domenica 19 aprile 2009

Il Gioco Della Porta Di Porpora

Io non capisco. Cosa ci faccio qui? Ogni notte, ogni maledetta notte mi trovo in questo schifoso posto. O meglio, cosa ci faccio ancora qui? Forse se capissi sarei già fuori... Ma dopo tutto questo tempo, comincio a dubitare del luogo e specialmente di me. Sperando ovviamente che io e questo posto non siamo inscindibili... In questo caso beh, dovrò accontentarmi di una specie di compromesso. Che tristezza...
E pensare che questo posto una volta era un prato! Verde, allegro, con tanti begli insettini e aracnidini che si muovevano di fiore in fiore e quanti fiori! Quanti fiori...
Ma forse mi può aiutare ripercorrere tutta la vicenda dall'inizio, se mai ce ne fosse stato uno.

In principio ricordo un prato, ma era come un sogno, o forse stavo sognando davvero, dunque ci sono molte cose poco nitide. C'era un grande prato, pieno di fiori profumati e calabroni irritati dal vento. Si, c'era vento. E dato che era un sogno, io volavo nel vento.
Ricordo però che nel prato c'era una porta. Una modesta porta di legno, con tanto di maniglia e cardini e due serrature tutto il resto, appoggiata sull'erba. Dietro la porta non c'era niente, assolutamente niente.
Ho provato più volte ad aprirla, nel sogno, ma era regolarmente chiusa. Solo moltissimo tempo dopo ho scoperto che quella era una porta a senso unico. Cioè era veramente una cosa straordinaria. Innanzitutto aveva due serrature. Capii quasi subito che una era per me.
Infatti la terza o quarta volta che mi trovai nel prato, avevo portato con me la chiave e potei inserirla e fare scattare la serratura. Non l'ho mai richiusa da quella notte.
Poi, dopo qualche altra nottata riflessiva, sono tornato nel prato e mi sono accorto che la porta era stata aperta e dipinta di rosso. Non era un rosso ostile, un rosso sangue, era un rosso porpora un po' scuro e un po' chiaro, con qualche riflesso giallo e qualche altro riflesso azzurro.
L'ho chiamato color speranza.
L'ospite poi evidentemente se n'era andato, dopo aver raccolto qualche fiore. Aveva però lasciato la sua traccia: un profumo indefinibile nell'aria. Era profumo di orizzonte. Non so come dire, è la prima cosa che mi è venuta in mente. L'orizzonte.

Molto tempo dopo tornai nuovamente nel prato. L'erba era calpestata e qualche fiore si era rotto, spargendo i petali nel vento che soffiava come sempre. Qualcun altro doveva essere entrato.
Ho provato molte volte ad andare a dormire prima sperando di cogliere il visitatore, ma arrivavo sempre troppo presto o troppo tardi.
Mi sarebbe piaciuto tantissimo incontrarlo, così, tanto per capire se anche lui provava le stesse cose che provavo io. Lui oppure lei, ovviamente.
Qualche giorno dopo tornai nel prato e qualcuno aveva costruito un muro. Il muro partiva dalla porta e proseguiva per due metri dai suoi lati. Ci girai attorno più volte, senza però trovare altri cambiamenti. La porta era sempre lì, la porta di porpora. Che bello quel colore.
Le notti successive trovai sempre un nuovo pezzo di muro, costruito mentre io non c'ero. Ma il prato era una cosa che avevo sempre considerato mia, personale, privata, come un qualcosa di intimo e intoccabile. Quel muro mi dava veramente fastidio.
Qualche volta ho provato a romperlo, a prenderlo a testate, a distruggerlo e sbriciolarlo, ma senza successo. I calabroni non erano molto contenti.
E fu in quel momento che tutto divenne come sarebbe poi stato per molto, molto tempo. Cioè fino ad ora. Fu in quel momento che tutto si cristallizzò in questo posto.

Una notte tornai nel prato, ma lui non c'era più. L'atmosfera era comunque sognante, ma più chiusa, oppressiva. C'erano solo quattro muri e una porta. Con immensa generosità però il visitatore aveva deciso di concedermi una finestra. Gentile...
Il pavimento era fatto di piastrelle decisamente oscene, "da vecchietta" diremmo oggi, da bocciofila. Erano verde palude con dei sottili decori grossolani color giallo pus. Assolutamente vomitevole. Infatti la prima reazione fu quella. Nessun fiore? Nessun niente di niente?
Avrei preferito un alveare di vespe imbufalite a quel niente.
C'era silenzio. Il ronzio di una zanzara nell'orecchio sarebbe stato come ascoltare Mozart. Ma niente.
Dalla finestra entrava ancora un po' del mio vento, fortunatamente.
Mi ero dimenticato però di badare al soffitto: non c'era. Oltre ai muri c'era solo un immenso nero.
Il profumo di orizzonte era un po' svanito, ma portato dal vento c'era ancora qualche eco della sua bellezza originale.
La finestra, come il soffitto, si affacciava sull'immensità del nero. Avrei preferito un monolocale affacciato sull'autostrada a tutto questo, ma niente. Mi trovo qui bloccato da chissà quante notti.

Poi qualche notte fa ho risolto in parte il mistero della porta di porpora. La mia chiave è ancora inserita, è sempre lì e la porta è aperta. Purtroppo non c'è uno spioncino e non posso controllare chi arriva, posso solo lasciare aperto o chiuso. Ma io terrò per sempre aperto, o almeno spero.
Dall'altra parte ci sono infinite altre persone come me, infinite altre stanze o prati o mondi o sogni, ciascuna con la propria chiave e con la propria scelta. Aprire, chiudere o limitare l'accesso. C'è infatti chi è così fortunato da avere uno spioncino, c'è chi tiene la catenella, così da poter guardare prima di aprire del tutto, c'è chi aspetta dietro alla porta con una bomba a mano e c'è chi ha concordato una parola d'ordine con pochi eletti.
In effetti sono tutte ottime soluzioni, a parte la bomba a mano, potrei prendere esempio.
Ho conosciuto così tante persone... Molte anche simili a me, non c'è dubbio. Ho avuto il privilegio di visitare alcuni posti stupendi: foreste, montagne, cascate, laghi, mari... Ho anche però trovato qualche volta persone rinchiuse in buchi perfino più angusti del mio. Senza finestre.
Bah, veramente non riesco a capire.

La finestra ha un suo ruolo però. Se non capisco, se non so cosa fare, se sono al limite e oltre a quello non posso o voglio andare, se capisco che il compromesso mi va troppo stretto e mi soffoca, posso sempre saltare.
Le notti a volte canto. Una strofa di una canzone dice così:

Quando oltre le lacrime
ci sono solo scelte incompiute,
o l'impossibile o ti si nega
di respirare da solo,
apri la finestra,
spicca un salto e prendi il volo.

Come vorrei poter sognare un altro posto, ma questo è tutto ciò che mi so dare.
E ogni notte, ogni-stramaledetta-notte mi devo trovare qui a sognare questo posto inutile, a sprecare il mio inconscio in queste idiozie. È tutto un gioco, un inutile gioco dato in mano ad un bimbo capriccioso che lo lancia contro il muro. Ma non è giusto, perché questo dannato gioco, per me, è importante!

E io fisso questa porta sento battere al di là,
ma disilluso chiudo gli occhi,
so che per me non si aprirà.

A volte mi sento scemo a scrivere e cantare le mie canzoni in questo posto strano... Ma come posso biasimarmi? Pur di non impazzire in questa solitudine, mi scrivo e mi rileggo, finché la porta non si apre e non ho qualcosa di meglio da guardare.

Ogni notte, lo stesso sogno, il riflesso di uno stesso bisogno, il sogno ricorrente del gioco di un bambino capriccioso, il sogno del gioco della porta di porpora.

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