venerdì 9 settembre 2011

Qualcosa Comunque Qualcosa

C'era una volta una cosa. Questa cosa, che non ne aveva mai avuto uno, voleva semplicemente un nome. Ma un nome era un'altra cosa, e così nacque il primo amore: una cosa che ne voleva un'altra. La cosa però non sapeva bene come fare a trovare un nome, e in realtà non sapeva nemmeno benissimo cosa fosse un nome, però alla fine chi sa con precisione cosa vuole prima di averla? Nessuno. Dunque la cosa decise innanzitutto che per avere un nome il primo passo era quello di trovare un nome di suo gradimento. Per avere un nome doveva evidentemente essere qualcosa, perché nessuna cosa che non sia una cosa ha un nome. Quindi il primo passo in realtà era capire bene che cosa fosse, questa cosa che la cosa era. Si guardò, dall'alto in basso e dal basso in alto, e non vide granché.
Però si rese conto di una cosa: che per potersi guardare e per poter avere tutti questi pensieri e bisogni, la cosa doveva senz'altro essere qualcosa. Cosa, non si sapeva ancora, ma comunque doveva essere qualcosa.
I suoi pensieri erano tutti un po' strani e distanti, come se fossero stati pensati da qualcun altro e poi trapiantati nella sua testa come capelli finti.
La cosa pensò che pensare era una cosa, e così nacque la prima arte: una cosa che ne faceva un'altra. La cosa fece un esperimento: pensò una cosa. L'esperimento riuscì bene, la cosa fu pensata e tutto andò come previsto, senonché a un certo punto le venne un dubbio: se lei era una cosa, e la cosa da lei pensata era un'altra cosa, lei aveva pensato sé stessa o aveva pensato un'altra cosa distinta da sé? Su questa domanda si arrovellò per un paio di settimane, senza capirci niente, ma alla fine concluse che doveva in qualche modo definirsi, se non voleva correre il rischio di essere confusa per un'altra cosa. Doveva capire come era questa cosa che era, e forse così sarebbe anche riuscita, già che c'era, a capire che cosa fosse la cosa che era.
Si chiesa se fosse alta o bassa, ma non sapeva bene come deciderlo. Era semplicemente alta quanto era alta, o bassa quanto era bassa, pesava quanto pesava, non molto o poco, e aveva i capelli del colore dei suoi capelli, non di certo del colore dei capelli di un'altra cosa o di un altro colore a caso. Inoltre aveva un profumo che sapeva proprio del suo profumo, e aveva gli occhi del colore dei suoi occhi. Pensava, questo sì, e si chiese se questo bastava a descrivere come fosse la cosa che lei era. Alla fine pensare era un gesto, così come lo erano il grattarsi, il fare qualcosa, il domandarsi qualcos'altro. Quindi concluse che era una cosa in grado di fare cose e di pensare. Inoltre, dato che senza dubbio voleva capire qualcosa, quindi aveva dei desideri, era una cosa che voleva altre cose. Però anche lì, le cose che faceva, voleva, pensava, erano in qualche modo diverse dalla cosa che lei era?
Continuava a non capire.
Avrebbero potuto esserci infinite cose, oppure tre, oppure una sola, oppure dodici venticinque diciassette tremiladuecentosessantasediciotto, per quanto lei ne sapeva, e comunque fossero state le cose, lei non si sarebbe accorta di nulla e non sarebbe stata capace di scegliere tra le alternative qualora ci fossero state, dato che non aveva ben chiaro cosa fosse cosa. Doveva trovare un punto da cui partire per uscire da questa situazione. Avrebbe potuto partire dall'unica cosa di cui era certa: di essere una cosa. Ma questo l'avrebbe aiutata ben poco. Avrebbe potuto partire dal contrario, ovvero provando a pensare di non essere una cosa, ma il fatto stesso di pensarsi in questo modo la faceva sentire lì lì per scomparire, e la spaventava. No, lei era certa di essere una cosa. Poco ma sicuro. Però, era l'unica cosa o una tra le tante?
Provò a guardarsi attorno, e vide parecchie cose: un armadio,un comodino, un letto, una scrivania, dei fogli, delle matite, un portapenne, una lampada a petrolio, eccetera eccetera. Quelle erano cose, senz'altro. E non credeva di essere un comodino, né nessuna delle cose che vedeva attorno a sé, già solo per il fatto di vederle lontane e così estranee. Però tutto sommato erano altre cose, solamente cose. Quindi si chiese: ma una cosa più un'altra cosa, ad esempio il tappo di una penna più una penna senza tappo, fanno una cosa sola oppure continuano a farne due? Perché in tal caso ciascuna delle cose era costituita da un'infinità di altre cose, e così via fino a una qualche imprecisata quantità limite che poteva determinare che una cosa era una cosa. Avrebbe potuto partire da quello, ma era troppo complicato, e poi non ci vedeva abbastanza bene da distinguere un insetto da un bottone, figuriamoci spezzare un comodino in atomi e molecole. No no, si disse, questa strada non andava. Ciascuna cosa era una cosa singola, decise, e due cose sommate facevano una cosa sola. Ma seguendo questa strada si arrivava alla conclusione opposta: se comodino e letto e tutte le altre cose facevano una cosa sola, cioè una stanza, e tutte le stanze del mondo e tutte le strade e tutte le altre cose facevano appunto il mondo, e così via fino all'universo, alla fine dunque esisteva una sola cosa. L'universo. Ma se la cosa che lei era era una cosa, e esisteva una sola cosa cioè l'universo, lei era l'universo. Ci pensò un attimo, e la cosa non la convinceva troppo. Quindi decise di cambiare strada.
Si accorse improvvisamente però di aver già capito qualcosa di più su di sé, durante quei ragionamenti: era senz'altro in una stanza, e la stanza era in un mondo. Inoltre, aveva più o meno deciso di non essere né un comodino né nessuna delle cose che vedeva o toccava.
Provò un attimo a pensare alle sensazioni. Si accorse di sentire, vedere, toccare, annusare e assaporare altre cose. In particolare la cosa sentiva un rumore forte provenire da sotto di lei. Ma il rumore era una cosa, prodotta da qualcosa, sotto quella cosa che lei era. E il fatto che quel rumore le fosse giunto, era una cosa? E il fatto che la cosa che lo produceva l'avesse prodotto, era una cosa a sua volta? Si accorse che così facendo avrebbe spezzettato la sensazione del rumore in così tante parti da avere infinite cose. Montagne di cose.
Si guardò attorno e pensò al fatto di vedere. Vedeva tutte quelle cose attorno a sé, e ciascuna di quelle cose aveva un colore. Interessante, pensò. Ognuna delle cose che vedeva avevano altre cose, che non potevano essere materialmente separate da esse, ma potevano essere pensate come distinte: il colore, l'odore... Il colore di una cosa però era pur sempre una cosa. Però provò a prendere in mano un giallo, e a parte un pastello non trovò nulla da afferrare che corrispondesse a tale nome. A quel punto capì che esistevano almeno due generi di cose: quelle che si possono toccare, e quelle che non si possono toccare. E così per ogni senso: si accorse di non poter assaggiare un verde, di non poter vedere un'amarezza, di non riuscire a toccare un ronzio e di non poter ascoltare un armadio. Più un'altra serie di cose interessanti. Provò a toccare uno dei fogli che aveva davanti, e scoprì che era umido. Dentro quella cosa che si chiamava foglio esisteva un'altra cosa, bagnata e pure salata, come seppe dopo aver provato a masticarla. Annusò l'aria, che ovviamente era una cosa, e in essa trovò almeno una decina di altre cose: sudore, sole, crema, benzina, fiori, asfalto, fumo, erba tagliata, mare, ferro e profumo da donna. Quante cose potevano sovrapporsi in una cosa sola! Eppure tutte rimanevano ben distinte l'una dall'altra, chissà come facevano, beate loro. Si distinguevano perché erano diverse, pensò, e chissà come facevano.
Al che si chiese se la diversità era una cosa, e se lo fosse come avrebbe potuto prenderla.
La diversità sì, sembrava proprio essere una cosa, ma prenderla era una cosa che non sapeva proprio fare. Ogni cosa, si disse, non solo era diversa, ma era diversa da. Quindi aveva sì la diversità, ma la diversità non era e basta, era diversità da una qualche altra cosa. Il comodino era diverso? Beh, sì, ma da cosa? Da tutto il resto. Provò ad immaginare una stanza piena zeppa di comodini. Uno di quei comodini era diverso? Beh, sì, ma da cosa? Dagli altri, no, dalla stanza però sì, e era pure diverso da tutte le altre cose che non fossero comodini. Quindi la diversità era una cosa ben più complicata di quanto si sarebbe aspettata e ebbe un attimo di scoraggiamento.
La cosa cominciò a sentirsi stanca. La stanchezza era una cosa, ma aveva anch'essa una particolarità, era una cosa che si sentiva in un'altra cosa, grazie a una terza cosa ancora. Era una cosa che si sentiva grazie a un formicolio, che era una cosa, in quelle cose che si chiamavano braccia e gambe.
Gli occhi le si spalancarono enormemente, mentre si rese conto di ciò che aveva appena capito: aveva delle braccia, e delle gambe. Notò solo in seguito che nel suo stupore aveva spalancato gli occhi, e che quindi doveva avere degli occhi. Questa cosa stupì molto la cosa, il che la portò a pensare allo stupore come cosa che per una cosa produce una cosa che ha un effetto su un'altra cosa. A parte questo, alla luce di questi nuovi attributi, la cosa aveva qualcosa da cui finalmente partire. Aveva braccia e gambe, e perfino occhi. Si rese conto di essere una cosa che aveva cose utili a fare altre cose. Nella fattispecie, camminare, usare le mani, vedere. In effetti sapeva già di poter vedere, ma non sapeva ancora che per fare quella cosa fosse necessaria un'altra cosa, gli occhi.
Presa coscienza della sua composizione in cose utili a fare altre cose, fece un po' di esperimenti e col tempo, qualche giorno, o settimana, riuscì a prendere contatto con altre cose. Riuscì a dare un calcio alla scrivania cui stava seduta, e ottenne di farsi un gran male. E fu così che la cosa scoprì il dolore: una cosa che non è bella. Si divertiva, mano a mano che scopriva cose, a catalogarle in un elenco di definizioni, di richiami ad altre cose. Sperava di riuscire a tessere un reticolo di cose diverse da sé sufficientemente ampio per, per esclusione, ritagliare lo spazio che la cosa stessa occupava.
Sentì una cosa, in particolare un brontolio, provenire dalla cosa che era il suo stomaco, e intuì di avere una terza cosa chiamata fame. E fu così che la cosa scoprì il bisogno: cose cui servono altre cose. Si chiese quale fosse la necessità di tutto un simile ingarbugliamento di richiami tra cose: non sarebbe stato più semplice se ogni cosa fosse stata sufficiente a sé stessa, scollegata dalle altre, autonoma e beata nel suo cerchio di nulla? Perché tutto questo circondarsi di legami?
Si accorse un giorno che il mondo attorno a sé ogni tanto appariva più popolato del solito, come se altre cose passassero sotto il suo sguardo, ma in un tempo tanto breve da non permettere considerazioni più approfondite. Erano come ombre, scie di vapore che lasciavano a volte suoni e profumi, ma nulla di più di cose spezzettate e brandelli di altre cose.
Pian piano riuscì a muoversi, provò a prendere i fogli che aveva davanti, ad appallottolarli, farlo consapevolmente era più difficile del solito. Usare qualcosa sapendo di averlo è difficile, pensò. Dopo altri giorni di pensieri e di sforzi, riuscì a smembrare il gruppo di tre cose barattolo-coperchio-inchiostro, spargendo liquido nero e un po' puzzolente su tutti i fogli e sulle proprie gambe. A quel punto si accorse di una cosa strana. Un momento prima tutto era nero come se un camion di seppie se la fosse fatta addosso proprio sulla scrivania, e un momento dopo tutto era pulito e limpido come sempre. La cosa lo lasciò accigliato. Pensa e ripensa, inventò la causalità. Pensò che una cosa non può accadere senza che un'altra cosa faccia qualcosa che la faccia accadere. Soluzione primitiva, ma già soddisfacente. Basandosi su questo, intuì che qualcosa aveva pulito l'inchiostro. Ma qualcosa in grado di fare qualcosa, o lo fa perché qualcosa lo spinge a farlo, o lo fa per sua volontà, ma in questo caso al principio doveva per forza esserci qualcosa che aveva fatto qualcos'altro con un atto di volontà. Questo qualcosa aveva pulito, mediatamente o immediatamente, l'inchiostro.
Inoltre, la cosa era coperta di cenci e tessuti che dovevano essere vestiti, altre cose, quindi dedusse che o nei dintorni c'era una lavatrice molto grande, o quel qualcosa che aveva pulito lo aveva spogliato. Si domandò la ragione di questi fatti. L'inchiostro mica dà fastidio.
Qualche giorno dopo, e parecchi esercizi dopo, riusciva a muovere la testa e le mani, a intingere le dita nell'inchiostro e sostanzialmente spappolare ovunque manate nere d'inchiostro. Le cose si muovevano attorno alla cosa sempre più spesso, e la disorientavano, eppure le lasciavano sperare in una presenza amica.  Era una cosa ottimista, a quanto pare.
Un giorno, la cosa scoprì che se tendeva il collo come uno struzzo riusciva a capire qualche parola che qualcosa pronunciava attorno a lui quando le cose si muovevano. Era la prima volta che la cosa capiva qualcosa, e la cosa la entusiasmò. Quindi d'istinto scrisse "evviva" sul foglio davanti a sé, il dito nero d'inchiostro. Quel foglio ovviamente come sempre sparì, sostituito da un altro foglio bianco. Questo procedimento, sempre uguale, lo aveva convinto che le cose si resettavano a intervalli regolari. Qualcosa accendeva la luce, qualcosa la spegneva, qualcosa arrivava e se ne andava, a cicli più o meno brevi ma comunque regolari. Provò a stracciare serie pressoché interminabili di fogli, ma qualcosa pazientemente glieli risistemava come sempre. Il sistema non si adattava, rispondeva sempre con la stessa cosa.
Tuttavia da quel giorno scrisse sempre più cose, e ne capì sempre di più. A un certo punto, si accorse che probabilmente qualcosa parlava della cosa, proprio di lei. La cosa la lasciò esterrefatta.
Se percepiva qualcosa parlare di sé, doveva per forza essere qualcos'altro, insomma, non poteva essere sé stessa, dunque esistevano altre cose. La cosa la rese felice.
Poi a volte sembrava quasi che anche le altre cose la capissero. Altre no, ma non si scoraggiava.
Un giorno, qualche tempo dopo, riuscì ad articolare le prime parole, e ci mise un po' a sincronizzare le risposte proprie con quelle delle altre cose, ma pian piano alla cosa sembrò quasi di poter dialogare. Ci spese giorni e giorni, sempre più felice. Non vedeva l'ora di conoscere i nomi delle altre cose, e specialmente di conoscere il proprio. Ma quando lo menzionava alle altre cose, le risposte erano vaghe e perlopiù tendevano a rivolgere la domanda alla cosa stessa. Non capiva.
Finché un giorno, una cosa seduta dietro la cosa si sporse sul suo orecchio e cominciò a parlare.
- Senti, probabilmente anche tu ne hai le palle piene di sta storia, quindi smettila di fingere e ripigliati, parla e dimmi chi sei. Io personalmente sono uno di quelli che non crede alla storia della tua amnesia o totale pazzia, io credo solo che tu sia un farabutto o un impostore, ma se sei solo un mitomane ti sconsiglio di ripigliarti o potresti passare dei brutti momenti. Ad ogni modo, o ti ripigli o passerai il resto dei tuoi giorni a pucciare l'indice nell'inchiostro. Ora, nell'ordine, voglio che tu mi dica con precisione: chi era con te e cosa faceva all'ora dell'esplosione; se hai visto chi ha lasciato la valigetta, se sei stato tu o qualcuno che conosci; perché stai facendo questo. Parla e prometto che sarai trattato bene. -
La cosa era disorientata, non capiva. No, molti significati le sfuggivano e non sapeva come rispondere.
Alla fine l'unica cosa che disse fu
- Cosa? -


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