Inquadratura a terra, rumore di passi corti e veloci, agitati. Scarpette da brava bambina, bianche. Suoni più distinguibili, tap tap tap tap delle suole sulle mattonelle di pietra.
Una busta stretta tra le mani, piccole mani dalla pelle molto chiara, dita un po' tozze.
Un berretto di lana teneva schiacciati i suoi capelli al loro posto, mentre avanzava rapidamente sfiorando il muro di una casa. Stava andando verso la posta, come faceva ogni settimana.
Giaccone pesante, nero, aperto fino a metà cerniera, lasciando vedere una buona parte della felpa di cotone. La felpa era di un grigio molto chiaro, con una scritta più scura al centro, di cui si vedeva solo una parte: "phodeliu".
Jeans blu chiaro.
Ripensando a ciò che aveva scritto nella sua lettera, si chiedeva se avesse dimenticato qualcosa. Mano a mano che si avvicinava alla buca per le lettere, appariva più sicura di sé. L'aveva regolarmente affrancata, un enorme francobollo azzurro che gli era quasi rimasto incastrato in bocca, tanto era grande. Gli piaceva mettere i francobolli in modi strani, tanto per fare una piacevole sorpresa al signore che l'avrebbe timbrato. Era convinta fermamente che qualunque piccola stramberia che potesse attrarre la curiosità di una persona impegnata in un lavoro monotono e noioso fosse un dono bello quanto un fiore per un malato terminale.
Venerdì. Alberto come al solito stava timbrando la sua posta. Suddividendo tra cartoline, pacchi e normale posta tutto ciò che gli veniva passato da una commessa, pensava. Era Venerdì e la settimana stava per finire. La misteriosa letteromane, come l'aveva soprannominata lui, non si era mai persa una settimana. Non si sarebbe persa nemmeno quella, si rassicurò.
Il suo sorriso quando la commessa un po' schifata, probabilmente imprecando contro l'ignoranza e l'idiozia di certa gente d'oggi, gli passò una busta bianca fu grande. Questa volta il francobollo era enorme ed attaccato al contrario, aveva i bordi un po' sfrangiati - probabilmente la letteromane l'aveva quasi deglutito - e per finire era colorato. I baffi viola, la pelle azzurrina, gli occhi neri e i capelli fucsia. Rise e continuò.
La ragazza aveva lasciato cadere la busta in fondo alla cassetta rossa. Alzò le spalle e si voltò su sé stessa, tornando da dove era venuta.
Si fermò a comprare un gelato, prima di tornare a casa. Aveva freddo e l'aria stessa pareva pronta a ghiacciarsi, alle sette passate della sera di un qualunque Giovedì di Febbraio.
Il gelato stretto in mano, attraversò dapprima un lungo porticato, dunque un piccolo parco giochi deserto e un paio di strade. Si trovò dunque di fronte a casa sua, una decrepita palazzina di sei piani, che quando era piccola le sembrava tanto uno scarabeo beige.
Due piani di scale. Porta chiusa. Porta aperta. Ingresso.
Via la giacca, via le scarpe.
Spassochamber. Questo era il nome del suo covo, del suo sanctum.
Si buttò sull'unica sedia sgombra da vestiti, ammennicoli vari e calze. Poggiò la testa all'indietro sulle braccia incrociate, stiracchiandosi un po'. Tutto era stato fatto, ora poteva riposare.
Sulla piccola scrivania di legno davanti a lei c'era un foglio quasi completamente scritto, pieno di domande. Alcune sottolineate, altre evidenziate e altre ancora scritte con un grosso pennarellone rosso, sembrava visto da lontano un quadro molto strano o il disegno di un neonato.
Lunedì.
Viola quella mattina sprizzava scintille di gioia. La sua amica le aveva detto che la lettera era stata mandata, e ciò era avvenuto tre giorni lavorativi prima. Questo significava che era giorno di posta.
Sguardo fuori dalla finestra, sembrava un cecchino pronto ad assaltare qualunque indizio di posta in arrivo. Giocherellando con un piccolo prisma, sdraiata di traverso su di una poltrona, a pancia in su, aspettava impaziente.
Dopo poco tempo, il postino si fece vivo. Sempre lo stesso uomo, alto, sulla cinquantina, un po' panciuto e dallo sguardo annoiato.
Lo vide frugare nella borsa appesa davanti alla sua bicicletta, estrarre una busta bianca con un grosso aggeggio attaccato sopra. Il postino guardò in modo strano la lettera, poi la casa e il numero civico. Sì, era l'indirizzo giusto.
La imbucò facendo una smorfia e proseguì il suo giro.
Viola scattò. Porta scale porta posta porta scale porta e spassochamber. Già, aveva una spassochamber.
Vivisezionò con cura eccessiva la lettera, aprì con cautela il foglio scritto fittofitto e cominciò a leggere.
E più leggeva e più si sentiva viva.
Invece, la ragazza che le aveva scritto si sentiva felice, perché sapeva di aver detto, di aver parlato, di aver comunicato.
Viola riceveva risposte.
La ragazza divorava domande.
Finito di leggere la lettera, quasi levitando per la gioia, Viola mise la lettera, accuratamente piegata, nella piccola scatola metallica dove era solita conservare le sue risposte.
E, presa una penna e un foglio, cominciò a buttare giù le prime domande per la settimana seguente.
Questa era la sua poesia.
mercoledì 4 novembre 2009
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento