martedì 9 agosto 2011

Momento Di Violenza

Cara June,
bisogna avere tanta violenza nel cuore, certi giorni. Non so, forse è colpa del mondo, delle televisioni, dei caffèlatte e del fatto che ci alziamo troppo presto la mattina. Magari è il vestirsi rischiando continuamente di cadere per un piede incastrato nella gamba dei pantaloni. Forse sono le porte che cigolano o gli specchi, che ti fanno impazzire.
Sì amore, sono proprio felice di averti qui. Appena finito di scrivere queste righe, mi alzerò e verrò da te nella camera di fianco, ti darò un bacio, poi ti solleverò un po' la gonna giusto per ricordarmi che hai delle belle gambe e poi ti darò un altro bacio per chiudere la parentesi.
La violenza ci accompagna tutto il tempo, tutti i giorni, ogni secondo io la sento bussare contro i vetri degli scrupoli e le porte della tranquillità. Una bustina di camomilla a volte salva la situazione. Ma non oggi. Non ora. Non nel mio momento di violenza.
La violenza, amore mio, è una cosa difficile da giustificare e da spiegare, e sì, se te lo stai chiedendo, ha bisogno di entrambe le cose.  Ce n'è di vari tipi, ma tutte sono accomunate da una cosa. No, so a cosa stai pensando: non è l'odio. A volte si è violenti per amore, come quando ci si annienta per qualcuno, lo si fa per gioia, non per sofferenza. Lo si fa soffrendo, è vero, ma l'obiettivo è l'amore, la gioia. Violenza in generale è una sola cosa: il desiderio.
Il desiderio è violenza, il desiderare è violento. Il bambino che vuole una caramella non la vuole con tranquillità. Io che voglio un caffè non lo voglio in quiete. Nulla si desidera senza un po' di violenza.
Veniamo ora alle giustificazioni. Non che io senta di dovertene, mia cara, ma ti conosco bene e so che saresti felice di essere qui di fianco a me ora a cercarle e scriverle. Violenza e desiderio hanno una radice comune, che è il bisogno. La violenza, come ogni bisogno, è una necessità.
Non si sfugge amore mio, no, nemmeno tu ne sei immune. La tua gonna bianca è sporca, della stessa violenza di cui oggi mi sono vestito come un abito nuziale. Sull'altare io sono salito con un coltello in mano, June, lo sapevi? No, no, non vorrai crederci, ma io ho un cuore nero di violenza.
Perdonarmi ora spetta solamente a te, ma io sono sicuro che quando verrò da te le tue mani saranno aperte come quando le ho lasciate dieci minuti e tredici secondi fa, e non disdegnerai un abbraccio dal tuo vecchio marito. Vecchio si fa per dire, chiaramente.
Però, non possiamo nemmeno lamentarci, giusto? Sedici anni di matrimonio sono più che dignitosi, specialmente per due persone piene di desideri come noi.
Il mio desiderio, la mia violenza, è particolare. Ogni tanto mi prende quando sono stanco, e allora rimane indeterminato e nebuloso, quasi stagnante, e comincia a sprigionare odore di marcio. Mi tappo le narici e vado avanti, ma senza equilibrio. In quei momenti la mia violenza non ha una direzione, è un sole nero che pulsa e brucia in ogni direzione, un vulcano a rovescio che assorbe a gelide ondate tutto ciò che di tiepido c'era nel mio cuore. Il mio desiderio non ha un oggetto, in quei momenti io sono un uomo che ha profondamente bisogno.
Ed è lì che la tensione sale, che la violenza prende forme nuove e le unghie si conficcano nei palmi delle mani e il sangue che sembra quasi il mio cola lungo i polsi e dai gomiti cade sulla seta bianca.
Inebriante. O meglio, alienante, ma felice come la mattina di Natale. Mi sento di nuovo bambino, così bambino e felice che cercherei la mia mamma, le aprirei le gambe e mi arrampicherei di nuovo là dentro. E tutto sarebbe naturale come mangiare una mela. Di quelle verdi, un po' acerbe ma già dolci.
La mia violenza è un brivido che non sa da dove uscire e mi scuote finché non ho più foglie e non mi resta che strappare le radici e correre via da qualche parte, ovunque, da nessuna parte.
Oh, amore mio, se potessi aprire uno spioncino e sbirciarmi dentro, ogni tanto, che paura che avresti del mio bisogno. Ne saresti terrorizzata, lo vedresti vivo e vero lì di fianco a te, e tu saresti un fantasma impotente nella mia visione di violenza. Una ragazzina giovane, stupenda, ma bella come la più bella delle cose, sdraiata su di un letto con le due mani legate alla sponda del letto. Io sdraiato alle sue spalle che fremo e mi muovo velocemente. Lei ha gli occhi infossati e lividi, scuri, chiusi. Ha poco da lamentarsi, le do da mangiare due volte al giorno, e lei in cambio deve solo stare ferma. È mora, ha dei capelli lunghi, un po' sciupati a dire il vero, non so da quanto tempo è qui, forse tutta la vita, da quando ho scoperto che è così bella.
Vedi, amore? Vedi? Questa è la mia violenza, è questa. È qui, tangibile. No, quelle sul foglio non sono lacrime, è entrata un po' di pioggia dalla finestra. La mia violenza è quella stanza, è quella corda, quegli occhi. Soprattutto quelle palpebre abbassate e tese, ad ogni colpo. I suoi seni che rimbalzano, anche se saldamente stretti nelle mie mani.
Lasciatelo dire, tu non mi hai aiutato, oggi, mentre mi strillavi addosso perché non ti aiuto mai in casa, sto sul divano a leggere il giornale, dici, ma senti chi parla, che passi le ore al telefono con le tue amiche. E poi con tutto quello che spendi in smalti, pinzette, mollettine e shampoo, ci finanzierei un ospedale a sei stelle in Ruanda. Oh, le gambe di quella ragazzina... Lisce, morbide come bolle in una vasca. Le tue in confronto sono zampe di yeti. Forse è anche per questo, senza contare la nostra simpatica figlia minore che piangeva come un'ambulanza con la lingua bifida vibrante proprio contro il mio timpano sinistro, che mi ha fatto diventare stanco. E proprio quand'ero stanco, mi vergogno un po' a dirlo, ho capito che era uno di quei momenti. Questo è stato il mio piccolo giorno di violenza.
Già lo sapevo, anche se non avevo ancora ben chiaro il da farsi. Prendere le forbici è stato un primo passo, ma non era ancora nulla di decisivo. Quando la sirena, che già stava esaurendo le note del suo repertorio e stava per passare ai diesis, oltre a strapparmi i capelli ha anche cominciato a tirarmi un angolo della bocca con le sue ditine ancora sporche di una di quelle pappette orrende che solo le impiegate pubbliche sanno preparare, e quando tu hai rincarato la dose di insulti con una buona serie di rimostranze circa il mio acquisto di una nuova falciatrice, e quando è arrivato anche il figlio maggiore a chiedermi le chiavi della macchina, sì, amore mio, in quel momento mi sentivo davvero cupo.
Un pesce rosso cade sul tappeto. Guizza sì, muove la coda ovunque e si dibatte, ma nessuno lo raccoglie, finalmente silenzio, e tutti guardano per terra, meno l'ambulanza che ormai ha gli occhi chiusi, e la lingua sul tappeto.  Poi se non ricordo male mi sono alzato, e ho fatto un po' di potature. Sai June, le piante hanno bisogno di cura, altrimenti appassiscono, come te. Quando ti ho conosciuta lavoravi in quell'ufficio e avevi proprio violenza di sole, si vedeva. Ti ho amata subito, mi ci è voluto un attimo. Ma ci ho messo un'eternità a capire quell'istante. Sai, prima credo di averlo capito per la prima volta, l'ho compreso, l'ho stretto in pugno come una foglia, improvvisamente secca perché in questa casa non c'è un bravo giardiniere. Ma io rimedio a tutto. Ho dovuto improvvisarmi anche sarto temo, perché il tuo vestito, costato quasi quanto un pancreas al mercato nero tra l'altro, non ne voleva sapere di bucarsi in prossimità del tuo petto. Era caldo una volta quel petto, sì, me lo ricordo, poi improvvisamente si è spento, forse è invecchiato, o forse qualcuno si è seduto sul telecomando, ad ogni modo mi manca.
Beh, June, penso di averti detto tutto. Sono proprio felice di essere finalmente riuscito a scriverti questa lettera. Proprio felice. Così felice che quasi quasi torno a leggere il giornale.
Ti amo.

Aleth.

Nessun commento: