martedì 10 aprile 2012

Tentativi


Tentativi provvisori e incompiuti di economia etica.

Io ridurrei l'etica a una questione economica. Economia dei sentimenti ed economia dei soldi, perché i sentimenti costano; ma l'etica non può basarsi sui sentimenti, se vuole aspirare alla verità di scienza. Di conseguenza l'etica deve articolarsi di due momenti: un primo momento economico, in cui col solo ausilio della logica si fa un esercizio di coerenza e si determina l'economia in base a uno o più principi scelti arbitrariamente. Nel secondo momento, propriamente etico, si scende a patti con la cultura (emotiva), posto che la verità etica resterà comunque una verità logica.


Ridurrei l'etica a una questione economica anche in un altro senso: nel senso che la società di oggi è fatta col denaro, anche se potrebbe benissimo essere qualcos'altro, ma oggi è così; di conseguenza, essendo il denaro limitato, la maggior parte di noi ha poche scelte riguardo al come disporne. Una persona può scegliere di comprarsi una nuova maglietta, ma deve rinunciare ad adottare a distanza un bambino thailandese. Una persona può scegliere di mangiare cibi costosi, ma per farlo deve rinunciare a salvare la vita a un barbone di passaggio, e rinunciare alle altre illimitate possibili azioni, buone o cattive che siano.


Se ad esempio si scegliesse il principio economico del "minor dolore umano", vale a dire che si deve cercare di minimizzare il dolore presente a livello di singoli e di società, ma escludendo arbitrariamente i non umani, si traccerebbe un'economia di leggi etiche e civili, tali che ad esempio, non si può ferire il prossimo, o danneggiarlo in qualunque modo; si deve, qualora una persona sofferente esprima il desiderio di lasciare questa valle di lacrime, aiutarlo (indipendentemente dalla sua possibilità di farlo autonomamente, se il desiderio è accertato). E questo è il punto in cui si ferma l'economia, che determina "cosa è giusto fare o non fare".
Il fatto che poi alcune di queste norme vadano a collidere con la cultura è noto; ma in casi come questo sono convinto che la cultura debba piegarsi alla ben più certa e stringente logica. Di questo punto però deve occuparsi la seconda parte dell'etica, quella che determina "ciò che è possibile fare o non fare".
Ipotizziamo ad esempio una madre cui si comunichi che è incinta di un figlio gravemente autistico. Ipotizziamo inoltre che questa madre voglia tenerlo, per le sue personali ragioni.
Un figlio autistico, dal punto di vista economico, "costa" in termini di tempo, cure, attenzione, denaro, mediamente molto di più di un figlio normale. Dunque, già a questo livello, se l'obiettivo è quello del minor dolore umano, si dovrebbe scegliere di dirottare questo investimento verso obiettivi meno energivori. Ipotizziamo che quel figlio, per essere allevato fino ai 18 anni (data in cui non diventerà comunque autonomo), costi 300.000 euro e il 35% del tempo e dell'attenzione della madre. Ipotizzando inoltre che il figlio di per sé non soffra, e che la madre nel curarlo non soffra, la somma è zero. Ma. Considerando che con quelle stesse cifre la madre avrebbe potuto allevare due figli "sani" in questa società o (una cifra stimabile attorno ai) quaranta bambini africani, che senza quelle cifre di fatto soffrono, risulta una stima ben diversa da quella iniziale: meno quaranta. O, nella migliore delle ipotesi, meno due.
Resta il fatto che, se in un qualunque momento della propria vita la madre dovesse stancarsi di accudire questo figlio, sarà a rigor di economia lecito liberarsene, in quanto la sua eliminazione costituirebbe un aumento di felicità (se la scelta è stata ben ponderata, ovviamente). In questi casi, può essere utile considerare quell'autistico, o qualunque altro caso limite non autonomo, non sociale, non comunicante, non responsabile, non felice o latore di felicità, come un giocattolo costoso. Possiamo essere egoisti, volere il nostro giocattolo, o possiamo permettere ad altri di essere persone, senza giocattoli, magari.





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Tentativi di coerenza etica

SE:
1) non è possibile vivere in questa « » (Sostituire a piacere con: cultura, società, civiltà, Terra) senza contribuire seppure in minima parte al suo sistema economico-social-culturale. Questo perché ad esempio per vivere in Italia bisogna lavorare, pagare le tasse, contribuire a un certo tipo di sistema, accettarlo. Non è possibile oggi vivere in Italia senza fare uso di strutture o infrastrutture socio-economiche (basti pensare a elettricità e sanità) e senza dunque usufruire del sistema stesso, anche se non necessariamente contribuendovi attivamente.

2) il problema non è il come si usufruisce del sistema, l'uso gratis, lo scrocco, il furto, non sono categorie rilevanti in questo senso: l'importante è che lo si usa. Al di là della dubbia etica dell'atto stesso di appropriamento indebito ad esempio, resta da condannare comunque l'uso che si fa di ciò di cui ci si appropria.

3) l'argomento del "c'è qualcuno che muore di fame" non vale nel senso che "dunque non bisogna sprecare"; vale nel senso che "dunque non bisogna consumare affatto". La cerchia dei 150 conoscenti con cui si condividerebbe il pane e con cui si fa gruppo va estesa disperatamente. Va vista la fame in faccia, per poi smettere di mangiare. Non basta consumare meno, finché noi primi consumeremo più di quanto consuma l'ultimo. Abbandono in anticipo l'utopia di elevare questa logica a principio economico-sociale mondiale, e mi fermo alla scelta personale. Al futuro, l'ardua sentenza.

4) la mia morte o la mia estromissione dal sistema comporteranno un mancato guadagno del sistema stesso (relativamente molto elevato: è la somma di tutto il denaro che passerà per le mie mani dal momento in cui lascerò il sistema in avanti).

Allora:
è mio dovere lasciare il sistema. (Fuggire dal cerchio.) O cercando un posto dove sia possibile vivere. O cessando semplicemente di consumare egoisticamente l'aria di tutti.

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