Mi guardo le mani. Uno stupido tic continua a portarmi una mano a stropicciarmi la pelle attorno agli occhi, a volte le labbra. Ovunque vedo che alle persone non basta, che la gente è in crisi, che la gente ha bisogno non solo di credere, ma di volere qualcosa. Ovunque vedo, in varie salse e con contorni più o meno insipidi, tentativi di fare ciò che molto elegantemente si chiama motivare le persone.
Ma perché c'è così tanto bisogno di motivare? Motivare? Una volta la gente la si uccideva e basta, alla peggio la si truffava, la si fotteva, ora la si motiva. Spesso varie ragioni mi portano a non credere istintivamente nella buona fede dei siddetti "motivatori", ma tralasciando questi casi mi chiedo: perché?
Noto or ora che di fianco al computer cui sto scrivendo c'è un foglietto che ho raccolto per strada, di alteracultura, una cosa che non ho ancora visto come si deve. Sopra però c'è scritta una cosa che ora ho bisogno di dire: Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dubbi, non già di raccogliere certezze.
Sono passato in due fasi più o meno conseguenti e successive, nell'ultimo periodo. Ho trascorso un periodo disperato, frustrato dalla vita e da eventi avversi, con sbandate più o meno vigorose verso burroni senza ritorno, (o così è stato nel mio immaginario mondo di percezioni in ottima fede) in cui avevo un bisogno intollerabile di volere. Avevo bisogno non solo di vedere soddisfatti i miei bisogni (primo tra i quali questo), ma anche di trovare qualcosa di cui avere bisogno.
Percepivo un così profondo distacco dalla mia vita e dagli eventi, dalle cose in generale, pur restandone profondamente ferito in certi casi, che avevo bisogno di avere degli obiettivi, degli orizzonti, qualcosa in cui credere, o semplicemente qualcosa da volere. Credevo nell'eros, nell'amore come mancanza, nell'amore come distanza che cerca di colmarsi con la continua coscienza della tristezza che la distanza stessa implica. Ero un assetato in un deserto, a caccia di miraggi. La mia frase preferita era voglio volere.
La seconda fase è stata strana, e non è facile parlarne anche perché credo di esserne ancora dentro. A questo punto avevo realizzato che alcuni obiettivi non avrei mai potuto ottenerli, nemmeno se me li fossi posti/imposti come tali. Capivo, o meglio credevo, che il desiderare ardentemente qualcosa non l'avrebbe col solo desiderio reso più vicino a me. Credevo anche che senza il desiderio non ci poteva essere progresso, ma che il desiderio non doveva più portarmi sofferenza. Non so, forse è sbagliato dire questo, non è così che la penso davvero. Credo che ogni desiderio non possa non portare sofferenza, perché l'eros resta comunque quello che è: una nostalgia.
Ecco, si può dire che ho avuto nostalgia del futuro. Lo vedevo come qualcosa di cui sentire la mancanza, non perché fosse già accaduto, quanto perché avrei potuto non (ri)percorrerlo.
Mi spiego meglio. Mi percepivo il futuro come una malinconica speranza. Malinconica ma non triste.
La tristezza non poteva esserci perché il futuro non avrebbe avuto colpa della sua inesistenza, nel caso in cui non si fosse presentato (arrivato al presente). La colpa sarebbe stata mia? Nemmeno.
In questa seconda fase, anziché gli obiettivi, ho sentito un irrefrenabile bisogno di cause.
Sono passato dal nuotatore senza orizzonte al nuotatore senza spiaggia. Dalla padella alla brace, insomma. Il primo, se per caso o per sfiga non riuscisse a raggiungere ciò che si (im)pone, può sempre rassegnarsi e tornare a riva, scazzato ma vivo. Il secondo mica tanto. Forse è proprio per questo che ho un disperato bisogno di branchie e adoro Tim Burton e Big Fish.
Ho avuto insomma un'inversione di tendenza, una tentazione non a chiedermi dove vado, ma perché sono dove sono e non altrove, o perché voglio andare dove voglio andare, perché voglio ciò che voglio? Non più voglio volere, ma voglio sapere perché voglio ciò che voglio. A parte il fatto che sono passato da un'affermazione a una domanda, e già la cosa mi fa sorridere, le due cose sono radicalmente opposte.
Il bello è che già nella prima fase uno dei miei concetti preferiti era il bisogno di domande, più che di risposte: in un certo senso mi sono accontentato.
Queste cose sono già un primo fatto, sebbene frutto di sole considerazioni "al volo".
Ora, tornando al punto di partenza. Forse c'è una distanza peggiore delle altre tra me e ciò che vedo in molte delle persone che mi circondano. Queste persone sono alla ricerca di obiettivi, pur restando idealmente ancorate a quelle che vorrebbero essere solide basi. Io invece mi percepisco come alla ricerca delle basi. Questo è il mio orizzonte.
Se è vero ciò che credo sull'eros, si può desiderare qualcosa solo non avendolo (o non credendo di averlo, che nel caso delle basi è quasi la stessa cosa) e io vivo su un filo. Ora, qual è il senso di ciò?
Io credo che sia nell'onestà intellettuale, altrimenti detta "autenticità". Ma in inglese suona meglio: self-authenticity. Autocoerenza. Che poi ha qualcosa della dignità. Ovviamente il bello della coerenza è che è relativa, ovvero chiunque sano di mente ha o trova una sua coerenza, (se non ci riesce, impazzisce) e allo stesso tempo è fallibile. Come se ogni persona guardasse un quadro, e ciascuna lo vedesse di un colore diverso. Chi giallo, chi verde, chi blu, chi più blu o meno giallo. Ma la cosa più stupenda di tutte è che secondo me queste opinioni sono in contraddizione tra loro: non possono coesistere. Se non possono coesistere in una stessa persona, significa che sono contraddittorie perché ledono la coerenza o la self-authenticity che dir si voglia. E, se ammettiamo l'esistenza di una qualsiasi verità, dobbiamo anche ammettere che di quelle opinioni ce n'è una vera, e le altre sono false.
Non so quale sia la mia delle molte, e lo dico in tutta sincerità. La mia sola preoccupazione al momento è quella di non ledere la mia self-authenticity, di non tradire me stesso e il mio equilibrio.
Qui si parla di equilibri.
Se la self-authenticity di ognuno di noi ci porta a vedere le cose in un dato modo, un cambio di prospettiva viene automaticamente rigettato. È ovvio! Niente chiusure mentali, niente ottusità, ma puro istinto di sopravvivenza. Se l'autocoerenza di una persona crolla con la consapevolezza dell'interessato/a, questa persona va fuori di testa. Ma è ovvio! È naturale! Questa persona, abituata a vivere se va bene con degli obiettivi (arrivare a fine mese, fare due figli, farsi la vicina di casa...) si vede mancare la terra sotto i piedi, le basi!
Il modo più sicuro per non cadere è non avere gambe.
Wow che frase! Non vorrà dire niente ma pazienza. Proseguiamo.
Le persone che continuo a vedere attorno a me, è un periodo in cui mi perseguita questa visione, sono ossessionate da una ricerca di senso della vita. Ma questo senso non è una spiegazione, non è soltanto una ragione, è di più, è una direzione. O, nel migliore dei casi, un mezzo. Un vettore.
Vettore = ha una direzione, un'intensità, un verso.
Direzione = obiettivi.
Intensità = volontà. Maggiore è, meglio è.
Verso = bene. Il Vettore tende sempre alla felicità individuale o del cosmo, a un ordine, a un bene, a un giusto.
Questi Vettori, inoltre, sono anche ciò che ci suggerisce il termine stesso: qualcosa che porta da... a.
Forse l'esempio è in sé imperfetto, ma racchiude alcune verità. Le persone trovano una ragion d'essere di questo vettore negli obiettivi che questo gli fornisce o permette di raggiungere. Io invece faccio una fatica immonda a vederla in questo modo, ora che ragiono per cause. Io vedo la ragion d'essere di questi vettori nelle cause che li hanno prodotti.
Non m'interessa in questo momento di vedere come sono le persone dopo aver percorso il vettore, ma per capire cosa questo è, preferisco conoscere la condizione delle persone prima di averlo abbracciato.
Un po' per esperienza, un po' per sensazioni, dico che il 99,9% di queste persone, prima, erano tristi (o idem si credevano tali), insoddisfatte, scazzate, ubriache, quel che vi pare, ma che erano in una condizione di mancanza. Eros.
Cosa fa un uomo che annega? Cerca terra, non orizzonti. Cerca le sue basi, non più i suoi obiettivi. A quel punto cosa succede? Magia: esiste un vettore. Questo ti porta verso gli obiettivi. Facile, veloce, sicuro, sembra una pubblicità di automobili. E funziona! Funziona. Il vettore ti dice: punta all'obiettivo. Vai, sei figo, puoi farcela, devi farcela!
Questa cosa mi lascia senza fiato. Vado a terra, cado in ansia, un'asma cerebrale da cui non mi sembra di poter uscire. Ho paura.
Il vettore fa in modo che la tua base sia l'obiettivo. Non esiste nient'altro oltre a te e ciò che vuoi.
Il resto non deve riguardarti. Ci sei solo tu e le cose che vuoi, il resto è fumo negli occhi, è falso.
Il vettore non crea basi, le sostituisce, le rimpiazza.
Provo a fare un esempio.
Lucilla è scazzata. Ha 23 anni, studia come una pantera ma non riesce a prendere più di 22, non c'è niente da fare, è una capra. Le muore il gatto, la sorella si droga e il padre vota Berlusconi. Lucilla è davvero alle pezze, è distrutta. Va una bella sera, invitata da un'amica, a un gruppo in stile alcolisti anonimi dove all'improvviso il mondo le è amico, sorrisi, altre persone distrutte, tutti che si vogliono bene, tutti che si adorano, e le viene proposto un vettore. Le dicono massì tentare non costa niente (non ha nulla da perdere, la Lucilla!), semai sei sempre in tempo ad andartene, qui siamo una grande famiglia, una volta uscita di qui sarai una persona felice, vedrai che funziona, sarà dura dovrai mettercela tutta potrai sempre fallire ma se ci metterai tutta te stessa ti andrà bene di sicuro. Lucilla ci sta. Perché no? Tu non ci staresti? Tentar non cuoce. Lucilla comincia ad andare alle serate con questi signori. Cominciano a dirle poniti degli obiettivi, e prova con tutte le tue forze a raggiungerli. Obiettivi prima piccoli, poi sempre più ambiziosi, vedrai che ti sentirai meglio. Lucilla comincia, sfiduciata, ma diventa man mano sempre più entusiasta, mentre ottiene obiettivi sempre più alti. Comincia col sollevare una mela dal tavolo, obiettivo notevole, e dopo aver constatato che era alla sua portata, comincia a porsi l'obiettivo più emblematico di seppellire il gatto morto. Fatto anche questo, comincia a convertire il padre e lui passa a Fini, è già un progresso. Incoraggiata, mette la sorella sulla retta via. Lucilla è felice come una pasqua. Va dai suoi amici e gli dice bravi, siete gentilissimi, grazie di avermi salvata, mi pongo come obiettivo, tra gli altri, di salvare anch'io tutte quelle povere persone sfortunate che ci sono al mondo che come me non aspettano che di essere salvate.
(Infatti si nota presto come tutti i vettori gratuiti abbiano come requisito fondamentale quello di autodiffondersi: ogni membro ha in qualche misura il dovere morale-incoraggiamento a propagare l'insegnamento ricevuto a più persone possibili, quasi sempre senza alterarlo. Invece i vettori a pagamento, come quelle società che per una tal cifra ti "rimotivano" e fanno sedute di gruppo a aziende o gruppi di privati, hanno tutto l'interesse di tenere per loro gli insegnamenti impartiti, per una banale questione di concorrenza. Trovatemi uno solo che dopo essersi fatto pagare 1000 euro per una seduta ti dica "ecco, ora puoi e devi andare in giro e farlo a più persone riesci".)
A parte questa considerazione, Lucilla adesso è felice. Felice come una pasqua.
Ci sono però alcuni problemi. Ha trovato la sua gioia, ma non una sua self-authenticity. Quella le è stata data dagli altri. Ogni vettore ha infatti una sua base teorica, spesso, più o meno ampia, in modo da giustificare in modi più o meno esoterici il perché bisogna fare così. La sua self-authenticity è caduta quando suo padre ha votato il Berlusca, quella che ha adesso, "mi do un obiettivo e lo raggiungo" non è che uno scopo momentaneo in una cornice che continua a non averne. L'obiettivo è tutto vale a dire che il resto può essere trascurato.
Ovviamente uno può avere quanti obiettivi vuole, ma questo pone un fondamentale enigma. Questa selettività nel decidere obiettivi, non lascia al di fuori, non esclude, non affetta la libertà di scelta e ciò che è la nostra realtà?
Il fatto che Lucilla fosse triste perché il gatto cui teneva tanto le è morto, non cambia col semplice escluderlo con un altro obiettivo: comprarsi un gatto nuovo. Lei è ancora triste per il suo Fuffi, il comprarsi un Virgola può essere un'ottima conseguenza, ma è causa della sua tristezza.
Io ho paura che qui si stia esorcizzando e demonizzando la tristezza. Senza tristezza non c'è eros. Se hai degli obiettivi è perché ti manca qualcosa. Se non ti manca nulla e hai obiettivi allora è avidità. Infatti molti vettori impongono dei limiti morali oltre i quali l'ambizione non è più buona cosa.
Io ho paura che Lucilla voglia comprarsi un Virgola solo e soltanto per paura di ammettere a sé stessa che Fuffi è morto. (il che sarebbe self-authenticity)
E cosa c'è di male? Prima era triste = male, adesso è felice = bene, lasciale avere il suo Virgola in pace.
Io non lo so. Lederei la mia self-authenticity se facessi una cosa simile. Se volessi essere felice, e se per ottenere questo obiettivo io volessi volere qualcos'altro.
Io ho paura che la mia volontà non sarebbe autentica se tendesse alla volontà stessa.
Io ho paura che Lucilla voglia volere Virgola perché ha paura di ammettere che in realtà vuole soltanto Fuffi.
Io ho paura che ogni persona che si imponga obiettivi estranei a ciò che è dominio dell'autenticità cada automaticamente nell'autoinganno.
Mi muore la figlia --> voglio volere --> voglio un'altra figlia, voglio un cane e una promozione, voglio la felicità (ma in realtà io voglio soltanto tornare indietro nel tempo, voglio soltanto mia figlia, voglio soltanto rivederla - e in realtà soprattutto io non sono felice)
Perché tutta questa paura di ammettere che non si è felici? A parte rari momenti di crisi o rare persone o davvero malate o altre eccezioni, tutti stanno sempre bene. Ma in realtà c'è sempre qualcosa che va male.
Per trovare una propria felicità, ognuno ha bisogno di ritagliarsi degli obiettivi e di escludere momentaneamente, di sospendere, le cose al di fuori della propria portata. Per vivere.
Per sopravvivere su di un filo sopra l'abisso, uno deve smettere di guardare giù. Tutti dobbiamo.
La vera self-authenticity, se esiste, sta nella quiete, nel conoscere la tristezza e non averne paura.
Si ha scelta solo quando si sa di avere due strade. Io so di poter cadere nell'abisso e so di poter sopravvivere. So che potrei saltare giù e che potrei camminare lungo il filo fino al bordo. So che potrei scivolare lungo il percorso o che potrebbe non succedere. E queste due opzioni mi si presentano come pari. Allora io ho scelta. Allora c'è libertà, se mai c'è.
In realtà il discorso è ancora più complesso perché la scelta saltare-non saltare il più delle volte è vincolata da istinti basilari cui non posso sottrarmi (in altre situazioni, chissà).
Lucilla in realtà non ha bisogno di imporsi credenze che non ha (= tradire la sua self-authenticity) per ottenere la felicità. Se questo è ciò che vuole (come tutti) è ovvio che ha la possibilità di raggiungerla. Può. Non è detto che accada, ma può.
Alla fine è una questione di priorità, come dice qualcuno. Ho domande cui non trovo risposta.
La libertà è un prezzo equo per la felicità? E la self-authenticity, la coerenza lo sono?
Cos'è la felicità?
Se io fossi disperato, alle pezze (come sarò tra poco, se vado avanti a mettermi in crisi con questo discorso), non "cederei" anch'io? E di cedere si tratta?
La mia self-authenticity mi dice che non mi cospargerò di pepe verde mentre sgozzo un pollo per ottenere la felicità che cerco, ma se mi morisse la figlia? Se la mia vita si accartocciasse? Non sarei disposto a nuotare in carriolate di letame pur di vivere ancora un po'?
Odio gli organismi o le ideologie virali che sfruttano la disperazione nel cuore delle persone.
Se qualcuno mi dicesse in quel momento vieni, tutti possono farcela, ti aiutiamo noi, poi sarai felice, io non andrei?
Cazzo sto male.
9 Novembre 2010.
Cambiamo noi invece di cambiare ciò che ci distrugge, questo è forse il discorso.
È più facile, dannatamente più facile, cambiare noi stessi anziché cambiare il mondo che non ci va bene, questo è forse il discorso.
Mi balza alla mente un esempio. Io, per 14-15 anni, sono stato costretto dai miei genitori a sparecchiare la tavola dopo i pasti. Era una cosa che odiavo, prendere in mano i piatti sporchi, specialmente se c'era stato il pesce, metterli in lavapiatti sporcandomi le mani che diventavano appiccicose... Non so, lo detestavo proprio. Ovviamente ho anche trovato di peggio nella vita, ma non ero costretto a farlo tre volte al giorno. Ad ogni modo, quante volte, quante, i miei genitori mi dicevano di farmelo piacere, dato che non mi piaceva.
Io avrei anche potuto da un giorno all'altro, schioccare le dita e decidere che sparecchiare era la mia attività preferita. Avrei potuto, ma non l'ho fatto. E perché? Forse per quella che mi sforzo di chiamare coerenza.
Ovviamente la verità si può addolcire con giochi e immaginazione, e questo probabilmente non è sbagliato: se avessi ad esempio immaginato che a ogni piatto che avessi messo a posto, io avrei acquisito un superpotere e avrei potuto uccidere uno dei miei compagni di scuola beh, sarei corso a sparecchiare tutti i giorni col sorriso malefico. E in questo non vedo nulla di male, perché è un gioco, uno scherzo cosciente, è una fantasia, non una convinzione. Non un credere, ma un fare.
E guardacaso mi viene in mente che io ho sempre fatto giochi di fantasia, nella mia vita, perfino ieri notte tornando a casa. Non ho mai abbandonato questa volontà... Forse è il mio personale antidoto alla verità: che sono una nullità.
Ad ogni modo, riprendendo il discorso, è più facile decidere di farsi piacere qualcosa che cambiarlo. Spesso, ahimé, perché non si può cambiarlo. Muore un amico. Non posso cambiarlo. Posso però farmelo "piacere", ovvero considerarlo come una sfida verso me stesso, considerarlo come un volere del fato, considerarla come una cosa che sarebbe accaduta in ogni caso prima o poi, in realtà lo sapevo, e non avrei potuto farci niente, in fondo non mi stava nemmeno così simpatico, e quello schiaffo che gli avevo dato era motivato.
Ma, capite? Questo non è vero.
È molto più facile indossare lenti colorate che dipingere foglia per foglia alberi che non sono verdi.
Molto.
C'è chi continua a dire che cambiare è la cosa più difficile, che il lupo perde il pelo ma non il vizio, e queste sono cose vere (non per tutti però), ad un livello cosciente.
Se io decido che per piacere a quella data persona devo diventare all'improvviso uno sbruffone contapalle e perdipiù bigotto, posso provarci. Posso anche farcela, ma sarà molto dura.
Se invece il cambiamento mi viene imposto e suggerito dalla necessità, allora tutto diventa molto più facile per una banalissima ragione: o ce la faccio, o muoio. La necessità ci mette sempre con le spalle al muro. Sempre. Io a novant'anni, sempre che ci arrivi, sarò talmente stufo di tutte una serie di cose, che dovrò abbracciare una religione per non lasciarmi morire. Spero in cuor mio che questo non accada, perché avrò accumulato abbastanza bellezza da vivere anche dopo.
Resta il fatto che chiunque abbracci un vettore fa esattamente questo: si adatta pur di non cadere, assorbe pensieri non suoi al solo fine di "vivere meglio", o di sopravvivere. Acquisisce una nuova forza - esterna - per colmare una mancanza interiore, senza colmarla.
Ancora faccio fatica a capire per quale ragione l'assumere comportamenti, credenze, opinioni, idee altrui al fine di vivere meglio sarebbe un male. Dall'altra parte, invece, perché il farcela da soli, il vivere senza scendere a compromessi con sé stessi, senza imporsi nulla, senza costringersi ad accettare un altrui che non è nostro, dovrebbe essere un bene?
Apparentemente, per come l'ho dipinto io finora, lo schema dovrebbe essere:
Spontaneità = verità = bene. Farcela da soli, autenticità, senza imporsi nulla, self-authenticity.
Artificiosità = falsità = male. Farsi aiutare, cedere alla necessità, voler volere, vettore.
Ma, di fatto, la situazione comprende anche un altro lato della faccenda che va considerato:
Verità = male.
Falsità = bene.
Infatti, come ho sempre ammesso, è più facile cambiare sé stessi che quella parte di mondo che ci fa schifo, e questo conduce alla falsità, ma ovviamente a fin di bene: quello che otterremo alla fine (si spera) è la felicità.
Viceversa, la strada dell'autenticità è la strada della sofferenza, perché si starà bene quando ci sarà da stare bene, ma si starà male quando ci sarà da stare male, cosa che con la falsità si può facilmente evitare. È la strada dell'imprevedibile: se domani ti muore la moglie, sarai impreparato, dovrai trovare le tue armi, non sarai pronto a tutto, come invece può esserlo chi si cela dietro a strati e strati di scudi immaginari.
E c'è un altro fatto importante: che la bugia funziona. Anche la verità, ma la bugia funziona. Si può vivere di bugie, si può vivere imponendosi di credere di essere brave persone, si può vivere volendo volere e volendo credere di essere così anziché cosà, di volere cosà anziché così. E a questo consegue un altro fatto molto importante: che così facendo, il più delle volte, si vive meglio.
Inutile tirarla per le lunghe: la vita a volte è davvero uno schifo. Natura matrigna, natura escort diciamola come ci pare, ma la sofferenza è sempre alle porte. E avere la via di fuga pronta non fa schifo a nessuno, né a me, né a voi.
E allora cos'è questo pregiudizio che mi fa rifiutare a priori e posteriori la strada della menzogna? Perché? Se la menzogna facesse davvero bene, e funzionasse, ciascun essere umano, fondamentalmente egoista, dovrebbe abbracciarla. O forse tutti lo facciamo senza rendercene conto, magari tutto quello che sto scrivendo è frutto di un mio bisogno di credere di sapere di credere di sapere. Anzi, di sicuro lo è.
Abbiamo tutti bisogno di credere di sapere di credere di sapere. Sembra uno scioglilingua mentale ma ha un senso.
Ieri mi sono reso conto che questo mio pregiudizio deriva essenzialmente da una insaziabile voglia di verità. Voglio le cause, non voglio gli effetti, voglio pormi cause tali da poter essere felice, non voglio avere come fine la felicità, a costo di ingannarmi e pormi finte cause che non ho.
Alla fine sto solo cercando la coerenza, ma mi accorgo che anche questa è basata su un paio di principi, che ancora non so come spiegare:
Spontaneo = bene. Natura, causalità pura, desiderio, eros.
Artificiale = male. Artificio, volontà, inquinamento da utilità.
Qual è la distanza tra il naturale e l'artificiale? Io me lo sono chiesto qualche anno fa. Ero in montagna, su un prato verdissimo di fianco a un laghetto abbastanza fangoso. Ho visto un palo della luce in lontananza e ho guardato l'erba. Mi sono reso conto in quel momento che ogni cosa che l'uomo possa costruire è fatta di cose che ci sono in natura. L'albero è fatto della stessa materia del mio cervello, il filo d'erba della stessa materia dei magneti del CERN di Ginevra che sparano protoni al 99,9% della velocità della luce. Mi sono detto che l'artificiale di fatto era un derivato della natura su cui l'uomo aveva interferito.
Oggi so che quest'interferenza è prodotta dall'utilità: ci è più utile un palo della luce che un tronco d'albero, ci è più utile del cemento armato che della sabbia.
Forse il discorso è lo stesso: ci è più utile vivere di menzogne che vivere di realtà. Il vecchietto di cui parlavo sopra e di cui già non mi ricordo più il nome, è costretto a scegliere la menzogna non già dal fatto che è stupido, o cattivo, o che crede nel governo attuale, questi sono aggettivi che noi diamo: lui è stato portato a continuare a votare perché gli è più utile che restare a casa e convincersi di non avere più un ruolo nel mondo, dato che è solo come un cane e tutto il giorno guarda beautiful.
Chissà, forse mi sforzo tanto nella direzione della verità perché è più utile (ora, qui, adesso) per me. Forse domani avrò preso tante vergate dalla vita che non mi sarà più utile come adesso, continuare a credere nella verità. A quel punto mi rifugerò nel mio mondo di marziani, di superpoteri e di forze nascoste.
Io sento così aliene, così alienanti, tutte queste illusioni di cui vedo circondarsi le persone... Io le sento lontane. Come ti sentiresti tu se vedessi il tuo migliore amico all'improvviso cadere. Lo vedi cadere. La vita lo ha distrutto. Ha perso il lavoro, ha perso la casa, ha perso tutto. All'improvviso compare una persona che lo salva, forse è un suo amico d'infanzia che non vedeva da un secolo. Pur di uscire dalla merda in cui effettivamente è, lui comincia a credere nei marziani. Diventa uno scientologist o anche peggio, comincia a credere di essere uno gnomo verde, e solo quando fa uno strano rituale spalmandosi di pomodori la faccia, può rivelare la sua vera natura e esplode in tutta l'ira repressa che ha, sgozzando un maiale mentre balla in tondo sulle punte dei piedi. Io di certo non sarei molto tranquillo. Però lui sta bene. Così è felice, o almeno così riesce a vivere.
Ha tradito la sua self-authenticity (e questo è un male?).
La verità è un prezzo troppo grande per la vita?
O forse rinunciando alla verità si comincia inevitabilmente a sopravvivere anziché vivere?
Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dubbi, non già di raccogliere certezze.
Io voglio che si smetta di avere bisogno di certezze.
Io voglio che nessuno si scandalizzi più davanti a niente, che tutti sappiano che ci sono sempre due possibilità: l'accadere e il non accadere di qualcosa, e che queste possibilità sono neutre.
Io voglio che si smetta di avere voglia di volontà.
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