- Ciao, io sono Sam, tu come ti chiami?
- Piacere, sono Robin.
- Dunque, prima di incominciare a parlare ho bisogno di farti delle domande dopo averti fatto vedere delle immagini, ti va bene? O preferisci farlo dopo?
- Va bene...
- Allora, cosa ci vedi?
- Beh, la risposta più immediata sarebbe una farfalla, ma è quello che con tutta probabilità dicono tutti i presunti sani di mente che lei vede qui ogni giorno, dunque con tutta probabilità è sbagliato.
- Come fai a dirlo?
- Credo semplicemente di sapere che le apparenze più immediate sono quelle che tutti colgono e sono perlopiù fuorvianti. Ci sono caduto fin troppe volte e non voglio più farlo, dunque mi lasci pensare.
- ...
- Allora, potrebbe essere il riflesso di due draghi che si specchiano ai due bordi di una pozza. Altrimenti potrebbe essere il risultato di uno sputo su un vetro seguito da una passata di fiamma ossidrica. Altrimenti sembra un disegno fatto da qualcuno con l'intento di spingere chi lo guarda a cercare di capirne il senso, con il fine ultimo di tentare di capire le menti altrui. Risposta giusta?
- ...
- Sì, effettivamente la mia è una domanda sciocca, in quanto nel suo lavoro non esistono risposte giuste o sbagliate, esistono solamente risposte, e relativi nessi logici che le generano. Che casino la mente umana eh!?
- Sì...
- Finito con le immagini?
- Sì... Beh... Ora possiamo passare al dialogo... Dunque, mi hanno detto i tuoi genitori che sei depresso e pensi al suicidio. È vero?
- Si.
- Perché?
- Perché sono triste.
- Come mai?
- Non lo so bene, ma sento che la mia vita è... Indegna.
- Cosa vuol dire?
- ...
- Vuoi dire che ti senti inferiore?
- No. Molto spesso anzi sono arrogantemente conscio della mia presunta superiorità verso qualcuno.
- Allora vuoi dire che ti senti represso?
- Non saprei, ma innanzitutto non so perché sto qui a parlare della mia vita-morte con lei.
- Perché i tuoi genitori ritengono che tu abbia bisogno d'aiuto.
- Io invece credo che se non ce la faccio a sopravvivere con le mie sole forze la mia vita non mi appartiene più.
- Io posso solo aiutarti a capire come fare a sopravvivere, di certo non mi impossesserò della tua vita.
- Non importa, lei ha le sue idee, e se mi convince della loro correttezza, io la penserò come lei, dunque non sarei più me stesso come prima.
- Tu sarai sempre te stesso, sarai solo migliorato.
- Cosa genera questa arroganza che le fa credere che il diventare come lei significhi migliorare?
- Qui le domande le faccio io. Io ho una vita felice e non penso al suicidio, può bastare?
- No, perché se porre fine alla propria vita è una scelta, può essere ben più duro compiere una scelta del genere che vivere una vita come la sua.
- Dunque, dato che sei meglio di me, saprai di certo come mai io non ho pensato mai in vita mia al suicidio.
- Perché ha avuto dalla sua vita tutto ciò che ha voluto, o ne ha perlomeno avuto l'illusione. Ovviamente io non la conosco, e posso solo presumere che la sua cosiddetta "vita" sia e sia stata degna di tale nome, e posso solo sperare che i suoi desideri siano stati Desideri con la "D" maiuscola. Se i suoi desideri infatti fossero stati frivoli oppure ininfluenti oppure falsi, allora non sarebbe un uomo felice come dice di esserlo, sempre che ovviamente lei non si sbagli e sia inconscio del suo stesso stato d'animo e incapace di discernere la felicità dal grigiume che viviamo tutti i giorni. Bel problema per uno psicologo, no?
- ...
- Chiaramente lei, se avesse avuto desideri frivoli, senza alcun dubbio li avrebbe subito soddisfatti, raggiungendo così uno stato che lei potrebbe definire felicità. Ma se i suoi desideri fossero veri e autentici, con la "D" maiuscola, allora sì che potrebbe veramente sapere di essere felice. Lei è sicuro di avere avuto e soddisfatto almeno momentaneamente i desideri autentici?
- ... ... Siamo qui per parlare di te! Allora, tu hai bisogno di aiuto. Io sono qui per dartene.
- Io ho bisogno di aiuto nel momento in cui voglio essere salvato. Non è il caso. Per avere la voglia di lottare dovrei avere la forza di sognare. Temo di non averne più o perlomeno non abbastanza.
- ... Cosa vuol dire questa cosa? Non hai più sogni?
- Ho perso la mia fiducia in loro.
- Beh, è una cosa molto comune alla tua età... Hai 16 anni giusto?
- No, 17, comunque ti ripeto quanto detto prima: quello che è comune è raramente giusto. Questo ovviamente non mi contraddice: io sono ben conscio della scorrettezza nei miei confronti della mia sfiducia, ma non ho il potere di controllare i miei sogni, dunque sono conscio della loro lontananza ma non posso fare nulla.
- Perché dici che i tuoi sogni sono "lontani"?
- Per usare una metafora, perché forse li sento sempre più fuori dal mondo in cui vivo. Posso costruirmi attorno tutti i mondi che voglio, ma i miei sogni restano nel mondo immaginario, e li perdo nel momento in cui lo creo. Detto ciò, è ovvio che non sono in grado di mantenere vitali i miei sogni nel "mondo reale", sempre che ne esista uno e non siamo tutti quanti una manciata di byte.
- Ma perché ti costruisci attorno questi mondi?
- Perché innanzitutto mi fa schifo questo mondo, e specialmente la gente che lo abita, che lo rende tanto penoso. Ovviamente ci sono anche delle rare rose che spuntano dalle ceneri della Terra, e in quel caso, in quel caso soltanto, io vedo i miei sogni nel mondo reale. Ci sono dei punti di collegamento tra i due mondi, anzi tra i molti mondi dei sogni e quello reale. Questi punti di collegamento sono rari, ma per fortuna che ci sono, altrimenti io non sarei qui a parlarle ora nel senso che sarei morto, ma più probabilmente non avrei neppure iniziato a vivere, dato che senza i punti di collegamento non avrei mai avuto sogni, dunque non avrei mai imparato a sognare e non sarei vivo per come lo intendo io.
- Ah.
- Eh si.
- Ma... Dove ci dovrebbe portare questo discorso?
- Se non me lo sa dire lei... Se vuole ci provo io.
- No no no mi hai già incasinato abbastanza, ripartiamo dal principio.
- Lo sa lei che il principio è il principio della fine? Nel momento in cui abbiamo iniziato a parlare abbiamo dato il via al processo che ci porterà inevitabilmente a concludere il nostro discorso. Allo stesso modo quando siamo nati abbiamo iniziato a morire.
- Ehm... Si, è Platone che lo diceva vero?
- No, sono io. Comunque, lei diceva di ripartire dal principio... Vorrebbe dire rinascere. Mica male come idea... Sono tutt'orecchi.
- Ehm... Si... Allora... La tua vita dici che è "indegna", e poi dici che i tuoi sogni sono lontani. Ma ci sono questi "punti di collegamento"... Sono loro il problema? Non ci sono più?
- La mia vita non so come potrei definirla, non credo esista una parola adatta nella nostra lingua o forse sulla Terra. La mia vita è solo la mia vita, e lei non si attacchi a una parola. Il problema non è dei miei collegamenti coi mondi dei sogni, ma è mio.
- Dunque sei tu che sei più in grado di usufruire di questi collegamenti?
- Se ripete una cosa del genere giuro che prima di suicidare me stesso suicido lei. Io non "usufruisco" di delle cose talmente belle e preziose. Io dono loro tutto ciò che ho, dalla sensazione più preziosa fino alla molecola più insignificante del mio essere. Dono e basta. E loro donano a me. Non donano in risposta a qualcosa, non donano spinti da un "sentirsi in dovere", donano in base ai loro desideri, donano in base ai loro bisogni e sentimenti. Io non "usufruisco" dei ponti verso i sogni, io sono solo soffocato dalla potenza dei sogni cui essi mi donano accesso. Non sopporto la bellezza di questi sogni, sono debole.
- Sei una persona strana Robin. Pensi tanto, troppo, e come mi ha detto tuo padre, hai un cervello potente, e lo usi come se fosse un'arma. Questo potrebbe invertire i nostri reciproci ruoli, ma non invertirà lo stato dei fatti: tu pensi al suicidio, io no. Non voglio dire che questo implichi una disparità tra le nostre personalità, ma ad ogni modo implica la presenza in te di uno squilibrio.
- Credo che sia preferibile uno squilibrio tra due grossi pesi su una bilancia, che un equilibrio tra due piume, no? Pensi che potrei avere provato più emozioni io in 17 anni che lei in una vita. Pensi che potrei avere avuto IO, un depressone con crisi di ogni genere, più desideri di lei. Questo non la fa pensare?
- Io so solamente che per quanto poca abbia potuto essere la mia vita nel senso che dici tu, quella che ho vissuto la ho apprezzata, e specialmente la ho fatta apprezzare anche a quelli cui voglio bene. Tu non ci pensi a quelli cui vuoi bene? Cosa penserebbero della tua morte?
- E questo in effetti è un bel problema, ma di certo non ci voleva lei per farmelo notare. Ci ho pensato già da solo, più di quanto avrei dovuto forse, ma non sono giunto a nessuna conclusione a me gradita. Odierei fare del male a qualcuno, specialmente a certe persone, anzi non lo potrei proprio sopportare al punto che mi odio anche solo per averne accettato il pensiero. So anche purtroppo che le persone cui farei male sono troppe. In questo caso anche due o tre sono troppe, ma in ogni caso non è accettabile.
- La soluzione è proprio davanti a te: non suicidarti.
- A però. Mi avevano detto che era un tipo perspicace ma non l'avrei mai fatto COSÌ... GENIALE. Mi pare ovvio che quello che lei ha appena detto è il motivo per cui io sono ancora prigioniero di questa stanza e più in particolare di questo mondo.
- Ti senti prigioniero?
- No, in fondo no, ho detto una cavolata. In fondo so benissimo che il mondo è illimitato finché si ha una fantasia e si hanno dei sogni che la abitano.
- I tuoi sogni fanno parte della tua fantasia dunque?
- Sì. Questo implica che non fanno parte del nostro mondo, certo. Fanno parte dei cosiddetti mondi dei sogni. La mia fantasia è ancora attiva e vitale, al contrario dei sogni. Dunque c'è il mondo, ma non ci sono gli abitanti.
- Sono pensieri molto profondi, Robin, raramente ho visto qualcuno così immerso in sé stesso.
- Qualcuno così fuori di testa insomma.
- Al contrario, qualcuno così DENTRO alla propria testa. Perlomeno ci provi.
- E non ci riesco, altrimenti non avrei i problemi che ho coi miei genitori.
- Tua madre mi ha accennato qualcosa, ma vorrei sentire da te il racconto dei vostri problemi.
- Semplicemente vorrei stare senza di loro più di quanto loro non mi permettano. Vorrei stare da solo a pensare, anche per delle ore, delle giornate.
- A pensare a cosa?
- A quello che ho appena finito di raccontarle. Ad altre cose, ai mondi dei sogni, ai collegamenti, alla fantasia...
- Ma così non hai paura di perderti la realtà?
- L'unica realtà che conta ai miei occhi è quella che si ricollega ai mondi dei sogni, i collegamenti insomma.
- Ma... Questi "collegamenti"... Sono persone? Cosa sono? Chi sono?
- Sono persone, sì. Il più delle volte, perlomeno. A volte queste persone mi donano solo una volta, per un attimo, senza magari neanche rendersene conto, una visione più o meno pallida di qualche mondo dei sogni, altre volte invece le persone stesse SONO un sogno.
- E il fatto che tu non vada d'accordo o perlomeno non apprezzi la compagnia dei tuoi genitori ha qualcosa a che fare con questi collegamenti, con queste persone?
- Si, certo: da quando ho appreso la potenza e l'importanza di questi collegamenti tutto quello che non lo è ha perso il suo valore.
- Mmm... Dunque la tua è anche una fuga dalla realtà?
- Potrebbe darsi, ma io ricerco i collegamenti, non i mondi dei sogni. Io ricerco i pezzi di sogno che sono nel mondo reale, non cerco di toccare i sogni, non avrebbe senso. Io ho la mia fantasia, i sogni la abitano, i collegamenti sono l'unica via attraverso cui i sogni possono arrivare a me. Lo so che è strano...
- Cioè secondo te i sogni sono già dentro di te, e sopravvivono grazie alla tua fantasia, vivono e sono parte della tua fantasia. Correggimi se sbaglio. Ma tu non puoi o vuoi toccare o vedere o insomma sentire questi sogni, possono solamente esserti donati da queste persone-collegamento.
- Fondamentalmente è giusto, ottimo riassunto, tranne che per due cose: io non voglio né posso toccare o vedere i sogni. Io li ricerco e basta. E questo lo devo ammettere me l'ha fatto capire Platone. Come seconda cosa, i sogni sono ben più di un mero prodotto della mia mente. Il mondo che questi sogni abitano, o meglio i mondi, sono appunto una collettività. Mi piace vederla come un enorme mondo, di mille colori, uno per ogni mente che ne prende parte. Alcune persone ne fanno parte, e ciascuno è un collegamento per qualcun'altro. Io sono un collegamento per certe persone, e alcuni di questi lo sono per me.
- Mmm... Ma allora ogni persona al mondo fa parte di questo tuo mondo?
- Non credo... Perché le persone che non conosco o di cui non posso apprezzare nulla non possono per forza di cose donarmi sogni, dunque fanno parte dei mondi dei sogni che conosco io solamente le persone in grado di donarne.
- Allora ci sono infiniti mondi, potenzialmente uno per ogni persona in grado di donare accesso ai sogni?
- Si, potenzialmente si. Io ad esempio ho cessato di ricevere sogni dai miei genitori, dunque loro hanno cessato di essere un collegamento per me verso i loro rispettivi mondi dei sogni. Di conseguenza i nostri mondi dei sogni si sono separati. È inutile che fingi di capire e annuisci...
- Devo ammettere che sono abbastanza disperso... Mi sa che inizio a pensare IO al suicidio adesso.
- Faccia pure, la sua vita le appartiene. I suoi sogni però non le appartengono, se mai ne ha ricercati. Dunque potrà morire senza conoscerne alcuno, oppure potrà continuare a vivere ricercandoli, e se sarà fortunato troverà anche lei il suo collegamento.
- Ho 56 anni e il mio link di interfaccia oramai è depotenziato. Non so se ci siamo capiti...
- Si, ci siamo capiti... Ma non intendo "collegamento" in quel senso... È una cosa ben più profonda di due centimetri e mezzo...
- Due centimetri?? Alla tua età io...
- Appunto, alla mia età sarà pure stato superdotato, ma ora è superdatato. Comunque non è questo il punto.
- D'accordo... Ho capito cosa vuoi dire. Ma ora è scaduto il tempo... Ci vediamo Venerdì. Ciao Robin.
- Chissà. Ciao Sam.
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