Via Alberti, n°34/b. Gennaio, Lunedì 14, ore 04:20.
Prevedendo l'infame nottata sottozero, Vanessa aveva avuto il buonsenso di lasciare accesa la stufetta. Durante la notte, però, doveva essersi girata e aver fatto un salame di coperte, tanto che si svegliò, ad un certo punto, dal tanto freddo che aveva ai piedi.
L'unica luce che riusciva a filtrare dalle (orribili) tende alla finestra andava a colpire l'orologio a forma di sveglia poggiato su di un piccolo scaffale. Era ancora troppo presto per alzarsi. Vanessa non sapeva nemmeno se oggi sarebbe andata a scuola. Non sapeva niente: dipendeva da troppe variabili. Primo: la voglia. Secondo: eventuale (accendeva un cero ogni sera, sacrificando anche un paio di gianduiotti) neve. Terzo: voglia.
Funzionava così, per lei.
Senza perdere tempo a giudicare se la sua condizione fosse giusta o sbagliata, ogni mattina si alzava alla sua ora e decideva che fare della sua giornata. Ormai era grandicella e questo l'autorizzava a prendersi le responsabilità che si fosse sentita in grado di assumersi.
Si guardò un attimo intorno, sperando che gli occhi si abituassero in fretta all'oscurità. Quelle tende erano davvero orribili. Ogni tanto sognava di strapparle, calpestarle, tritarle, sminuzzarle, minimizzarle, ma si svegliava ed erano sempre lì. Non osava fare niente di tutto ciò per paura dell'ira materna, che ogni tanto infuriava aggratis e poi scompariva dopo un po', come una specie di monsone.
Gli occhi non si abituavano e lei li chiuse, lentamente ricominciando a sonnecchiare.
Via Alberti, n°34/b. Gennaio, Lunedì 14, ore 04:45.
Smascellandosi in uno sbadiglio grottesco, come una specie di grosso cagnone pigro, si sollevò faticosamente a sedere e si guardò di nuovo attorno. Un occhio semichiuso e l'altro semiaperto, con una smorfia abbastanza particolare, guardò ancora una volta la sua sveglia a forma di orologio. La lancetta nera stava arrivando troppo vicina a quella rossa, per i suoi femminei gusti. Beh, si disse, Il rosso è segno di pericolo, pertanto non c'è niente di male se io la allontano un po' da quella cattivona della lancetta nera, che potrebbe farla esplodere...
Così pensando, franò giù dal letto e tornò indietro nel tempo.
Che bello, sono di nuovo a ieri! Le venne un'idea fantastica e pensò di realizzarla.
Guardò il fratello che dormiva pacifico nel letto sotto al suo, gonfiando ad ogni respiro una mongolfiera di muco che sembrava volersi staccare in volo.
Incuriosita dal fenomeno, si avvicinò per esaminarlo meglio. Un sospiro un po' più spinto fece esplodere la tensostruttura, che successivamente implose ingozzando la povera creatura. Che bello il mio fratellino.
Aprì leggermente una tenda della finestra.
Balzò sul suo letto, si rincagnò nuovamente sotto il piumone beige, guardò complice l'orosveglia, chiuse gli occhi.
Via Alberti, n°34/b. Gennaio, Lunedì 14, ore 04:23.
Il sole era ormai sorto e la sua luce, bassa sull'orizzonte, bussava sulle palpebre dei fratelli come un ospite prepotente e poco paziente. Mentre Vanessa lo lasciò presto entrare e lo accolse nei suoi profondi occhi neri, il piccolo Frollino ostentava un sonno sospettosamente calmo.
Lei, che conosceva il suo biscotto, appena ottenne una sufficiente consapevolezza del proprio ego, rovinò fragorosamente per terra, facendo il maggior fracasso possibile. Vedendo che nonostante questo il sonno del fratello restava imperturbabile, ricorse al trucco della cannuccia, che non starò a descrivervi. Crudele, ma efficace.
Con un sorrisetto infame, stette a guardare come la povera bestiola, terribilmente infastidita, si scrollò le coperte di dosso, imprecando contro tutti i cartoni animati che conosceva. Bensvegliato, Frollino.
Francesco Collino, residente in Via Alberti (n°34/b), detestava 1) essere svegliato da una sorella sadica, 2) essere svegliato da una cannuccia piantata nell'orecchio e insufflata, 3) essere chiamato Frollino.
Resistette all'impulso di utilizzare la cannuccia ancora in bocca alla sorella colpevole in un modo ancora più improprio (o perlomeno di provarci, visto che la sorellona aveva solitamente, regolarmente la meglio) e si alzò, indispettito e addormentato. Non chiamarmi Frollino.
Nonostante fosse più piccolo di qualche anno, era quasi alto come lei. E pesava la metà.
Si vestì. Guardò l'orologio, poi il sole e poi nuovamente la sveglia.
- Ma lo svegliogio si è rotto? No, non si è rotto. Allora come mai il sole è già sorto?
- E che ne so io? Rispose Vanessa. Però abbiamo quattro ore buone prima che i nostri si sveglino e prima di dover andare a scuola, dunque propongo di farci un giro.
Era da poco che si erano trasferiti in quel posto, dunque avevano ancora tanti posti da esplorare.
Va bene.
Via Alberti, n°34/b. Gennaio, Lunedì 14, ore 04:34.
Riassunto della colazione.
Vanessa cercò di infilarsi le scarpe mentre beveva il latte con la sua cannuccia maledetta.
Il fratello vide un'occasione di vendetta e ne approfittò per salare il suo latte mentre lei era china e tentava di bere comunque con gran risucchio d'aria.
Lei nebulizzò una buona boccata di latte salato in giro per la cucina.
Francesco pulì, ma il suo onore era salvo, per stavolta.
Lei sparecchiò, mentre cercava di allacciarsi le scarpe.
Lui intanto si lavò i denti e finì di vestirsi, mettendo un giaccone pesante.
Via Alberti, n°34/b. Gennaio, Lunedì 14, ore 04:44.
Non c'era da preoccuparsi per i vecchiardi: si sarebbero svegliati alle otto passate. Vestiti, inguantati, incappucciati e grassi di giacche come dei pinguini, uscirono di casa.
Via Alberti. Gennaio, Lunedì 14, ore 04:45.
Come al solito quando non sapevano dove andare, vagarono per le viuzze del paesino finché non si trovarono fuori dal caseggiato. Una strada deserta e innevata si addentrava in un piccolo bosco di abeti.
La notte aveva nevicato. C'erano 40cm buoni di neve, e meno tre gradi.
Sbuffando vapore come due locomotive pinguine, si guardarono e decretarono che sarebbero andati da quella parte.
Una luce bianca e calma allagava in ogni direzione l'aria tersa del mattino. Gli abeti erano per metà bianchi, e maestosamente splendidi.
Gennaio, Lunedì 14, ore 04:56, i due locopinguini si incamminarono.
I primi abetini erano bassi e coperti di neve, niente di più di dei tumuli bianchi. La foresta lì era ancora giovane. Poi piano piano si alzarono di statura, addentrandosi nella zona più vecchia del bosco.
Avevano appena superato una curva della strada, dove avevano dovuto oltrepassare un abete schiantato, quando Frollino ricevette una palla di neve in fronte. Vanessa vide la scena con la coda dell'occhio e desiderò intensamente una macchina fotografica, per avere un ricordo della faccia del fratello in quell'istante. Sputacchiando e scrollandosi dalla faccia quella che sembrava una badilata di neve, si guardò intorno infuriato. Lo sguardo, truce, si posò sulla sorella. No no guarda che non sono stata io.
Lui si chinò con lentezza studiata e accuratamente cominciò a compattare un bolide.
No no davvero, guarda: ho i guanti asciutti e puliti.
Ma lui non guardava i guanti: guardava la faccia estremamente divertita.
Stava per (provare a) distruggere quell'espressione di soffuso giubilo dal volto della sorella, quando notò qualcosa alle spalle di lei: un volto pallido con un grande cappello nero stava guardando la scena dalla boscaglia, con espressione decisamente affamata.
Un cieco terrore gli strinse il cuore.
Impallidì e cominciò a tremare. Vanessa ci mise un attimo a capire cosa stava succedendo, e si voltò cercando di seguire lo sguardo del fratello. Lui intanto aveva scagliato all'indietro con veemenza la palla di neve ed aveva cominciato a correre verso l'uscita della foresta.
Lei continuava a non vedere niente, dunque, all'erta e spaventata, si ostinava a non perdere la calma. Dove vai, scemotto biscotto? Qui non c'è niente! E poi che fai, lasci sola la tua sorellona? Guarda che ci sono io a difenderti!! TORNA QUI, babbione!
Il fratello, non sentendo né rumori di sgozzamenti né passi di inseguimento, si azzardò a fermarsi e, con cautela, si guardò attorno.
E lo vide ancora.
Alle spalle della sorella, alto e vestito un po' di bianco e un po' di grigio, il cappello blu scuro e lo sguardo un po' allucinato, l'uomo teneva in equilibrio sul suo naso una palla di neve. La sua.
Non sapeva cosa fare. Una nuova ondata di paura lo avvolse, e, puntando la mano, balbettò g-guarda che è dietro dididì di te.
Lei, stavolta più preoccupata, si voltò di scatto. Le scappò un gridolino, e quasi franò (come suo solito) all'indietro, ma riuscì a non perdere l'equilibrio.
Fece qualche passo all'indietro, inciampando su di un ramo e così riuscendo a cadere comunque, sculando nella neve gelida.
Frollino le si avvicinò di corsa e si accovacciò inginocchiato nella neve, dietro le spalle di lei.
L'uomo, il naso per aria intento a sostenere la palla di neve, cercava comunque di osservarli tenendo lo sguardo basso. Muovendo a piccoli scatti il collo per non fare cadere la sua preziosa pallina, fece ondeggiare il suo braccio destro in un gesto che voleva essere incoraggiantemente amichevole, ma, essendo il braccio senza mano, provocò nuovo timore e ribrezzo nei cuori dei bambini. Che hai fatto allmsahhah? La sorella lo zittì in tempo.
Prese lei l'iniziativa, domandando ciao chi sei?
Sono Johnny Monomano Nevischio, detto "il foco". Non che io sia caldo, ma riesco a trasportare le neviglie soltanto in equilibrio sul naso.
Frollino aveva entrambi gli occhi spalancati, domandandosi se 1) fosse tutto un sogno 2) il tipo fosse stupido 2) fosse lui ad essere stupido, e avesse capito male.
Vanessa continuò. Noi siamo fratelli, io Vanessa e lui Frollino (seguì una timida gomitata nella schiena) e stiamo passeggiando. Tu cosa fai qui?
Io cerco palle di neve...
Frollino non ce la fece più e parlò. Ma scusa, non puoi fartele da solo invece di rubarle?
Lui lo guardò impassibile e sollevò la mano mancante, in silenzio, guardandolo negli occhi.
La sorella lo fulminò con lo sguardo, ma lui si era già autofulminato dietro alla sua schiena, maledicendo la sua linguaccia.
Forse possiamo aiutarti! Disse lei, con una smorfia incoraggiante, sperando di riguadagnare la sua stima.
Davvero? Il suo volto divenne solare, e per poco non fece cadere l'unica pallina che aveva.
Splendido! Ve ne sarei eternamente grato.
Frollino, grande esperto di nevologia, pallinologia e ideatore della Teoria Dell'Impatto Nevoide,
si riscattò subito producendo in due secondi un magnifico sferoide perfettamente tornito e compattato, che presto sfrecciò nell'aria. Johnny Monomano Nevischio, con un piccolo movimento del collo, accolse in cima alla precedente la nuova pallina.
Vanessa, mentre il fratello snocciolava una pallina dietro l'altra, produsse un abominio nevoso
che implose appena toccò la cima della pila di palle di neve che andava allungandosi sul naso di Johnny, irrorando la sua faccia di fiocchi bianchi e freddi.
Il fratello la guardò per un attimo, poi scoppiarono a ridere tutti e tre, facendo tremolare l'intera colonna.
Il naso ormai schiacciato sotto il peso delle palline scintillanti, Johnny, alle ore 05:23 di Lunedì 14 Gennaio, si dichiarò soddisfatto e ringraziò calorosamente.
Se volete seguirmi, bimbi, vi farò vedere dove abito.
I due, ormai completamente a proprio agio, annuirono.
Frollino, che teneva a guadagnarsi l'amicizia di Monomano, cominciò ad esibire tutta la sua arte. In ordine:
- Pallina sibilante e supercompatta, tiro diretto e poderoso contro pigna instabile a venti metri.
- Pallina ciambelloide mediamente compatta, tiro a frisbee su rametto a dodici metri.
- Palla sferica e pesante, tiro rotolante con effetto valanga contro un formicaio.
- Palla sferica e leggera, tiro ad effetto boomerang sulla nuca di Vanessa.
- Palla rotonda, compatta e leggera, tiro di intercettazione di pallina della sorella.
Johnny si disse colpito dalla sua abilità, e, con un lieve movimento del collo, indusse a cadere una delle sue palline. La prese con la mano buona, la fece balzare sul mozzicone dell'altra. Lì, dopo averla tenuta in equilibrio per qualche secondo, la fece roteare e la scagliò verso uno scoiattolo.
La pallina fece due giri attorno al ramo dove la bestiola atterrita stava aggrappata, poi si fece assaggiare e tornò verso terra. Sfiorato il terreno, però, invece di schiantarsi, tornò a sollevarsi e si diresse verso la mano del lanciatore. Egli prontamente l'afferrò, guardò il segno dei denti dello scoiattolo, e la rimise in cima alla pila.
Frollino era sbalordito. Aveva ancora tanto da imparare.
L'uomo delle palle di neve abitava, ovviamente, in una specie di igloo. Era la brutta copia di un igloo, un tentativo avvizzito, ma l'interno era stupendo. Johnny doveva aver passato ore ed ore, giorni e giornate ad intagliare, rifinire e decorare tutta quella roba. C'erano palle sferiche, palle rotonde, palle ferme, palle piatte, palle non palle, palle di ogni colore, forma, dimensione e perfino temperatura. Aveva scoperto il segreto della neve calda. Bevvero tutti una cioccolata di neve fumante, che riscaldò tutti dai pollici agli alluci.
C'erano palle decorate, con scene di caccia, di vita domestica, cuoricini, automobili, biciclettine e maccheroni.
C'erano palle cave, sezioni di neve, palline di ghiaccio, palline con dentro altre palline, palline a grappolo. Veramente di tutto.
Frollino rimase due ore buone a guardare sbalordito quella varietà di meraviglie, mentre la sorella guardava l'orologio e parlava con Johnny, mentre questi posava le palline dal naso una ad una sul tavolo (di palline). Si sedettero su due rudimentali sedie (sferiche) e bevvero un po' di neve fresca ma non troppo.
Casa di Johnny Monomano Nevischio. Gennaio, Lunedì 14, ore 07:45.
Johnny Monomano, dopo un po' di tempo, si alzò e disse che ormai erano le sette e mezza passate, forse sarebbero dovuti tornare.
I bambini ringraziarono per la magnifica giornata e salutarono l'omone.
Seguendo i loro passi, tornarono da dove erano venuti.
Lungo tutto il percorso, Frollino tentò di imitare il tiro di Johnny, ma ottenne solo di ribaltare decine di poveri scoiattoli infreddoliti. Vanessa, dal canto suo, tentava disperatamente di colpirlo con i suoi tentativi di palline, che venivano regolarmente intercettate e distrutte da quelle del fratello, molto più solide. Così ripiegò sulla forza bruta, e ne fece un pupazzo di neve.
Così ristabilito l'equilibrio gerarchico, si ritrovarono dove era cominciato tutto. L'abete caduto li guardava poco innanzi.
È tardi. Dovremmo tornare... sono quasi le otto.
Aha... Non ho voglia di andare a scuola oggi.
Beh, meglio. Disse lei, sorridendo enigmatica.
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