giovedì 4 agosto 2011

Puc

Mi son gutato piangendo. Sì, è la prima volta direi. Le lacrime fredde che mi colavano lungo le guance, che fastidio quando una arriva nelle orecchie.
Non avevo mai considerato prima d'ora il suono delle lacrime sul cuscino. Un puc soffice ma severo, sembra che il cotone sia diventato granito, per l'occasione. Mi sono deciso, alzato, e ora scrivo.
Gutarsi in quello - o questo - stato è strano, senz'altro, ma la fitta più potente di altre, molte altre. Stavo leggendo il Mio libro, sdraiato sulla pancia, ero stanco e ho smesso, fissando il soffitto, ho pianto. Volevo andare dall'autore, mica io, quello vero, e chiedergli perché, come ha fatto, perché lo ha fatto, come. Cosa, soprattutto, sì, soprattutto quello. Cosa hai combinato. Ma le domande perdono significato e diventano accuse quando pronunciate dalla bocca che conosce il sapore delle lacrime. Sono solamente salate. Le tre s che formano il serpente d'acqua ora asciutto sulle mie guance.
Io qui sul letto eppure sono altrove, sono in infiniti altri tempi, a vivere le storie che invento, senza quasi accorgermene senza quasi farlo apposta, non so più se loro vivono in me o se io vivo in loro, non so se io vivo in me o se io vivo in me, e c'è una bella differenza. (Fichte può picchiarselo dritto dove dico io, perché non sono uguale a me stesso.) Aggiunte superflue a un fondo già abbastanza nero da poter essere detto lontano.
Vorrei ringraziarti sai, no, forse solo farti domande, perché ho un po' paura a lasciarti parlare, ho paura di sentirmi deluso, e ancora più solo. Piango forse perché sono solo? No, la notte è mia, le cose mi danzano attorno appena smetto di guardarle e la Terra continua a girare. La terra gira sempre, comunque.
Non ci rendiamo mai veramente conto di tutti i nostri comunque. I nostri comunque sono ovunque, nella quotidianità, nel domani, nel passato, nell'istante, nella coscienza, nelle stelle, nei fili d'erba e nei cammelli nelle crune degli aghi, sono, comunque siano.
Ora i miei comunque sono almeno sedici, quindi sono molti di più. Ho paura a contarli, ho una paura matta. Forse è la paura? No, la notte aiuta sempre chi aiuto chiede. Se non fossi così stanco prenderei un foglio e proverei a ricalcare la luna, appoggiato al vetro di una finestra. Mi accorgerei allora che stanotte la luna non c'è.
Tornerei a dormire con più sonno di prima, e la faccia piena di pruriti per quelle - queste - stupide lacrime.
Sono troppo vivo per riuscire a pensare che tutto attorno a me è capace di sensazioni, troppo vivo per ammettere che esista qualcosa al di fuori di chi esiste, troppo vivo per, alla fin fine, vivere.
O non sono riflessioni queste, no, così lineari questi caratteri e vorrei scioglierli in un'ampolla e poi ficcarmici dentro pure io, capello per capello. Non c'è nessuno in grado di smantellarmi fiocco dopo fiocco e infilarmi nella pozione che eppure io stesso ho preparato per quel nessuno.
Anni. Anni per preparare il favoloso infuso che qualcuno un giorno per sbadataggine rovescerà. O e allora non ci sarà più niente da fare, no no, più niente che richieda prepotentemente di essere fatto, eseguito, risolto, compiuto.
Ogni dado sarà già stato tratto, alla faccia di ogni Cesare del mio postfuturo.
Io sono un sarto, ogni giorno un filo.

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