Spesse coperte di muschi e licheni sembravano neve su ogni superficie disponibile, dalla corteccia ai sassi, dal terreno al guscio di una grossa testuggine che si trovava lì per caso. Lentamente la giungla si stava risvegliando, i primi raggi di sole tagliavano in orizzontale alberi, foglie di enormi felci e di banani. Il verde marcio del terreno e della tartaruga si confondevano col marrone confuso dei tronchi e dei massi.
La tartaruga era sempre lì.
Intere generazioni di pressoché ogni specie s'erano perse ad osservarla, perché tanto era lenta che un passo all'anno era dir tanto. Di certo non doveva aver fretta, perché prendeva tutto con estrema filosofia e non camminava se non dopo averci riflettuto molto bene. Era comunemente nota come Polen, perché chiunque le chiedesse il nome si scocciava prima che arrivasse a pronunciare le ultime due lettere.
Era nata, aveva fatto a botte con ventitré fratelli per contendersi una piccola bacca rossa, le aveva date a tutti ed era scappata con la bacca. Si diceva che la stesse ancora digerendo.
Suo grande compagno di giornate e di chiacchierate, il più paziente degli animali nonché l'unico che potesse gareggiare con lei in quanto a noiosità, era Oel, un vecchio leone un po' pulcioso ma comunque il capo.
Era stato un animale forte e coraggioso, come tutti i leoni che si rispettino, ma la vita su un'isola è priva di emozioni e dopo poco tempo finì per conoscerla tutta a menadito e ad annoiarsi. Provò a nuotare via, ma la criniera gli si arricciò e smise quasi subito. Era vecchio, la prostata ogni tanto dava fastidio, e quando saltava i tronchi ormai rischiava sempre di infilzarli con appendici poco atti a tale uso. Dava la colpa, ovviamente, agli istinti giovanili e alla primavera.
Già, era un'isola. Una piccola, profumata e giunglosa isola. Al centro, unica attrazione per gli sporadici spettacoli pirotecnici e per le occasionali espulsioni di bombe di duemila chili di roccia incandescente, sorgeva un modesto vulcanetto.
Polen continuò il discorso: "Vedi, Oel, io facendo un passo ogni tanto, e facendolo solamente quando sono sicura di volerlo fare, non ho ancora visto quasi niente di questo posto. Io sono dispersa, non so dove sto andando, ma so bene da dove vengo e guardo ciò che ho attorno. Non mi annoio mai..."
Ad ogni virgola Oel quasi si addormentava, e quando arrivò il punto rischiò il collasso cardiaco.
Il giorno dopo tornò per continuare il discorso e le disse: "Si, forse hai ragione, ma io francamente mi romperei le ghiandole a passare giorni interi fermo nello stesso posto. Mi cederebbero le gambe, avrei montagne di bubò fumante proprio appena dietro di me, le formiche mi entrerebbero nel naso e tutti mi crederebbero un babbeo. Tu te lo puoi permettere, perché sei una tartaruga."
Polen cominciò a rispondere. Fece notte.
Oel, dopo aver invano atteso le parole in seguito a dei puntini di sospensione, ormai all'imbrunire, tornò verso la sua tana.
I piccioni erano l'unico vago conforto in quell'isola, oltre al vulcano: ce n'era a bizzeffe ed erano stupidi come piccioni. Fungevano da trastullo, da pasto e da fertilizzante per i banani. Perfino le scimmie, di natura solitamente pacifica, li catturavano per farsene delle pantofole. Tutti li chiamavano Pugupogu, per via del verso che facevano quando un elefante si grattava la zampa posteriore destra con la proboscide. Di un altro elefante.
Oel, sulla strada, ne spiedinizzò un paio, tanto per sport. Non che avesse fame, ma che male c'era.
Proprio davanti alla sua tana, comodamente sbracato attorno ad un ramo, c'era un bel pitonazzo di due metri, verde smeraldo e dallo sguardo profondo. Era Kenser.
"So che sanche stus sscomemes ssei stanscos dis questos postoss, ma psarlares cons quellass Polentass snontifas secondomess cossì benes."
"E piantala di parlare come un serpente. Miao."
"D'accordo. Comunque il concetto era chiaro."
"Forse. Ora sono stanco, come sempre..." I suoi occhi si spensero lentamente e si addormentò in piedi.
Kenser gli sfilò dagli artigli i Pugupogu e si dileguò, lentamente.
Oel russò come un cacciabombardiere.
Aprì gli occhi che era ancora notte. Gli ci vollero pochi istanti per capire cosa lo aveva svegliato. Le sue zampe vibravano. Stancamente, il cuore batteva veloce come poche volte.
Appoggiò la zampa anteriore destra su una piccola pietra azzurrina, fece lo stesso con la posteriore sinistra e si voltò di scatto. Aveva davanti due piccole tigri, giovani e stronze.
Puzzavano di tigre e sembravano proprio quello che erano: due grandi, colossali, enormi bastarde.
La prima saltò, fece una gioiosa capriola e pettinò la criniera del leone che si era abilmente abbassato. La seconda entrò in scivolata, passò senza danno alcuno sotto il leone e fece autogol nella caverna dietro di quello. Era sì vecchio, ma aveva sventrato più papere lui di ogni gatto o lince sull'isola. Aveva aperto un rinoceronte usando solo un mignolo, aveva sgurato otto papere in una volta con un ruggito, aveva rivoltato serpenti, prosciugato paludi a suon di rutti, bevuto centinaia di noci di cocco. Con ancora il guscio.
Tuttavia il colpo della strega che gli venne proprio mentre si stava gasando gli fece capire che era il momento di telare.
Scappò per tre giorni e sei notti, non si sa bene come.
Con ancora le due tigri alle calcagna, si rifugiò nel solo posto dove quelle due non avrebbero potuto fiutarlo: sul vulcano.
Lunghi boati e colonne di fumi più o meno neri salivano verso il cielo illuminato dalla luce del mattino, e Oel camminava lento e stanco. Non ne poteva più di scappare. Gli faceva male la schiena. Attorno a lui c'era ancora qualche rado albero, dalla corteccia un po' affumicata, che aveva resistito alle recenti eruzioni. Un piccione volò oltre Oel e fu arrostito da un geyser. Centosessanta gradi d'acqua sulfurea su un tenero stupido uccellino. Che spreco di potenza.
In fondo Oel era anche curioso del vulcano, ci era salito solo due o tre volte prima d'allora, e sempre solo per sfoggiare il suo coraggio, mai per curiosità.
La vecchiaia era forse questa: andare nei posti dove prima era andato per tirarsela e mai per curiosità, per paura. E fingere che fosse curiosità.
Ad ogni modo camminava tranquillo e con la coscienza abbastanza soffocata da sembrare pulita.
Vide la coda di Quacky sparire dietro una palma appena in tempo. Una noce di cocco lo mancò per un soffio, mentre lui si abbassava per schivarla. Si rialzò molto fiero di aver schivato il colpo quando la nocedicocco rimbalzò su un sasso e lo prese su un orecchio.
Sparò un ruggito che per due secondi il vulcano tacque, in segno di rispetto.
Quacky perse ben otto peli (non gli capitava dal Triassico) e sbiancò dietro la palma. Tracky, che aveva quadrellato Oel dalla palma, cadde con tutte le sue munizioni.
-Ne manca uno- disse Oel, grattandosi l'orecchio.
Bob spuntò da dietro un sasso e Moquy da un buco nel terreno - Come uno? -
Oel, lo sguardo furbo, disse: eccoli.
-Merda, ci siamo cascati come due piccioni.-
(Dietro di loro, mentre lo dicevano, due piccioni finivano brasati da un notevole soffione boracifero)
-Già- disse Oel. -In fondo dovreste saperlo che coi leoni non si scherza mai.-
-Vero, perché puzzano.- Disse Tracky.
-No, perché ti mangiano- Rispose Quacky. Aveva ripreso il suo colore ordinario e stava provando a riattaccarsi i suoi otto peli caduti.
Bravo, disse Oel, e proseguì.
-Non ti sarai mica offenduto Oel, cosa vuoi che facciamo noi tutto il giorno in questo posto oscuro? Rompiamo le palle, giù pugnette, e poi? Rompiamo ancora le palle, perché altrimenti ci annoiamo.-
-Maledetto quel vombato.-
-Non maledire Womby!- Dissero tutte e tre in coro. Dunque intonarono:
Son Womby il Wombato
sono dolce e spiaggiato
e in sto posto desolato
mi sono, ahimé, arenato.
Sculavo senza meta
in questo mare puzzolente
mai ci fu gioia più lieta
di trovare tanta gente.
Mirtillo e tu sei bello
guarda qui che puzza fa
ho proprio voglia di un ombrello
sono dolce e spiaggiato
e in sto posto desolato
mi sono, ahimé, arenato.
Sculavo senza meta
in questo mare puzzolente
mai ci fu gioia più lieta
di trovare tanta gente.
Mirtillo e tu sei bello
guarda qui che puzza fa
ho proprio voglia di un ombrello
che mi dica quaquaqua.
Leo, quando finalmente tacquero, sbuffò. - La finite con questa canzoncina? Quando la dimenticherete? -
Womby era stato praticamente divinizzato in quei tre mesi di permanenza sull'isola. Era senza dubbio un tipo carismatico, ma era ancor più figo perché conosceva ed era maestro della Teoria Del Caos. Era un guru del settore, e anzi la insegnò a mezza isola. Le scimmie, di per loro fantasiose, gioconde e specialmente stupide, erano diventate delle adepte a velocità lampo, con gran gioia di Womby (si scapperò esclusivamente col terzo dito del piede destro per l'intera durata del soggiorno in loro onore) e con gran disperazione di Oel (non si era mai più scapperato).
-Womby è la parola-
-Il logos-
-Il cosmo-
-Il tutto-
-E il niente-
-Il fagiolo-
-E la mente-
Bob disse -cannuccia!-
Oel, stizzito, disse: "e tu che ne sai che una cannuccia non l'hai nemmeno mai vista?"
-E tu che ne sai?- Rispose bevendo da una noce di cocco con piantato un cannello di bambù.
Oel balzò in avanti, deciso a lasciarsele dietro tutte e quattro.
Ma loro erano veloci.
Leo, quando finalmente tacquero, sbuffò. - La finite con questa canzoncina? Quando la dimenticherete? -
Womby era stato praticamente divinizzato in quei tre mesi di permanenza sull'isola. Era senza dubbio un tipo carismatico, ma era ancor più figo perché conosceva ed era maestro della Teoria Del Caos. Era un guru del settore, e anzi la insegnò a mezza isola. Le scimmie, di per loro fantasiose, gioconde e specialmente stupide, erano diventate delle adepte a velocità lampo, con gran gioia di Womby (si scapperò esclusivamente col terzo dito del piede destro per l'intera durata del soggiorno in loro onore) e con gran disperazione di Oel (non si era mai più scapperato).
-Womby è la parola-
-Il logos-
-Il cosmo-
-Il tutto-
-E il niente-
-Il fagiolo-
-E la mente-
Bob disse -cannuccia!-
Oel, stizzito, disse: "e tu che ne sai che una cannuccia non l'hai nemmeno mai vista?"
-E tu che ne sai?- Rispose bevendo da una noce di cocco con piantato un cannello di bambù.
Oel balzò in avanti, deciso a lasciarsele dietro tutte e quattro.
Ma loro erano veloci.
Concentrandosi sulle asperità del terreno nel tentativo di trascurare gli schiamazzi della compagnia, Oel continuò a salire lungo la scarpata, verso la bocca fumante del vulcano. Un vecchio leone stancamente dorato, seguito da tre scimmiette saltellanti. Folate sulfuree li oltrepassavano ogni tanto, mentre il vulcano ruggiva cupo.
Quacky ad un certo punto parve notare qualcosa che si muoveva, guardò meglio e vide solamente una grossa macchia di zolfo giallastro. Lo zolfo aveva delle lunghe striature nere. Quando si accorse che aveva anche i baffi, Quacky ebbe paura.
Strillando come una picciona in amore, balzò dietro a un sasso, ne sollevò un secondo e si murò viva. Tracky e Moquy non capivano. Oel si fermò e si guardò attorno. Vide dello zolfo.
Le due scimmiette corsero a cercare Quacky, che non voleva saperne di uscire dal suo buco.
-Cos'è successo? Vieni fuori!-
-Manco per il ciuffolo!-
-Dai, non c'è nessun pericolo! Siamo qui noi...-
-Lo zolfo!-
A queste parole, Oel guardò meglio le macchie di zolfo che circondavano il gruppo, e vide che si erano spostate. Capì. Balzò in avanti, proprio mentre due grosse palle di pelo giallo impattavano l'una contro l'altra dov'era fino a un attimo prima. Una nuvola di zolfo esplose, dovevano essersi rotolate nella polvere puzzolente per nascondersi alla vista e all'olfatto, le due puzzone. Tracky svenne, Moquy perse sette anni di vita e sedici peli. Si buttarono sotto il sasso, con Quacky.
Baldanzoso, Oel disse -troie-, si scrollò la criniera con maestà, e riprese a camminare in salita.
Fece qualche decina di metri, quando sentì dei ruggiti rabbiosi: le tigri si erano riprese e stavano unghiando il sasso sotto cui si erano inscatolate le tre scimmie.
Oel, sempre più stanco e con la prostata in pezzi, afferrò un sasso e lo scagliò con forza verso le tigri. Le due belve erano già riuscite a sollevare la pietra e stavano per sedersi a tavola, quando la pietra spapperò la coda di Quacky e ottenne comunque l'effetto voluto: le fiere guardarono in alto verso il leone. Capirono che lui era il loro nemico e a grandi balzi corsero verso di lui, accerchiandolo, mentre Quacky strillava.
Oel si mise in posizione di vantaggio, su un sasso, e attese le fiere.
Il terreno attorno al masso era costellato di buche fangose, che si prestavano a degli ottimi bagni che ogni tanto, infatti, il leone si era fatto di nascosto. Da solo o in compagnia.
-Ghrr... Oel... Fetente re della gyungla... Vuoi tu essere assaggiato?-
-Ghrr... Sìsìsì sì sì sì sì sìsìsì sìsì sì- Fece l'altra, in controcanto.-
Oel, con flemma, non rispose.
-Fhrrr... Farrrremo le fusa sul tuo cadaverrrino fangoso...-
-Fhrrr... E ci diverrrrrrtirrremo un mondo.-
-Rhrrr... Puzzi come una carrrrcassa di gavialehrrr.-
-Rhrrr... Ma io ti mangiohrr comunque.-
Oel, con flemma, rispose.
-Abbecedario.-
Il tempo si fermò. Lo sguardo delle tigri divenne vitreo. Spalancarono gli occhi, si fermarono nel fango e guardavano fisse davanti a sé con uno sguardo vuoto.
Oel, gridando "Per Womby!", scattò di lato e con una precisa unghiata mancò di un metro il collo di una tigre. Con la seconda ebbe più fortuna e tosò una buona manciata di peli dalla testa della fiera ancora immobile e impietrita. Con la terza, fangosa come il piede di un maratoneta dopo cento chilometri di corsa nella terra mentre piove, sbaccellò la testa all'animale, con un sonoro "pop". Si voltò per affrontare l'altro animale, e quando non lo vide dove l'aveva lasciato, si rese conto che l'unghia che gli stava risalendo la schiena doveva essere lei, quella battona d'una tigre.
Si accasciò nel fango.
-Thrrr... Sono thrrroppo intelligente per caderrre nei tuoi strrupidi thrrrucchi da scimmia... Addio, Oel.-
Oel sollevò la testa e disse un'ultima volta: -zanne.-
-Bhrrr... Già, stavolta ci hai preso.-
E la morse.
Non Oel.
Cioè, non la tigre.
Insomma, non fu la tigre a mordere il leone. Semmai fu il dragone che sovrastava entrambi che si sciacquò il palato con la tigrotta. Oel l'aveva visto dietro la tigre, e ovviamente si era ben guardato dal dirle alcunché.
-E tu chi saresti?-
-Sono Dino, il dragottino.-
-Ah, io sono Oel, e sto delirando.-
-Molto piacere.-
-Piacere miao.-
Le scimmiette arrivarono e si presentarono all'imponente bestia, ma solo dopo aver constatato che era pacifica e dotata di senso dell'umorismo.
Dino continuò a parlare con Oel.
-Conosco la tua storia, e sono venuto a prenderti.-
-Sei la morte?-
-No, sono Dino, il dragottino.-
-Il drago bambino?-
-Sì.-
-Ho sentito parlare di te... Tu sei uno spirito, lo spirito della curiosità. Perché proprio ora che sto morendo? Mi sono trapanato le zinze per secoli, su quest'isola noiosa. Per ingannare il tempo ho abbattuto alberi cucinato piallato schiene di tartarughe maciullato sassi parlato al vento parlato al mare fatto le puzze sott'acqua parlato con Polen per due anni di fila spiedinizzato, arrostito, sminuzzato, sbarbellato tonnellate di piccioni...-
-Lo so. Ma io sono la curiosità del tempo, non del passato. Che barba, vero?-
-Che criniera.-
Le tre scimmie guardavano commosse.
-E cosa vuoi da me?-
-Voglio portarti via.-
-Dove?-
-Non lo sai.-
-Lo so.-
-Infatti.-
-Non potresti dirmelo?-
-Se te lo dicessi avrei esaurito la tua curiosità del futuro e saresti annoiato come prima.-
-Hai per caso conosciuto Womby?-
-È mio padre.-
Le scimmie, in adorazione, si scapperarono approvando. Fatto ciò, capirono che il loro tempo con Oel era finito, lo salutarono con un breve gesto di rispetto (grattatina sulla chiappa sinistra e rumore gutturale, come aveva insegnato loro il Maestro) e si eclissarono giù per la scarpata, andando a diffondere la storia del loro nuovo guru nell'isola.
Oel, indeciso tra l'essere scandalizzato, il divertito e lo stupito, era stupidito. Si sgrattò un capezzolo e assunse un'aria sbiadita e interrogativa.
-Non importa... Vieni con me, Oel.-
Oel chiuse un occhio, sollevò un mignolo e pianse.
C'è chi dice che si gettarono nel vulcano e morirono, inaspettatamente, felici di non aver saputo cosa li attendeva, chi invece sostiene che andarono su un'altra isola più interessante a fare i bagni nel fango con Womby e uno stormo di fenicottere nude. Altri invece narrano di imprese eroicomiche in territori selvaggi e inesplorati, concluse con l'apertura di un chiosco "limonate e sciroppo di banane".
C'è chi dice che si sposarono.
Ma la storia vera è questa: nessuno lo sa.
Nessun commento:
Posta un commento