"Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti."
Nonostante io detesti questa frase per la sua insolenza e per la sua sfacciataggine nel provare a sbattere in faccia le colpe di ciascuno, non trovo nulla di più adatto per girare un'apparentemente stabile frittata.
Continuamente noi rivoltosi ci laviamo le mani della crisi e di quanto va male, colpevolizzando lo stato e i "poteri forti". Ma non uno, dall'alto dei microfoni o delle camionette in manifestazione, che non dica "non vogliamo pagare una crisi non nostra".
Non uno che provi a far sua quella frase su in alto e dica "ma non è che siamo coinvolti pure noi?".
La retorica del "la crisi non è nostra, è delle banche, è dello Stato", mi ha stufato. Indubbiamente la bolla speculativa che ha provocato i vari crolli e le altre contingenze prevedibili che hanno condotto all'attuale stato di cose sono ANCHE colpa loro, o forse anche totalmente colpa loro, ma se anche è così, noi nel rimproverarli sembriamo dei bambini capricciosi che nello sgridare il bambino più grande col barattolo di marmellata in mano, intanto ci lecchiamo le dita perché abbiamo rubato pure noi.
Ora lo dico forte e chiaro: la crisi è anche nostra.
Ciascuno di noi ha in tasca, appeso al collo o alle orecchie, in mano o sotto le dita il suo pezzetto di crisi.
Il suo pezzo di crisi lo sta indossando, e basta guardarsi attorno per trovarne centinaia.
Ipotizziamo che noi siamo tutti polli da allevamento. Il computer da cui scrivo, le cuffie che ho alle orecchie e da cui ascolto Citizen Erased, Citizen Erased, il cellulare che ora sta squillando, sono alcuni dei miei pezzetti di crisi.
Questo è come abbiamo scelto (più o meno consapevolmente a seconda dei casi) di vivere. Questo è ciò che per adesso ancora consapevolmente vogliamo. E la crisi è quello che ci spetta.
La crisi è una crisi di coscienza.
E ciascuno se ne prenda la sua fetta.
Ai fanciulli che dalle camionette zompanti di musica tunztunz sanno solo gridare "la colpa non è nostra, siete voi brutti e cattivi" io chiederei di guardarsi allo specchio. Lo scintillante portatile da cui sparano Caparezza e musica rivoluzionaria è un pezzo di crisi. Le casse con cui assordano noialtri dietro gli striscioni, pure.
Non è solo una scelta estetica quella di tornare alle manifestazioni senza camionette e senza musica. Se qualcuno vuole manifestare, lo fa anche se non c'è il tunztunz.
Questa non vuole essere una critica ai modi della manifestazione, quello andrà discusso in un altro luogo. Questa vuol essere una critica alla cecità dei brillanti retori che o per arringare le folle oppure semplicemente per sembrare a sé stessi dei paladini dell'onestà e dell'innocenza, dimenticano di fare in un modo o nell'altro parte del paradigma contro cui si battono.
Certo, nessuno di noi l'ha scelto, questo paradigma.
Certo, lo si può cambiare, nessuno l'impedisce (tranne noi stessi, ma questo è un altro discorso).
Certo, nessuno vi impedirà mai di dire la vostra.
Certo, anche a me, che sono colpevole quanto voi, questo paradigma sta scomodo.
Sto semplicemente dicendo che secondo me, la modalità più intellettualmente onesta e onesta per ottenere ciò che vogliamo, è guardarci per un attimo nelle tasche, e chiederci cosa stiamo facendo.
La crisi non è nostra?
Chi di noi non è un cittadino della società dell'avere?
Gli unici uomini sulla terra che possono a diritto dire di essere innocenti relativamente a questa crisi, sono quanti non fanno parte dell'assetto socio-politico-economico che ha contribuito a produrla.
Nessuno qui sta provando a privare qualcuno dei propri diritti e doveri, perché sono convinto che il nucleo e il cuore pulsante di ogni democrazia nonché di ogni giustizia e scelta sia nella consapevolezza.
E questa io provo a stuzzicare, a irritare, a schiodare dal suo letto di chiodi con queste parole.
venerdì 2 dicembre 2011
Riflessione di colpa - Crisi di coscienza
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