lunedì 18 ottobre 2010

Un Pasto Indigesto

Primo: causalità.

Noi consideriamo frutto del caso ciò che non ha cause evidenti o conoscibili coi mezzi a nostra disposizione. Ciò non significa che quelle cause non esistano.
Tre fulmini cadono su di un crinale. Cadono in tre punti precisi, apparentemente senza alcuna somiglianza tra loro e, cosa importante, in tre luoghi distinti. È un caso che siano caduti proprio lì? Due hanno colpito degli alberi e uno si è schiantato su dell'erba. Determinati parametri quali l'altitudine, l'umidità contenuta nell'aria, il grado di ionizzazione delle particelle in quel punto, e chissà quali dati fisico-chimici hanno fatto sì che quei tre fulmini cadessero proprio in quei tre posti. Ma se quei parametri sono la causa del fatto che i fulmini siano caduti proprio in quei punti, allora quei fulmini non avrebbero potuto cadere altrove.
Certo, si direbbe, se quei parametri fossero stati diversi e se le nubi avessero prodotto la scarica in un modo lievemente diverso, i fulmini sarebbero caduti altrove o non sarebbero caduti affatto.
Ma quei parametri non avrebbero potuto essere altrimenti.
Poniamo un esperimento più semplice, condotto in un sistema chiuso e più facilmente determinabile.
Consideriamo una scatola cilindrica, con aria pura al suo interno, e uno scomparto nella fascia superiore che possa essere ritratto dall'esterno, facendo cadere verso la base del cilindro un oggetto appoggiato su di esso. Mettiamoci sopra un dado a sei facce.
Un fisico, o quantomeno un programma di simulazione fisica al computer, è in grado di calcolare con millimetrica precisione gli spostamenti cui andrà incontro il dado una volta fatto cadere.
Se noi mettiamo il dado con l'uno verso il basso, ad esempio, una volta lasciatolo cadere, posto che il dado sia un cubo pressoché perfetto e che la superficie inferiore sia liscia, il programma ci dirà che la faccia superiore dopo la caduta sarà il cinque.
Quando è la nostra mano a lanciare il dado noi non sappiamo quale numero uscirà, ma il non conoscere la risposta ad una domanda è ben diverso dal postulare la non esistenza della risposta! Se lanciamo il dado in un certo modo, questo cadrà in un modo direttamente conseguente, e produrrà necessariamente un certo numero. Se lanciamo il dado in un altro modo, idem. Il fatto è che noi non sappiamo come lanceremo il dado, magari perché i movimenti millimetrici della mano sfuggono al nostro controllo, magari perché non potremo mai regolare con esatta precisione la distanza tra la mano e il piano su cui lasciamo cadere il dado, magari perché non sapremo mai tener conto delle asperità del tavolo o delle irregolarità della nostra mano o dei movimenti dell'aria.
È un errore tremendo considerare frutto del caso ciò che è al di là della nostra conoscenza. C'è chi attribuirebbe non al caso ma a chissà quale provvidenza queste conseguenze (un tale numero prodotto dal dado), ma non sento di considerare questa ipotesi per il momento.
Il paradosso del gatto di Shroedinger si risolve nel momento in cui la conoscenza della materia e della fisica raggiunge una precisione tale da poter determinare con esattezza il comportamento degli atomi e dei quanti. Si considera ancora una volta casuale ciò che non è determinabile. Ma attenzione: non è determinabile con gli strumenti di cui disponiamo in quel momento, siano essi scientifici, matematici, filosofici...
Risalendo all'indietro di causa in causa ovviamente si perverrà a un punto cieco, a un qualcosa la cui causa non è per noi conoscibile, forse un giorno lo sarà, forse no, chi vivrà vedrà.

Secondo: ogni cosa è causa di ogni altra cosa.

Ogni cosa è il prodotto di determinate cause, ed è a sua volta la causa di infinite altre cose. Potremmo dire che tutto è causa di tutto, nel senso che la rete di connessioni causali è forse illimitata. Non credo che il battito delle ali di una farfalla qui oggi possa essere causa diretta del tornado che si scatenerà domani dall'altra parte del mondo, ma credo che risalendo in avanti o indietro di causa in causa, si incorrerà per forza in una causa o un effetto comune ai due eventi.
Mettiamo che la farfalla sia in quel posto perché è stata colpita da una raffica di vento, raffica di vento prodotta da un abbassamento di temperatura, a sua volta causato da un'ondata di bassa pressione, a sua volta causato da blablabla e via così.
Ovviamente ogni cosa non ha una causa sola, ma anzi, è causato da un'infinità di cose. Quella farfalla è lì per una coincidenza di cause enorme e per ora incalcolabile.
Poniamo l'esempio della persona. Ogni persona è causa di tutto ciò che ha vissuto fino al momento in cui la si considera. È causa dei suoi genitori, è causa del seggiolino, del passeggino, del biberon, della tata, della bicicletta da cui è caduto, dalle strade su cui è vissuto, dal cane che l'ha morso alle persone che ha conosciuto. La vastità della rete di cause è inestimabile. Ovviamente la strada che lui ha percorso è causata a sua volta da ogni granello della ghiaia di cui è fatta e dalla vita di ogni operaio che l'ha costruita, e così via per ogni cosa di questo mondo.
Non si può sapere come le cose sarebbero andate se, semplicemente perché non sono andate così, e questo solo e soltanto perché non avrebbero potuto andare diversamente.
Pensiamo alle funzioni random dei computer: esse sono basate spesso su un semplice meccanismo, la funzione "microtime". Questa funzione prende ad esempio l'ultima cifra decimale dell'ora attuale, calcolata nel momento in cui si fa andare la funzione fino ai femtosecondi, cioè un numero da uno a dieci. Questo numero non è umanamente stimabile, non in tempo reale: qui sta l'imprevedibilità della funzione random. Il numero generato è "casuale", ovvero "causale" in base all'istante in cui decidiamo di cliccare il tasto .
Nel momento in cui ogni singolo evento è il prodotto di tali e determinate cause, esso non ha più la libertà di essere altro da ciò che è. Il dado non avrebbe potuto cadere in altro modo rispetto a quello in cui è caduto. Ciò non significa che io non possa ritirarlo e ottenere un risultato diverso, quanto che anche il secondo risultato sia dovuto a precise cause e non sfugga al causalismo. La mia volontà di influire sull'evento, cercando di modificare il corso di un evento che sembra prestabilito, può alterare il corso degli eventi. Ad esempio, se consideriamo il cilindro cavo dell'esperimento iniziale, dopo aver ripetuto l'esperimento ottocento volte, sappiamo che il dado cadrà sul cinque, se posizionato in quel preciso punto e se togliamo la barriera con una data velocità. Ma noi non accettiamo il fatto che il dado possa cadere solo sul cinque, noi vogliamo che cada su un qualsiasi altro numero, per dimostrare che possiamo alterare gli eventi. Certo!
Se tiro un pugno al cilindro mentre il dado sta cadendo, oltre a disfarmi una mano, dimostro anche che posso influire sul corso degli eventi: il dado cade sul tre.
Sono felicissimo del mio esperimento e sono un babbeo.
Infatti, il mio pugno, inserendosi in un apparentemente ineluttabile ciclo di causa-effetto, ha soltanto dimostrato di essere parte anch'esso di un ciclo, che ha interferito con un altro processo (quello del dado che cade) che altrimenti si sarebbe svolto senza il suo influsso. Il ciclo di cui sto parlando è la rabbia, la frustrazione, e il motivo per cui io ho sferrato quel pugno. Io quel pugno l'ho sferrato per un motivo ben preciso (anche se la psicologia è tra i campi più ardui in cui cercare cause o effetti precisi, ma come sempre: non sapere non significa che ci sia un caso o una volontà), per dimostrare a me stesso di poter interferire sugli eventi. Perché ho provato quelle sensazioni che mi hanno poi condotto all'ira? Perché il mio criceto è morto schiacciato da una mietitrebbia mentre io lo guardavo inerme dalla culla e sono rimasto traumatizzato (o simili). Le cause di ciò che ho fatto sono complesse da ricercare e quasi sicuramente sfuggono alla mia totale comprensione, ma esistono.
Quindi il mio sferrare un pugno al cilindro non ha fatto che diventare la causa di quel tre. Quel tre non è più esclusivamente causa del sistema-cilindro, ma del sistema-pugno-cilindro.
Potrò tirare altri ottocento pugni senza mai ottenere un altro tre, ma questo per i motivi che ho citato prima: non posso tirare due pugni con l'esatta forza e precisione del primo. Se facessi sferrare quel colpo da un meccanismo automatizzato che dosi la forza alla perfezione, avrei creato un nuovo ciclo ripetibile in cui il dado cade sempre sullo stesso numero: il tre.

Contorno: non esiste volontà, non esiste libertà.

Pensiamo. Se nessuna cosa in un dato momento ha la possibilità-libertà di essere altro da ciò che è, vale a dire, se quella farfalla è lì in quel punto e l'uragano è lì in quel punto, se il dado cade in quel modo e non può cadere altrimenti perché le sue cause lo conducono necessariamente a cadere in quel modo e non in un altro, si può dire che il dado è vincolato. È vincolato e costretto a cadere sul cinque, sul tre se inseriamo anche il pugno. La farfalla è lì perché le cause che l'hanno portata lì si sono susseguite in quel modo e non in un altro - e questo, che si chiama tempo, non può essere cambiato, che io sappia. Se fosse per noi possibile alterare a posteriori delle cause alle spalle del presente, potremmo cambiare il presente e con esso il futuro. Noi possiamo soltanto agire sulle cause in atto in questo momento, spostando un quadro, andando dalla fidanzata in macchina, correndo senza motivo nella nostra stanza d'albergo, lanciando un uovo fuori dalla finestra. Il fatto che noi agiamo sulle cause in atto nel presente non significa che il nostro agire sia senza cause: ogni gesto che compiamo ha un suo perché, come si è visto, e pertanto è il prodotto diretto e necessario di determinate cause.
Sono fermamente convinto, che oltre che alla chimica del corpo, ognuno sia influenzato da tutte le cause che l'hanno prodotto. Per dirla in altri termini, noi tutti siamo la conseguenza del nostro passato, e del passato di tutti, in quella rete sterminata che si chiama causalità. Passato e cause coincidono, l'adesso è la sola conseguenza, ma tra un istante sarà divenuto causa del prossimo istante.
Ne consegue che il libero arbitrio o la libera volontà, in quanto agire svincolato e dotato di iniziativa personale, non esiste.
Ogni cosa che facciamo ha le sue ragioni, che possono essere più o meno inconsce. Risalendo indietro di causa in causa, anche in questo caso perverremo a un punto cieco, perché non siamo delle macchine, non siamo un sistema chiuso, e siamo tutt'altro che trasparenti, per ragioni che non sarò in grado di spiegare.
Tu stai leggendo questa frase. Perché? Magari te l'ho chiesto o suggerito io, e tu, magari per curiosità (originata da...?) sei venuto/a a leggerlo. Perché? Perché l'ho scritto tra lunedì 18 e martedì 19 ottobre 2010, cercando di ordinare i miei pensieri e di tirare fuori qualcosa di sensato e sistematico da un cumulo di pensieri a metà. Perché? Etc, etc, etc...
Se considerassimo il sistema chiuso (?) universo, compreso di moscerini, raggi cosmici, bachi da seta e maccheroni, fino alla più piccola vibrazione del più piccolo atomo d'idrogeno, e se inserissimo tutti questi dati in un computer sufficientemente potente, questo potrebbe predire con esatta precisione il futuro; si può dire forse che in esso presente, passato e futuro non avranno più senso. Questo computer oggi non esiste, né esiste la nostra conoscenza della materia fino ai più intimi segreti del quark. Oggi. Domani, chissà.
Credo sia possibile visualizzare l'uomo come una pila di fogli. Ad ogni istante che passa, nuove cause si aggiungono, nuovi fogli in cima alla pila, a ispessire ciò che siamo. Un uomo anziano ha più esperienze alle spalle, più tempo, più cause, è un essere più complesso di un neonato, e ha meccanismi più incomprensibili alle spalle. Ma non solo le esperienze in senso stretto contribuiscono a formare le nostre cause: credo che ogni istante porti nuove cause al nostro bagaglio, perfino quelli trascorsi in sogni che non ricordiamo. Se un giorno ci fermiamo mentre stiamo camminando, in mezzo a una piazza, e contiamo fino a cinque, lo facciamo per determinate cause, e quel momento, anche se è apparentemente vuoto, è causa di tutto il nostro futuro essere. Credo che in fondo ogni causa sia parte delle conseguenze. Magari l'esito complessivo resterebbe invariato se io a cinque anni non avessi schiacciato quella farfalla, non avessi bruciato quell'aeroplanino di carta, magari non sarei apparentemente diverso da ciò che sono, magari invece sì, seppure di poco, ed è ciò che credo io.
A questo punto devo dire che nell'asserire che la determinabilità del comportamento della macchina uomo, devo prima postulare che l'uomo sia un sistema deterministico e che sia, appunto, una macchina. Se non esiste anima, se il ragionamento è fondato esclusivamente su meccanismi chimico-fisici, se non esiste nulla di metafisico nell'uomo (e nell'universo) allora i miei ragionamenti potrebbero avere un senso.
Altrimenti, passerò a Sant'Agostino.

Frutta: perché possiamo (possiamo?) fregarcene allegramente.

Questo è un punto aperto.
Nel momento in cui noi capiamo che il nostro agire non è frutto di "volontà" per come la chiamavamo prima, nel momento in cui ci rendiamo conto che tutto è frutto esclusivamente di cause meccaniche e che non esiste il caso, che non esiste altro che un'arida e gretta causalità, potremmo essere tentati di pensare che nulla ha più un senso, che siamo predestinati e che non avendo scelta non c'è la bellezza del vivere.
Verissimo.
Però attenzione: è vero che non esiste "scelta" per come la intendevamo prima, è vero che non esiste caso, ma esiste pur sempre, per fortuna, l'imprevedibile. È un caos talmente ordinato, perfetto e complesso, da non essere determinabile con le conoscenze che possediamo.
Io non so cosa sarà di me domani perché io non conosco tutte le cause che potrebbero interagire con le mie azioni, né conosco le cause esatte che mi porteranno a compiere ogni singolo gesto. Posso supporre a grandi linee che mi alzerò e andrò a seguire la lezione delle dieci, ma chissà chi incontrerò lungo la strada, chissà che tempo farà, se dovrò coprirmi con la giacca o no, chissà...Basti pensare che non so nemmeno quale sarà la prossima frase che scriverò. Ora lo so. (Prima di scrivere il punto, non avevo idea che avrei inserito questa parentesi, ma l'ho fatto)
Qui sta la bellezza del mondo! Qui la curiosità!
Noi continuiamo imperterriti a crogiolarci nella nostra ignoranza, e meno male! O no? Per come la vedo in questo momento, è preferibile un mondo di buio e ignoranza a un mondo di ovvietà, almeno abbiamo ancora la curiosità del vivere, il gusto della curiosità...
Quindi, in sostanza, per come la vedo io, la conoscenza di tutte queste cose è puramente accessoria e superflua, non ha alcun ruolo se non quello di far riflettere, perché anche prendendo atto di queste cose potrebbe non cambiare nulla. Ciascuno ha il diritto di reagire ad ogni stimolo nel suo personalissimo modo - o meglio, reagirà come le sue cause lo condurranno a reagire.
Io, dopo aver formulato questi pensieri, ho dovuto reagire con la Teoria del Caos, che è qualcosa che mi affascina anche oggi e che continuo a "praticare", quando mi riesce. Questo perché, come tutti, sono conseguenza delle mie cause, e queste mi hanno condotto a pensare in un certo modo e hanno fornito i presupposti per questa teoria e per le altre, per tutto ciò che sono e ciò che sarò.
Sto dicendo che il passato non può essere cambiato, e che non avrebbe potuto andare diversamente, sto dicendo che nemmeno il presente può essere altro da ciò che è, sto dicendo che nemmeno il futuro lo può essere, con la differenza che ai nostri occhi ignoranti il futuro non è noto, quindi se vorremo avere l'illusione di modificarlo (perché la nostra scelta di farlo o meno non è una scelta, ed è già determinata da sempre, ed è pertanto un'illusione) potremo comunque averla.
Di fatto, è come se avessimo già tutti scelto.
Non dico nemmeno di far decadere ogni principio morale, di cadere nel relativismo... O forse sto dicendo proprio questo. Non so ancora. Secondo me non ci sono cose giuste e sbagliate, ci sono però cose che non ho voglia di fare e altre che ho voglia di fare, coerentemente con ciò che sono: la conseguenza delle mie cause. Pertanto, se il mio essere mi porta ad agire in un certo modo in una data direzione, ho la responsabilità della sincerità verso me stesso, a prescindere dall'origine di tutto ciò: io, essere ignorante, non so cosa sarà il domani, ma posso provare ad influenzarlo affinché mi piaccia, con tutte le mie forze. Questo perché sono curioso, perché il nostro limite è quanto di più prezioso abbiamo...
Determinate cause hanno fatto di me una persona che ad esempio disprezza la violenza, e anche se so che questa mia caratteristica è prodotto esclusivamente del mio passato, e che non è la mia volontà ma il determinismo a far sì che io inorridisca a vedere un uomo pestato a sangue, io inorridisco. Mi viene naturale. Quando ciò non mi verrà più naturale, se mai accadrà, sarà per delle cause precise.
Spesso una persona viene giudicata colpevole o meno di un gesto in base alle sue conseguenze, non alle sue cause. Questo è una conseguenza inevitabile ed è un problema. Il fatto che un ladro rubi perché ha fame non lo giustifica mai.
Ma questo ladro aveva scelta?
Il fatto perché un uomo uccida una bambina implica che lui abbia scelto come avremmo scelto noi? No. Io non sono causato in modo tale da comportarmi come quell'uomo, per questo non ucciderò nessuna bambina. Se fossi causato in quel modo, lo farei, con o senza sensi di colpa, a seconda delle mie cause.
È un gravissimo problema, e per ora non mi sento in grado di approfondirlo e affrontarlo come si deve. Si vedrà.
Buon appetito.

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29 Ottobre 2010
Dolce: panna cotta.
Assumendo per un attimo il pasto fin qui ingerito come premessa, mi si presenta il problema dell'ipotesi "infiniti universi". Stando a questa teoria, ogni istante, a seconda delle scelte di ciascuno, si generano infiniti universi di cui noi non siamo che un risultato, parte infinitesimale del groviglio di universi possibili. Se in questo istante al posto di leggere questo tu decidessi di saltare gridando "Macarena", seguiresti quell'universo parallelo anziché quello in cui non gridi nulla e leggi queste righe. Potenzialmente, in ogni singolo attosecondo, tu puoi compiere infinite scelte, dalla più probabile alla meno improbabile di indossare delle mutande di alghe fucsia. Quindi, ogni istante produce infiniti universi. Vedi il film "Butterfly effect": il protagonista, alterando un evento del passato, ricalibra l'universo sulla base di quella scelta, che ha avuto effetti a cascata modificando radicalmente la sua vita. Si può anche dire che lui non ha alterato l'universo, ma è saltato ad un altro universo: l'universo in cui ha fatto quella scelta anziché un'altra.
Ma, secondo quanto abbiamo ingerito finora, questa ipotesi non è del tutto vera: se ogni evento è causalmente connesso col seguente, in ciò che potremmo chiamare tempo, ogni evento è anche diretta conseguenza del passato, e non potrebbe essere altrimenti.
Si escludono le infinite diramazioni delle scelte semplicemente perché non esiste scelta: se io anziché scrivere questo pasto avessi deciso di contare le giraffe con sette zampe e la proboscide, questo pezzo non esisterebbe. Ma questo scritto esiste (voi lo state leggendo): perché io sono stato causato a scriverlo e non ho semplicemente scelto di farlo. Quindi non esiste alcun universo parallelo in cui questo scritto non esiste: perché affinché un evento si verifichi tutte le sue cause devono condurre a quell'evento, e le sue cause sono tutto il resto dell'universo inteso come causa, pertanto se ammettiamo che un evento abbia due modi possibili in cui svolgersi, dobbiamo ammettere che esista una variabilità all'interno della catena di cause-effetti: dobbiamo ammettere, in altre parole, che una causa possa condurre a due effetti. Con quale arbitrio? Mah...
Ogni causa concorre alla costituzione della prossima causa, non di due o più cause.
Se vogliamo ammettere l'esistenza di più universi, allora dobbiamo presupporre che all'inizio della catena di cause-effetti vi sia stata una scelta. Di chi, o di cosa? Boh... Però ipotizziamo che la singolarità che ha prodotto il big bang abbia avuto una seppur minima variabilità: ipotizziamo che abbia avuto tre o quattro modi in cui esplodere, mettiamo anche infiniti. Una volta esplode facendo una forma a fungo, un'altra volta esplode in un lampo verde, un'altra in uno rosso, et cetera... Sto sparando, ovviamente. Ad ogni modo ipotizziamo che ci sia stata una variabilità(o se non nella forma/colore dell'esplosione, magari nella quantità di antimateria che riesce ad annichilire la materia). In questo caso l'universo avrà avuto due, tre, cinque, infiniti modi in cui svilupparsi di conseguenza.
Ma solo se ammettiamo che ad un certo punto la catena delle cause si possa interrompere o si sia interrotta, allora possiamo ammettere l'esistenza di più universi.

6 Novembre 2010
Dolce II: Tiramisù.
Abbiamo bisogno di sapere che le nostre scelte valgono qualcosa per poter vivere. Valgono qualcosa = hanno un senso = esistono.
Questa credo sia una frase che vale più o meno per tutti... O comunque, questo discorso vale per coloro per i quali questa frase è valida. Me incluso.
Innanzitutto mi piacerebbe capire cosa significa sapere. Porrei un importante distinzione tra il sapere e il credere. Tanto per cominciare, il sapere per come lo intendo io è uno stato di conoscenza non influenzato dalla volontà cosciente. Io so che queste righe sono scritte in italiano, io so che questo tavolo è grigio, non lo credo, lo so.
La credenza invece è più simile a una convinzione, è qualcosa che può essere smentito e che ammette una verità alternativa. Io credo che la mia macchina non possa andare al di sopra dei 170 all'ora, anche se non sono mai andato a tavoletta. Io credo che l'italiano sia una bellissima lingua. Queste sono convinzioni basate su fondamentalmente opinioni, ammettendo la scissione verità opinione. Ai fini di questa discussione ammettiamo che esista una verità, e che tutto non sia solo un'interpretazione.
Dunque, per riassumere, quando noi diciamo di sapere che una cosa è in un certo modo, significa che ne siamo convinti, che abbiamo l'assoluta certezza che sia così, e che siamo anche convinti della genuinità delle nostre affermazioni, in cui la nostra volontà o qualche pulsione tendente all'utile e non al vero non hanno avuto alcun ruolo. Ad esempio, quando io ho posto qualche riga sopra come ipotesi che esiste una realtà, non potrei dire di saperlo, ma semmai di crederlo. Ovviamente ci sono altri casi in cui non è così e c'è qualcuno che dice di sapere cose che in realtà solo crede per un secondo fine, o ci sono casi in cui persone credono in cose incredibili e dicono di saperle o di conoscerle, e le trattano come verità mentre sono ai nostri occhi solo interpretazioni. Ma questo è un discorso che ci interessa fino a un certo punto. Fatto sta che chi dice la frase all'inizio è genuinamente convinto della verità di ciò che sta dicendo: noi dobbiamo sapere che le nostre scelte valgono qualcosa per poter vivere.
Non dobbiamo porle come dubbi, non dobbiamo credere in un senso delle cose, dobbiamo sapere che ce n'è uno, che esiste.

Ora, attenzione.
Abbiamo appena detto che la conoscenza della verità presuppone, così come è stata posta poco sopra, uno stato di conoscenza disinteressato e genuino, in cui il fine del conoscitore è la verità e non l'utile. Rileggiamo la frase sopra e capiamo che c'è un conflitto di interessi.
Noi abbiamo bisogno. Bisogno di sapere. Io crederei un pelo più onesto dire, dunque, che abbiamo bisogno di credere che le nostre scelte valgono qualcosa. Però questa frase toglie all'originale il suo significato più potente: nega esplicitamente che le conoscenze acquisite in merito alle scelte possano avere un valore di verità, cosa che prima era solo implicita.
Noi possiamo anche credere in sciocchezze, ma quando crediamo, se siamo convinti, diciamo spesso di sapere. Se non vogliamo apparire insicuri o anche semplicemente umili-fragili, allora diciamo sapere. Ammettendo però la buona fede, diciamo di sapere solo quando la nostra convinzione raggiunge un certo livello.
Ma quando si è in una condizione di bisogno, perlopiù inconscio, chi può dire dov'è la buona fede? Il bisogno ci impone di credere che una data cosa non sia una credenza ma una conoscenza, non un credere ma un sapere. Il bisogno ci fa credere di sapere.

Da tutto questo ingarbugliamento di significati cosa voglio tirar fuori? Sto cercando di dire che il significato che noi attribuiamo alle scelte è puramente arbitrario, è dettato e determinato dal bisogno, dalla condizione di necessità in cui ci troviamo.
Se noi crediamo di sapere che le nostre scelte hanno un senso, è perché abbiamo bisogno di credere di saperlo.
E beh?
Ne consegue che il valore che attribuiamo alle scelte non è vero, non è autentico, non è disinteressato, non è reale. Infatti sappiamo che dove l'utile (= la volontà o il bisogno) inferisce, viene negato il valore originario e originale della cosa di cui si sta parlando: si interferisce, altera, modifica. Quest'albero ha le foglie verdi. Io per qualche strana ragione ho bisogno che siano rosse. Collego il tronco a una flebo di succo di carota e dopo due giorni sono tutte rosse. Qual è il vero colore delle foglie dell'albero?
Perché Cecilia non crede in dio? Perché non ne ha bisogno. Quando sarà vecchia e si annoierà e le sue vecchie credenze saranno cadute sotto i morsi della vita, magari avrà bisogno di credere in dio. Dunque comincerà a sapere che esiste un dio. Lo sentirà proprio, magari lo vedrà pure.
Come possiamo fidarci dei nostri "sappiamo"?
Possiamo vivere di soli "crediamo"?
O forse è un bisogno anche questo..? Forse perfino il mio credere e non sapere è frutto di un bisogno, anzi, di certo.

E questo è ciò che credo.

8 Novembre 2010,
(Caramello sulla Panna Cotta): un esempio.
Mi è venuto in mente un esempio.
Giannino è un cittadino dello stato Asfergese. Lo stato Asfergese è l'unica democrazia diretta presente al mondo, e richiede un costante coinvolgimento politico della popolazione: Giannino va a votare ogni giorno per qualcosa. Lui è un pensionato, non ha un pesce da fare, si annoia tutto il giorno: votare è la sua occupazione primaria e la sua unica ragione di vita, è il suo modo per dire al mondo "io ci sono".
Tutti gli altri cittadini di Asfergia sono impegnati politicamente quanto lui: votare è il primo diritto-dovere della democrazia, e tutti lo fanno molto volentieri, per il bene proprio e degli altri, e per banale senso civico.
Il governo purtroppo, negli ultimi anni si è corrotto, ed è diventata una dittatura mascherata da democrazia: il governo sistematicamente altera i risultati delle urne e distorce gli esiti dei referendum a suo vantaggio.
L'affluenza alle urne è così drasticamente calata: chi andrebbe mai a votare se sapesse che il suo voto non verrebbe preso in considerazione? Avrebbe senso esprimere la propria opinione a un sordo? Tu forse andresti a votare se sapessi che il tuo voto non verrebbe nemmeno conteggiato? Io no.
Beh, Giannino ha due scelte davanti: prendere coscienza del fatto che il suo voto non conta, farsene una ragione e smettere di votare, oppure ignorare i fatti, paraocchi e paraorecchie e andare a votare convinto.
Perché dovrebbe "scegliere" la seconda opzione? Perché se non lo facesse, la sua vita smetterebbe di avere un senso, starebbe tutto il giorno davanti alla tivù e aspetterebbe di morire di calcoli.
Secondo me, "sceglierebbe" la seconda. (Tra virgolette perché di scelta non si tratta.)

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