Prologo
Il frutto del sogno vero,
è quello che si delinea
da sé in sovrappensiero.
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La prima cosa che comparve fu il volto. È la parte infatti che colpisce di più, quella dove sono incastonati gli occhi: due grossi, rotondi e brillanti occhi gialli. Le pupille erano nere, di un nero innaturale, di quel nero che significa assenza totale di colore...
Poi comparve anche il resto del corpo, di rilevanza marginale. Cosa invece più importante, comparve Lui. O Lei... Non ha importanza.
I primi pensieri sono relativi alle immagini che si mostrano al suo sguardo, che per la prima volta ha occasione di posarsi sul mondo. Non che ci sia molto da guardare, in fondo... Era notte, notte fonda, e una spessa nebbiolina aleggiava appena fuori dalla foresta, avvolgendo anche le prime file di alberi.
Era sul primo albero della foresta, o forse sarebbe meglio dire l'ultimo. Ma non fa differenza.
Sotto al suo corpo, tra i rami dell'alto pino, si poteva vedere la terra, qualche decina di metri più giù. Era in alto. Ma in fondo non aveva paura. Sapeva di essere nato per stare in alto... Sapeva che quello era il suo terreno.
Che bello questo posto... È come se fosse nato per me... E io lo accolgo... Vorrei poterlo respirare...
Ma ancora non sapeva che era lì per causa di quel posto, e non il contrario.
E queste parole, da dove vengono? Non ho ricordi... Tutto è buio, ho poco da guardare, ma a quanto pare questo poco è sufficiente ad insegnarmi ad apprezzarlo. Che queste parole ti siano gradite...
Inspirò profondamente, sentì l'odore insensibile della nebbia ancora una volta.
Poggiava su di un ramo ben diritto, che terminava con spessi aghi ricurvi e di un bel verde pieno.
Stringeva forte il legno, per non cadere.
Avvolgendo al tronco la lunga coda fulva, pensò di essere un'animale strano.
Io... Cosa sono? Qui su questo ramo... Non so perché sono qui, non so nemmeno cosa fare... Potrei scendere, ma perché dovrei farlo? Potrei fare un sacco di cose, ma non ho niente da fare... E ho il potere di pensare, di provare emozioni che derivano dal nulla... Anche perché non ho niente dentro di me da cui farle derivare... Questa ruvida corteccia mi basta... Che schifo. Sono strano... Come posso essere qui se non perché ci sono arrivato? Forse sto sognando e mi sveglierò da un momento all'altro? Non credo... Forse ho solo sognato fino ad ora, perché non mi ricordo niente del mio passato... E dunque non sono solo strano... Sono un mostro. Diverso, mostruosamente diverso...
E come faccio a sapere cosa significa mostro? Chi me l'ha insegnato? Chi mi ha insegnato cos'è un sogno, quando mai ho potuto sognare? Come posso pronunciare parole mai sentite, come disegnare un volto mai guardato? Come posso provare emozioni di cui ignoro il significato e la provenienza?
Scosse la testa vigorosamente: tutto ciò non aveva senso. Si guardò a lungo attorno. Era sull'ultimo albero della foresta. O forse il primo, ma non fa differenza.
O forse cominciava a farne.
Qualcuno avrebbe potuto vedere due grossi occhi gialli fosforescenti che ammiccavano dall'alto di un pino. Ma non passava nessuno e gli alberi tacevano. La nebbia mormorava parole incomprensibili.
Ed io cosa faccio? Cosa ci faccio qui? Cosa farò? Chi me lo dirà? Io? Posso forse inventarmi una vita, senza averne mai vissuta una? Posso forse inventarmi una ragione, un qualcosa, quando non ho mai avuto nessun perché? Sono orfano forse... Orfano di me stesso, concepito in un attimo di distrazione e lasciato a me stesso...
Desiderando di capire, gli occhi gialli si chiusero e si ripiegarono sul suo petto, chiedendo calore al corpo. La coda lo abbracciò tutto, avvolgendolo in una spirale di calore e sensazioni sconosciute...
Si stava abbracciando da solo...
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Epilogo
Potrai mai perdonarmi? Adesso sogno i tuoi occhi gialli, ogni notte, li sogno gonfi di lacrime e di una disperazione sovrumana. Io ti ho sognato, donandoti un'esistenza gravida di sofferenza. Mi spiace... Perdonami... Perdonami...
Abortirei se potessi farlo, stroncherei la tua vita sul nascere, come potrei abbattere il pino su cui pensi e piangi, lo farei per amore, o per disperazione.
Che diritto ho avuto di crearti?
Che diritto ho di parlarti adesso, mentre dovrei solo tacere, pentirmi e soffrire in silenzio della mia idiozia, della mia stupida volontà bambina di creare? Creare dal nulla...
È uno dei sogni che abbiamo sempre avuto noi poveri piccoli esseri umani. Le nostre divinità hanno sempre avuto quel potere, e noi lo sogniamo... Ma non ne conosciamo le conseguenze.
E quando qualcosa è creato, è impossibile distruggerlo...
Io, spero che tu mi perdoni...
Dimmi cosa fare... Dimmi cosa fare...
Non voglio vederti piangere ogni notte, sul tuo albero... Non voglio, non voglio! NON VOGLIO!
Lasciami in pace, rigetta il tuo creatore, vattene! Scappa, scendi da quella lurida pianta che ti sorregge! Annega nella nebbia!
Annega nella nebbia... Annega...
Ma ormai, la tua vita ti appartiene... Purtroppo o per fortuna...
Perdonami...
Dimenticami se puoi, se vuoi... O forse non mi ricordi nemmeno...
Perdonami...
venerdì 23 gennaio 2009
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