Un cane mi scodinzola davanti, mi chino e gli dico "ciao, canide, piacere di conoscerti. Io, come te, sono qui a far niente, ma al contrario di te io non giro nudo in pubblico."
La padrona, una quarantenne con tacco a superspillo e capelli biondi ipertinti, mi dice laconica "E meno male..."
Io, continuando a parlare al cane, dico: "Sfarfallìo." Il cane continua a guardarmi, quasi a dire "ragazzo mio, io sarò anche nudo in pubblico, ma tu sei scemo anche nel privato." La padrona sorride, mentre io mi allontano. Non mi curo del suo sguardo, e proseguo nella mia opera.
Passando di fianco ad una vecchietta, facendo finta di parlare con un personaggio assente, dico "mi scusi, non è che ha visto dove è caduta la mia tristezza? Non la trovo più..." e sorrido come un beota fissando l'aria. Proseguo a camminare, mentre la vecchietta si volta, forse convinta di aver sentito male.
Più avanti, vedo una coppia di giovani che si tiene per mano e, piroettando come una ballerina, giro loro attorno per due volte, canticchiando
"cime di rapa e capocchie di spillo
tocco il culo al giorno fuggente
mi sento medico del bello
guarendo le ingiurie di ogni dormiente".
tocco il culo al giorno fuggente
mi sento medico del bello
guarendo le ingiurie di ogni dormiente".
Quelli, che stavano passeggiando pacifici, si fermano al centro della mia danza e mi guardano attoniti. Poi, appena mi sono allontanato come se niente fosse, sento le loro risate.
Mentre infilo una grossa e orribile tartaruga di gomma fucsia nella borsa di una giovane donna che sta guardando ignara la fontana, ripercorro il mio primo incontro col Professore.
Con piccoli passetti veloci, jeans quasi sbottonati, camicia apparentemente sudata, l'esimio e ultrasettantenne Ember entrò nell'aula. Si soffermò un attimo a contemplare la maestosità del caos che pareva regnare sovrano nella piccola stanza dipinta di bianco clinico e di marroncino scolastico, con tre file di banchi e tre di studenti, rivolte ovunque meno che verso la cattedra.
Imperturbabile, Ember avanzò fino a trovarsi dietro alla scrivania, appoggiò la sua borsa vuota, abbandonò qualche secondo le membra intirizzite sulla sedia, e si schiarì la voce.
Nessuno di noi era forse pronto ad ascoltare le parole che Ember avrebbe detto quel giorno, ma senza dubbio le sentimmo tutti quanti, chi più, chi meno.
Correvano voci più o meno maliziose riguardo alle ragioni dell'assenza del prof di Filosofia, tra chi suggeriva una sua implicazione in un gruppo terroristico soprannominato "Gli Eracliti" il quale, in quei giorni, terrorizzava il divenire dei Fiorentini con deliranti messaggi iperuranici, e chi invece sosteneva che si era sbucciato un ginocchio cadendo dallo skateboard del figlio.
Il supplente, con quel pacato quanto finto colpo di tosse, si era assicurato dieci buoni minuti di tregua: il tempo per gli studenti di capire se il prof poteva essere ignorato, o se si trattava di una persona noiosa e intenzionata a tenere lezioni regolari. Avremmo presto capito che "regolare" non era l'aggettivo che Ember avrebbe usato per definire una sua lezione.
Ci sedemmo.
"Buongiorno" esordì con una vocetta gracchiante e un po' fastidiosa, ma al contempo carica di fascino e di mistero, una voce da nonno al caminetto, "io sono il professor Ember, e sostituisco il vostro prof di Filosofia."
A questo punto due o tre studenti, tra cui io, notarono una cosa alquanto strana: veloce come un fulmine, il vecchietto aveva prodotto una smorfia allucinata e talmente impressionante da farci sobbalzare tutti e quattro. Sarà stato che eravamo addormentati, e dato che nessun altro pareva essersi accorto di nulla, convenimmo tra noi che ci eravamo sognati tutto. Ma non finì lì.
Il professore si informò sul nostro programma, e disse che sarebbe rimasto a farci lezioni per solo due settimane: troppo poco per intraprendere un "serio percorso logico e coerente col programma precedentemente svolto".
Sembrava un uomo triste e stanco, molto stanco.
Si appoggiò alle mani, come per concedersi un attimo di riposo, e piombò il silenzio. Tutti ripresero a distrarsi. Io e pochi altri che avevamo seguitato a guardarlo, tuttavia, notammo che il prof aveva in mano qualcosa di stranamente simile ad un maccherone, che però subito scomparve tra le grinze delle sue mani rinsecchite.
"Quindi" riprese il prof, "per sfruttare comunque al massimo queste due settimane, ho deciso di farvi un piccolo regalo. È una cosa che non dovrà restare tra noi, ma questo lo capirete più avanti. Il mio dono è questo:" ed inspirò profondamente.
Mai avevo visto tanti studenti così interessati, quell'ometto era davvero strano. Si era alzato dalla sedia ed esibiva ancora una volta il suo abbigliamento trasandé (e anche un po' schifosé), mentre ostentava un'aria solenne ed imponente. Quel metro e mezzo di nonno sapeva come tenere un discorso.
Suspence.
E quindi scandì, veloce ed inatteso come un solo chicco di grandine in Agosto, come un pitale nella savana, come un pesce nella stratosfera, come un cellulare nel triassico: "Fusillo."
Restammo interdetti. Stupiti. Ci guardammo l'un l'altro ed esplodemmo in una risata quinto grado scala Richter, dinanzi al professore solenne ed ilare al tempo stesso.
Ember sorrideva, con un'aria terribilmente furba e sveglia. Sembrava aver perso, d'un tratto, vent'anni e tutta la sua tristezza, e pareva arzillo come una cerbiatta in primavera.
Quando la risata si fu spenta, riprese, con cautela, a parlare. "Vedete, quello che avete appena sentito non è che una briciola. È una scheggia impazzita, scappata da una bomba esplosa tanto in profondità nei vostri cuori da farvi ridere. Ed io rido con voi, ragazzi. Mi sa che ci divertiremo, in queste due settimane."
Intanto sono arrivato più avanti nella piazza, che sembra interminabile, e sebbene io abbia continuato a camminare in avanti, ho l'impressione che tutto sia girato attorno a me. E pensare che da piccolo ero seriamente convinto che la terra potesse essere fatta di fasce che ruotavano quando noi volevamo spostarci da un luogo all'altro: era la terra a muoversi, non noi.
La piazza girava attorno a me. Le persone mi si presentavano davanti.
Mucchi di turisti, turistelli, bimbi, ragazzi, cinesi, russi, americani, norvegesi e chissà chi percorrevano la piazza, a caccia di monumenti, di mimi, di guide, di borseggiatori o di una lattina di birra.
Avevo imparato a mie spese qualche tempo prima che non era saggio fare cose strane dinanzi ai poliziotti: ci si aspetta che siano persone serie, ed alcuni tendono a prendere la cosa troppo maledettamente sul serio.
Ero andato da un poliziotto e gli avevo detto "Mi scusi, non è che per caso sa dove posso trovare un disco volante? Credo di essere venuto giù da un pero, ma ho vaghi ricordi di saturno." Quello mi aveva prima guardato con aria assonnata e stupida, poi mi aveva detto le parole più vuote che io abbia mai sentito: "Che cosa?"
Me ne sono andato, deluso. Certa gente non ha nemmeno la generosità di accettare i regali, figuriamoci di darli. Tempo sprecato.
Dunque evito il poliziotto grasso che sta affogando la sua paga, la sua stanchezza e la sua faccia in una paffuta ciambella.
Proseguo, e corono la mia giornata regalando ad un giovanotto di passaggio un piccolo aggeggino con pulsante ed altoparlante che, ogni volta che veniva attivato, ripeteva esclusivamente "Dubidubidù.".
Mentre, un po' stanco, torno a casa, ritorno col pensiero alla lezione del Professor Ember.
"Vedete ragazzi, io ho scoperto qualche decennio fa una cosa fantastica, capace di colmare d'un colpo il vostro tempo libero, la vostra fantasia, il vostro cuore e la vostra felicità. Questa cosa, labile quanto materiale, infinita quanto indefinita, fantastica quanto ordinaria, piccola quanto enorme, intelligente quanto stupida, è una delle filosofaggini o, se preferite, seghe mentali migliori che io mi sia mai sviolinato."
Ci guardò tutti, uno ad uno. Eravamo euforici, pronti a tutto, dagli elefanti alle zanzare.
E capimmo che il segreto stava nelle zanzare.
"Avete dinanzi a voi il primo ed unico sostenitore, fondatore e simpatizzante della Teoria Del Caos. Poppante. Brugola. Affresco. Rimbalzello. Cimbiribebbolo. Chiamatela come vi pare, non importa il nome, quanto il concetto che il nome comporta. Non è una teoria, è una pratica, né è una pratica, perché è più importante il significato che la concepì che la pratica che le ha dato forma. Ieri mattina sono uscito di casa, sono andato da quella gnocca della mia panettiera e, mentre lei serviva un altro cliente, mi sono scaccolato con un portaombrelli. Sì, avete capito bene: mi sono stantuffato in profondità la narice destra con un portaombrelli di terracotta. Lei mi ha visto con la coda dell'occhio, di sfuggita, appena il tempo di rendersi conto di quello che avevo fatto ed io ero già uscito. Stamattina se n'era già dimenticata, ma ieri ha passato certamente i suoi dieci minuti più divertenti a pensare a quel buffo ometto che si è dragato le profondità nasali col suo portaombrelli. Capite la potenza di questo gesto?
Capite l'importanza intrinseca del portaombrelli? Io sono uscito, come se niente fosse, ero la persona più seria e tranquilla del mondo. Voltato l'angolo, mi sono sganasciato dal ridere. Non avete idea di cosa si provi.
Due mesi fa, in una banca, ho trascorso mezz'ora buona in un ascensore con telecamera a fare le boccacce e i versi alle spalle delle persone che salivano. Sono uscito di lì e un uomo in lacrime mi si è gettato al collo, ringraziandomi per non so cosa. Era l'addetto alla vigilanza. Mi ha detto magari fossero tutti come te, magari ci fosse qualcosa di bello da vedere ogni tanto, magari ogni tanto qualche impiegatucolo impostato e perfettino si mettesse a sgrullarsi le orecchie con i piedi mentre il capufficio non guarda...
Questi non sono che esempi, altre schegge impazzite.
E badate, non c'è bisogno di fare niente di illegale, niente di immorale, niente di sconcio, basta sniffare un gessetto di fronte a un poliziotto per agitare la giornata di più persone del previsto, basta colorare di viola un piccione per far sorridere chissà quanta gente, in una piazza affollata...
La potenza del gesto dipende da come lo si compie, così come se io dico svavvabolellola adesso avrà poco effetto, mentre se mi intrufolo nella conferenza mondiale sul disarmo nucleare e sussurro agli altoparlanti 'Gnaaaaa, cavolo fritto, cippirimerlo e broccolo!' avrò ben altri risultati. Solo, abbiate cura di non fare niente al di fuori della vostra portata. Non saprete mai se io ho fatto davvero queste cose, però non cacciatevi nei guai così come io non mi ci sono mai cacciato.
Ora, vi chiedo uno sforzo. Chiudete gli occhi, pensate alla cosa più irrazionale che vi viene in mente, e fatela."
Tutti ci guardammo, interdetti. Eravamo un po' scossi, ma sorridenti e stranamente esaltati, dopo le parole di Ember. Io chiusi gli occhi, e non vidi altro. Al che, nel silenzio, dissi con voce soddisfatta e gloriosa "Provo una consistente e morbosa affezione per il beccuccio della mia caffettiera.". Mi vergognai quasi subito di ciò che avevo detto. Alcuni risero, altri tacquero, ma io tenevo gli occhi ostinatamente chiusi, mentre probabilmente arrossivo come un pomodoro. Il professore, dopo una breve risatina, disse "Bravo, bravo!"
Riaprii gli occhi, e ne vidi di ogni colore.
Una mia amica, tutti dieci in pagella, faceva il coniglio con un evidenziatore per narice. Un altro mio compagno, con sguardo contemplativo e concentrato, scriveva sulla lavagna "caccacaccacaccacaccacacca..." mentre un secondo ragazzo muoveva una matita, quasi a dirigere l'orchestra del caos della classe.
Sembrava veramente una melodia. Un ragazzo cercò di accoppiarsi, sempre più deluso, con quello che sembrava uno zaino, mentre uno si sporgeva dalla finestra interloquendo con una nuvola di passaggio di argomenti svariati quali il calcio, Platone, e la vita su Marte.
Il prof era estasiato, e disse "Zufolo.", poi richiamò all'ordine la classe. Fu più dura del previsto, in quanto una ragazza sembrava essersi addormentata appoggiata alla parete, facendo la verticale a testa in giù. Noi ridevamo, tutti quanti. La tirammo giù ed Ember riprese a parlare.
"Benissimo, benissimo. Per domani avete un compito ben preciso: praticare il Caos con almeno una persona. Domani mi racconterete cosa avete combinato."
Da quel giorno, amici miei, che casino... Che casino.
(p.s: il mio nome è Ewan.)
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