venerdì 6 marzo 2009

Il Ragazzo Che Conosceva I Libri

Non so bene da dove cominciare per parlarti di lui. Lui è così... Strano. È così... Tanto. C'è troppo da dire. Ma posso dirti che era un ragazzo strano.
Già. Se volessi riassumere tutto il suo essere in una parola, sceglierei "strano".
Si chiamava Mirion.
L'immagine che più mi è rimasta impressa è una in cui lui camminava a testa bassa lungo il corridoio della sua scuola, in quella cittadina ignota. Camminava deciso, a passi lenti ma lunghi, a tratti alzando la testa fiero e fissando negli occhi tutti quelli cui riusciva a vedere il volto. Lui, tra le altre cose, collezionava sguardi. O meglio ricordi di sguardi. Appena aveva catturato uno sguardo però abbassava velocemente la testa, quasi con timidezza, nascondendo una smorfia nervosa.
Mirion dissimulava molto di sé. Non che lo facesse apposta: penso che fosse quasi un riflesso.
Era alto come la media, non era un tipo eccentrico né inosservato, né caldo né freddo, né nero né bianco: era un tipo semplicemente strano.
Io lo guardavo spesso, perché mi incuriosiva. Non riuscivo a capire chi fosse, ed era diventata quasi una sfida tra me e me il cercare di vedere il tronco oltre i suoi rami.
Mi spiego: lui era capace di mostrare molte facce di sé. Era amichevole a volte, altre volte introverso. A volte gentile e accomodante, altre volte quasi scorbutico e intrattabile. Molte persone si innervosivano in fretta di fronte a questa mutevolezza, se non quelle che erano in grado di cambiare in fretta come lui.
Non ho mai capito se i suoi cambiamenti fossero correlati a qualcosa in particolare, come quanti biscotti aveva mangiato quella mattina o che piede aveva appoggiato per primo a terra. Fatto sta che cambiava.
Credo che nessuno possa cambiare completamente così spesso e così rapidamente. Ma lui mi ha sempre fatto perdere l'orientamento. Non sapevo mai a che faccia di lui aggrapparmi per continuare a vedere una sorta di coerenza tra i suoi comportamenti. All'inizio credevo ad esempio che Mirion fosse in linea di massima gentile e buono, ma un giorno l'ho visto disegnare sulla giacca bianca di un ragazzino in fila davanti a lui una svastica. Non so di che orientamento politico fosse, ma credo fermamente che nelle sue intenzioni non ci fosse quel tipo di messaggio: il ragazzino è stato prima picchiato da un paio di capelloni con la maglietta del Che e poi mandato in presidenza dalla professoressa allibita.
Mirion intanto ridacchiava. Chissà cosa aveva contro quel ragazzino...
Poi un giorno ho avuto l'occasione di conoscerlo di persona. E ho deciso di coglierlo in contropiede.
Un amico comune ci ha presentati.
"Questa è Eletia, una mia compagna di classe e amica di vecchissima data."
"Una dinosaura insomma. Molto piacere."
"Piacere mio, Mirion."
"Ah. E tu come sai il mio nome? Te l'ha detto il diplodoco?"
"No."
"E allora come fai a conoscerlo?"
"È l'unica cosa che posso conoscere di te, dunque almeno questa la so."
"Cosa significa questo?"
"Assolutamente niente."
"Ah. Vabbè niente. Ora non so, forse dovrei andare."
Quel giorno doveva essere in versione timida.
Continuammo a parlottare per un po' del più e del meno. Finita la conversazione credevo di aver capito qualcosa di lui. Ma non era così: due settimane dopo ci incontrammo ancora.
"Oh, chi si vede! Ciao Mirion."
"Ciao."
"Ma sai che non mi hai mai chiesto come mi chiamo?"
"Si vede che non m'importa. E ora levati, oggi ho sete di sangue."
Me ne sono andata in fretta. Meglio non contraddirlo: avevo visto nei suoi occhi una scintilla strana.

Tre mesi dopo, la situazione non era cambiata affatto. Tutto continuava come al solito, ma io non avevo mai capito niente di lui. Avevo perso la mia scommessa.
Ma forse non avevo perso le speranze.
Un Mercoledì pomeriggio lo vidi per caso seduto in un prato, la schiena appoggiata a un albero. Stava leggendo, e di quando in quando scriveva qualche annotazione sul margine del libro.
Il Mercoledì dopo feci in modo di passare di lì ancora una volta e lo trovai sempre lì, seduto al suo posto.
Una settimana dopo, andai a parlargli. Questa volta la conversazione fu diversa, fu strana, o solo stranamente diversa.
"Ciao!"
"Oh ciao! Non ti avevo vista arrivare."
"È la terza volta che ti vedo qui."
"Ah, io non ti ho mai notata. Beh, ogni Mercoledì io sono qui a leggere."
"Non mi hai mai vista perché non volevo farmi vedere. E cosa leggi?"
"Il libro di oggi parla di magia."
"Che bella la magia... È una tra le più affascinanti utopie che l'uomo abbia mai inventato credo. Potessi avverare un desiderio, creerei la magia."
"Sai che io oggi sono un mago?"
"Ah davvero? Bene allora, fammi una magia."
"Posso dirti la tua data di nascita."
"Non è una magia. Te l'avrà detta il diplodoco."
"No non sto imbrogliando. Ti dirò anche l'ora e i minuti."
"Prego allora!"
"Sei nata il 15 Febbraio 1993, alle ore 19:56. E tre millisecondi se vogliamo."
"Oh. Cavolo. Come fai a saperlo?"
"Ho contato gli anelli."
"Come gli alberi?"
"Esatto."
"Ma io non ho anelli."
"Questo è quello che credi tu. Nel libro della settimana scorsa un tizio mi ha spiegato che guardando una persona si possono scoprire tantissime cose."
"Non ci credo. Te l'avrà detto qualcuno."
"No. O forse si, nel senso che me l'ha detto un libro."
Mi sedetti accanto a lui, appoggiata all'albero.
"Dimmi gli ultimi libri che hai letto."
"Dunque. Settimana scorsa ho letto appunto un libro con molti personaggi interessanti. C'era uno che leggeva dentro alle persone contando gli anelli. C'era un altro che salutava tutte le persone che incontrava per strada tranne quelle che si chiamavano Giorgio. Nessuno sa come facesse a riconoscere i Giorgio."
"Che persone strane."
In quell'istante mi venne in mente che qualche tempo prima lui era passato davanti a me e a un gruppetto di amici, e aveva salutato tutti meno un certo Giorgio. Credevo che fosse perché non lo conosceva. Ma capii in quel momento che non conosceva nemmeno gli altri.
"I libri sono straordinari."
"Anche io leggo molto. Mi piacciono i libri di avventure."
"Io non leggo. Io CONOSCO i libri. E mi piacciono i libri con personalità interessanti, per ovvie ragioni."
"Li conosci? E ti stanno simpatici?"
"Non tutti, assolutamente! Ci sono libri cattivi, altri invece sono semplicemente vuoti."
"Hanno le pagine bianche?"
"No, sono scritte, ma è come se non lo fossero. I personaggi sono vuoti."
E in quel momento capii tutto.
"Che libro stavi leggendo precisamente tre mesi e tre settimane fa?"
"Oh, quella settimana mi è capitato un libro cattivo. C'era un personaggio che odiava e disprezzava tutti quelli che indossavano contemporaneamente una giacca bianca e dei calzini blu. Non si capiva come mai. Un altro personaggio invece era esperto nel rovinare la vita delle persone che lo circondavano, ma in una maniera così sottile e indiretta che non si faceva mai scoprire. Era letale."
Il bambino aveva la giacca bianca. I calzini sinceramente non li avevo nemmeno notati. Ma evidentemente erano blu.
"Mi incuriosiscono da matti i tuoi libri. Non è che li potremmo leggere assieme, ogni Mercoledì?"
"Sei la prima persona che me lo chiede. Volentieri: questo tronco è abbastanza largo per tutti e due. Ah una cosa. Ho imbrogliato con i millisecondi: li ho inventati sul momento."

Sedemmo a lungo, lo accompagnai tra strani personaggi e strane storie, ogni Mercoledì.
E da quel giorno cominciai a capirlo. Era un'esperienza straordinaria. Leggevamo un libro, mi piaceva un personaggio, e per una settimana quel personaggio era con me! Mi sono innamorata di quei personaggi, di quei Mercoledì.

Mi sono anche innamorata di Mirion, il ragazzo che conosceva i libri.

1 commento:

Matteo ha detto...

Che bello che è questo pezzo, non te l'ho mai detto..
E' molto ultraterreno che Mirion legga qualcosa e poi lo faccia (Non voglio fargli leggere Il Conte di Montecristo) ma quello che dice è sovrannaturale. E' la cosa più bella che fin'ora ho letto di te. =)
A proposito, sai che ho anche io un mio blogspot? Se vuoi passa a darci un'occhiata! Bye!