece sperare che tutto fosse finito. Mise a fuoco di fronte a lei un muro con l'intonaco un po' sgretolato, poi un'ombra. Il suo cuore cominciò a pulsare disperatamente, alla ricerca di una speranza e di sicurezza. Le braccia formicolarono, e la testa scattò a cercare l'origine del profilo scuro che si era disegnato sulla parete. Seduta su una sedia, di fianco al letto su cui lei era stata coricata, c'era una donna di mezza età e di bell'aspetto, dai lineamenti europei.
La riconobbe e si rilassò, il cuore riprese a pulsare normalmente.
Erano cose che capitavano. Il suo era un lavoro ingrato e spesso pericoloso.
Quell'uomo le era sempre parso mansueto, ma se non fosse stato per l'intervento della donna al suo fianco, probabilmente quel vecchietto sarebbe riuscito nel suo intento di toglierle qualche metro di intestino.
Aveva perso un po' di sangue ma era viva. Tuttavia non le riusciva di essere felice. Il suo piano era sfumato e sarebbe stata costretta ad aspettare un'altra occasione, sperando di riuscire a mettere assieme i soldi necessari ad andarsene.
Non poteva permettersi di aspettare e le ferite erano superficiali, così dopo due giorni era nella sua stanza, poggiata al davanzale, che guardava nel vuoto la gente passare.

Non aveva mai visitato bene la città, e questo non aiutò il ragazzo a capire di essersi perso. Stava vagando da qualche ora, e il proposito iniziale di mangiare la celebre pizza di Armando si era trasformato in una disperata ricerca di qualcosa di commestibile.
Era entrato in cinque diversi locali, ma dopo essersi guardato intorno, ne era uscito più nauseato di prima, constatando che sarebbe stato meglio, a quel punto, mangiare topi morti.
Erano già passati due giorni dal suo rilascio, e il braccialetto che portava al polso gli diceva che non aveva più molto tempo. Aveva visto persone strane, alcune stare male e altre stare bene, aveva visto animali e un temporale record. Aveva vissuto ogni millisecondo di quel tempo col contagocce. Sapeva che ne avrebbe avuto bisogno.
Ad un certo punto era entrato in un locale dove una signorina invasata aveva prima cercato di convincerlo di avere poteri divini e successivamente di spillargli qualche soldo. "La Dea ti sta guardando! Lei ti ama! Ti osserva dall'alto!" Impietosito da quella scena, le lasciò dei soldi.
Tornato in strada si accorse che molti degli straccioni accampati lì davanti avevano ascoltato tutto e lo stavano osservando divertiti. Dunque guardò in alto mentre un barbone diceva con voce parodicamente mistica «Si, dall'alto... Lei ti ama...». Un altro rispose «Si, dipende da quanto paghi.» E tutti scoppiarono a ridere fragorosamente.
Ma lui non li stava ascoltando: era intento a fissarla.

Gli occhi scavati dalle recenti ansie, la donna osservava incuriosita il ragazzo sotto di lei.
Gli fece segno di aspettare. Prese la chiave della sua stanza e la lasciò cadere dalla finestra.
Poco dopo, la chiave e il piccolo tondino di plastica con inciso il numero 37 cadevano nuovamente nelle sue mani.
Il ragazzo non sapeva perché era salito da quella perfetta sconosciuta, ma non se ne stupì: non aveva niente di meglio da fare, e poco tempo per decidere se farlo.
«L'uomo all'ingresso ha detto che tu sei Hjalma.»
«Piacere, Ragazzo.»
«Piacere mio. Perché sono qui?»
«Non so. In genere gli uomini vengono qui per un solo motivo.»
Osservò gli addobbi frivoli e sdolcinati della stanza e annuì vacuo.
«Io invece sono qui per dimenticare.»
«Allora forse le tue ragioni non sono poi tanto diverse da quelle dei tuoi clienti, o dalle mie.»
«Forse hai ragione, Ragazzo. Hai sete?»
«No grazie, ma ho una fame dannata.»
«Ci penso io, piccolo.»
Il suo tono era materno, come tutto il resto. Era una mamma in affitto, per offrire caldo, sicurezza e protezione a figli non suoi, ma di una miseria che pochi riescono a sopportare.
Lei andò verso il piccolo frigorifero da camera, prese un piatto avvolto in una pellicola di alluminio e lo portò a Ragazzo.
Lui intanto aveva notato delle macchie più scure sulla parete tappezzata di velluto rosso della stanza. Avrebbe potuto essere di tutto, ma la donna zoppicava e così chiese.
Lei raccontò.
Lui sembrava triste, e così mangiando raccontò anche la sua storia.
Hjalma lo osservò, dapprima con attenzione, poi con stupore, poi con orrore.
Aveva visto molte cose, ma non aveva mai parlato con un assassino così gentile e calmo.
Era troppo controllato per essere sincero. Il terrore la assalì. Morire due volte in quattro giorni era troppo anche per lei. Pronta a scattare verso il letto, dove sapeva di poter trovare la sua fedele bomboletta antiaggressione, si accorse che non ne avrebbe avuto bisogno. Non era quel tipo di assassino.
La sua storia proseguiva. Un uomo dal sorriso storto, che era la legge. Un poliziotto che gli aveva messo uno speciale braccialetto. Tre giorni di tempo.
Scoprì così che il ragazzo si era trovato coinvolto terribilmente in un atroce omicidio. Due bambine massacrate in un parco.
Il padre lo credeva innocente, e aveva acconsentito a dargli tre giorni di libertà prima di consegnarlo. Ma la polizia era arrivata prima che lui potesse fuggire, e tutto si era dovuto fare alla luce del sole: un braccialetto GPS resistente a tutto.
Hjalma era commossa, un po' stranita, aveva freddo e aveva paura.
Ma non capiva.
Era colpevole?
Sì.

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