Saggio breve. Destinazione editoriale: rivista specialistica.
La cultura del Novecento, più lontana dalle filosofie della certezza ad esempio di Shelling e Kant, che avevano permesso lo sviluppo di correnti quali il Romanticismo,
dà voce ad un genere di arte che non considera più la natura come dato a sé stante, perfetto, armonico e oggettivo, bensì come elemento spesso caotico, non sempre conoscibile e soprattutto soggettivo. Mentre molte delle filosofie anteriori al Novecento pretendevano di fondarsi sulla fisica e sull'osservazione dell'immediatamente visibile, con le filosofie del sospetto di Marx, Nietzsche e Freud questa concezione si deteriora.
La natura cessa dunque di essere emanazione dei sentimenti dell'artista e dello "Spirito" o di essere un ideale assoluto di perfezione e bellezza, diventando così uno spunto attraverso l'interpretazione del quale si può pervenire alla conoscenza di sé. Abbiamo quindi una visione meno dogmatica e soggetta all'auctoritas e invece più libera e critica della natura, che sfocia persino, a tratti, in contraddizione.
In un brano del libro di Proust La Nausée, il protagonista si perde ed aliena nell'osservare i dettagli di elementi del terreno, come una radice, traendone conclusioni del tutto estemporanee e assolute: nulla esiste se considerato in quanto singolo, esiste solo il tutto come insieme di tutte le cose ed interazione tra di esse. Ogni singolarità è puramente superflua. In tale brano si vede chiaramente come l'osservazione della natura conduce al dubbio, al sospetto e all'interpretazione critica anziché all'idealizzazione di un'essenza.
Allo stesso modo in Meriggiare di Montale, da Ossi di seppia, il poeta interpreta l'inconoscibilità ed estraneità della natura attorno a sé come insensatezza della vita in generale. Il caotico movimento delle rosse formiche, così come il caldo rovente e opprimente, sono recepiti dal poeta e, sotto forma di interpretazione soggettiva, diventano considerazioni più generali.
In La mia sera Pascoli svolge un ragionamento simile a quello di Montale: egli interiorizza la natura, paragonando la tempesta del giorno alla sua vita e la tranquillità della sera alla quiete che prelude alla morte. Lo spunto per questa analogia, non possiamo esserne sicuri, deriva forse da una giornata veramente vissuta dal poeta che aveva quelle caratteristiche, e che egli ha osservato e paragonato con la sua interiorità. Il poeta romantico, probabilmente, sarebbe giunto a pascersi della tempesta, amare la furia degli elementi, considerandola conseguenza del proprio stato d'animo e della propria vitalità. Questa è l'enorme distanza del Romanticismo da Pascoli, Montale, Proust e molti altri ancora.
Natura e modernità
Si può, inoltre, notare un altro mutamento del ruolo della natura nell'arte novecentesca, cioè quello che spinge l'artista a ricercare la purezza.
Sotto la pressione di un mondo in continua, ossessiva crescita e di una sempre maggiore meccanizzazione della vita e strumentalizzazione della natura, l'arte a volte reagisce cercando la bellezza e la purezza naturale, altre volte si rivolge alla fantasia immaginando un mondo utopico e antitetico a quello naturale, come col Futurismo.
Si ha dunque una natura primigenia, pura e sublime, non senza forti tratti di ostilità, eredità del romanticismo ad esempio di Blake, nella cui poesia The Tyger l'animale stupendo quanto letale incarna l'ideale del sublime.
Tuttavia l'ostilità della natura non necessariamente è vissuta come negativa, in quanto è prodotto di necessità e non di crudeltà gratuita come nel caso della violenza umana.
Nel primo novecento si hanno poi D'Annunzio, per cui la natura è perlopiù caotica, panica, selvatica e dionisiaca, e Marquez, in cui un ambiente vergine assume dei caratteri molto particolari: un paradiso di umidità e silenzio, anteriore al peccato originale, denso di gigli sanguinosi e salamandre dorate, che fa sentire chi lo attraversa un sonnambulo in un oceano di afflizione, afflitto dai suoi ricordi. (Cent'anni di solitudine)
Oltre ai tratti sublimi di bellezza letale, che ricordano anche le "femmes fatales" di Baudelaire,
e la "corruzione" dei decadenti, la natura si configura a volte anche come consolazione: l'attimo di bellezza che il bimbo di Rimbaud insegue in L'Aube, le scaglie di mare di Montale, l'urlo di gioia che il mare calmo provoca in Penna. (Il mare è tutto azzurro)
Elementi simili si riscontrano anche in Pascoli e nella poetica delle piccole cose, dove, contrariamente a quanto avviene in Proust, le uniche cose sensate sono i dettagli.
Nella letteratura del Novecento la natura ha dunque come sempre nell'arte un ruolo fondamentale, in quanto, soprattutto agli occhi di un artista, esso è tutto ciò che non esiste in sé o in altre persone.
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