lunedì 20 dicembre 2010

L'Arte Dell'Autenticità

1 Il monaco fa l'abito.

-(Ma l'abito continua comunque a non fare il monaco.)

-Il monaco si assume la responsabilità di ciò che indossa.

-Se nessuno fosse responsabile di ciò che indossa, non ci sarebbero più relazioni, non ci sarebbe affidabilità, colpa o merito: chiunque sarebbe chiunque, e nessuno sarebbe nessuno.

-Nel momento in cui si è, si è qualcuno se e solo se si ammette la responsabilità dei gesti di colui che si è. Anche perché gli “altri” si basano irrimediabilmente su questo (non immediato) presupposto, nel riconoscere.

-Cuciamo pure i nostri vestiti, ma mai i nostri occhi per non vedere cosa si indossa.

-(La libertà dell'accorgersi è premessa fondamentale della libertà dell'essere.)

-(Se non sai chi sei, come puoi sapere chi vuoi essere o esserlo?)

-La verità del volere è condizionata dall'autenticità: assicuriamoci di volere davvero ciò che vogliamo.

-A questo fine, la correttezza nell'accorgersi è fondamentale. Se non si sa chi si è, è impossibile sapere cosa si vuole davvero.

-Se non ci piace alcun vestito nelle vetrine che incontriamo, o si cerca meglio o si comincia a cucire.

-Cucire non è difficile: è la prova più evidente che punto dopo punto si può fare una linea, poi un'area, poi un vestito.

-C'è sempre un vestito in cui si sia il meglio che si possa essere.

-Idem per il peggio.

-Ogni vestito è migliore di alcuni, e peggiore di altri. Non esistono mai vestiti equivalenti. Questo sfugge alla serialità della fabbrica odierna per il semplice fatto che ciascuno comunque continua ad avere il suo corpo "personale" e, fino al perfezionamento dell'ingegneria genetica, unico. Il bilanciamento del rapporto corpo-abito fa ciò che di fatto è il vestito nel senso in cui stiamo parlando. Quindi ciascun abito si adatta alla pelle di chi lo usa, e ciò che ne esce è un vestito, la stessa cosa ma resa unica. Pertanto, paragonabile e pertanto diverso da tutti gli altri.

-Se due abiti sembrano equivalenti, o sono lo stesso abito oppure si ha bisogno di occhiali nuovi.

-Gli abiti non sono belli o brutti, sono solo giusti o sbagliati. (Il giudizio di gusto è subordinato spesso al giudizio di adeguatezza, e i suoi criteri sono dettati da cause, allo stesso modo del giudizio di giustizia, ma quest'ultimo ha il privilegio di provare a porsi da un punto di vista oggettivo).

-(La bellezza è pretesa di oggettività di una soggettività, la giustizia è pretesa di soggettività per una presunta oggettività, in questo caso. Giusta per un tale guanto, è la mano che vi entra perfettamente.)

-Un abito non è mai giusto e basta, è giusto per.

-Un abito ovviamente può essere giusto per chi lo indossa, ma sbagliato per chi lo guarda.

--Sbagliato 1) chi lo guarda non lo indosserebbe.
--Sbagliato 2) chi lo guarda lo percepisce sbagliato per chi lo sta indossando.

-Il giudizio della giustizia è inevitabilmente arroganza o presunzione: è un presunto metro oggettivo per una soggettività da cui non ci si può alienare.

-La sola giustizia che ci autorizza realmente a fare qualcosa quindi, non può essere aliena dal giudicato: la self-authenticity è giudice dell'authenticity. Ammettiamo solamente la presunzione di noi stessi verso di noi stessi. Purtroppo o per fortuna.

-L'unica strada per comprendere la giustizia di un abito è comprendere l'abito, pensandolo, scoprendolo, distruggendolo e ricostruendoselo addosso. Questo processo attivo di assorbimento di un'inevitabile passività, fa sì che la self-authenticity si faccia giudice di noi stessi, senza contare che l'atto estetico della ricostruzione, solo questo, è ciò che permette di ottenere qualcosa di "veramente nostro".

-In questo senso, solo gli abiti su misura possono essere perfetti per una persona specifica. Proprio in virtù del fatto che l'abito è seriale, il corpo è personale, e dovendo adattarvisi deve diventare personale anch'esso, personalizzandosi in vestito.

-Non esistono vestiti pronti su misura.

-Ne consegue che bisogna farseli, a partire dagli abiti, che siano "seriali" o artigianali.

-Cucire è bello, ma farsi trovare tutto pronto è comodo.

-L'arte è espressione, non è espressione riuscita.

-L'arte è dire, non riuscire a dire.

-Cucire è avere voglia di cucire.

-La voglia di cucire è il primo passo per l'azione, non l'azione, ma è comunque arte.

-Non è mai il giudizio in sé a ferire: è inevitabile e spontaneo giudicare; ciò che fa male è il nostro giudizio sui giudizi.

-(Nel momento in cui giudichiamo il valore di un giudizio di valore, questo può ferirci: se noi lo svalutiamo esso avrà per noi l'importanza di un moscerino spappolato.)

-L'uomo felice non teme giudizi sulla sua gioia.

-Nel momento in cui ciò che si indossa è il nostro miglior vestito, magari su misura, avremo una sorta di tranquilla fierezza, né ci interesserà mai alcun altro abito, e l'unico errore possibile (per chi degli "altri" vede bene) sarà il primo dei due citati prima.

-Indossare il proprio miglior vestito significa potersi permettere di non indossarne alcuno e comunque piacersi.

-Il miglior vestito fa sì che ci si possa piacere. Una sorta di autocoscienza della bellezza, un apprezzamento riflessivo del sé. Piacere a sé stessi, piacersi.

-Chi non si piace, nel momento in cui piace a qualcuno o qualcuno piace a lui, costringe entrambi a una modifica o rinuncia. In questo senso, per amare bisogna prima amarsi.

-Il piacersi non è un atto narcisistico, un onanismo edonistico di autoapprezzamento, è uno star bene nei propri abiti, e uno star bene con ciò che di sé è stato cucito.

-Chi non si piace, compra (acquisisce dall'esterno) le sue toppe. Una forma particolare di toppe consiste nei Vettori.

-Le toppe hanno varie forme, dimensioni, prezzi, valori, utilità, bellezze, ma hanno un unico ruolo: mascherare. Coprire. Rappezzare. Indirettamente, inconsciamente forse, ingannare. In fondo lo stesso ruolo degli abiti, con la differenza che quando il vestito è su misura, si è maschera di sé, e appunto, il vestito scompare; invece quando l'abito non è su misura, ed è difforme dal corpo che copre, diventa concealment.

-”Avere o essere” in questo senso: o ci si piace, o si cercano toppe.

-Le toppe hanno vari modi di esprimersi: a volte sono ideologie, altre volte tacchi alti, altre volte trattori, macchine di lusso, lounge bar o atteggiamenti, che non necessariamente fanno parte dell'abito, ma sono aggiunte formali che hanno il ruolo, appunto, di toppa.

-È autentico questo comportamento? È libero? Solo nel momento in cui la scelta diventa di tipo estetico e non di tipo necessario: dev'essere prodotto del gusto, non dell'obbligo assolto verso il nostro equilibrio di sopportare noi stessi e la nostra bruttezza.

-Piacersi è l'arte dell'andarsi bene. Non è necessario il narcisismo, basta tollerarsi, convivere neutralmente col proprio essere.

-Colui che dipende da qualcosa al di fuori di sé per tollerarsi, per andarsi bene, per piacersi, non è libero. L'uomo che senza la bombetta non si sente a posto, si sente in imbarazzo, si sente nudo, esposto, in ansia, non è fisicamente libero di non avere la bombetta.

-Libera è solo una società priva di convenzioni dogmatiche a livello sociale: il nudismo non è che l'inversione del vestirsi, che però, se portata a livello di società come dogma, porta comunque alle stesse conseguenze. Se, in una società di nudisti, uno decide di andare in giro vestito, ha il diritto di farlo, e se nel farlo si sente in colpa o escluso o diverso dagli altri, non è libero di farlo più di quanto io sia libero di andare in giro per torino in mutande.

-Ma questa libertà non è una libertà nei confronti dell'altro, è una libertà riflessiva, una libertà del "sentirsi a posto" anche se si è in un contesto di labile o profonda differenza - nel senso di non-conformità. Non solo è necessaria la libertà giuridica di vestirsi come si pare, ma è necessaria anche la libertà sociale del farlo senza sentirsi a disagio. E la libertà sociale, anche se chiaramente è influenzata dal tipo di dogmatismo del gruppo, è caratteristica del singolo, è libertà riflessiva.

-Libero è chi è (anche) libero da obblighi nei confronti del piacersi.

-Una forma alternativa potrebbe essere quella del cominciare a cucirsi da sé le toppe: lavorare su di sé anziché comprare è un ottimo principio: permette la decostruzione-ricostruzione, ciclo simbolico che adatta al proprio corpo qualcosa di estraneo, e in un certo senso, lo "fa proprio".

-Morire cercando o vivere trovando?

-Trovare proprio ciò che si vuol trovare è il modo più feroce per costringersi a dubitare della verità di ciò che si ha trovato.

-È lecito risalire dal tessitore al tessuto, ma fare il contrario richiede molta attenzione, sia perché l'interesse di fuorviare, spesso proprio di chi ha poca self-authenticity, entra sovente in gioco e impedisce di risalire dall'abito al monaco senza incorrere in errore.

2 Se avere equivale a essere e si ha (solo) ciò che si è, si è (solo) sé stessi.

-Avere e essere, non necessariamente avere o essere; inutile negare che siamo anche ciò che abbiamo, specialmente se diciamo di possederci. Un tempo forse non era così.

-Uno infatti non vorrebbe mai apparire azzurro se non si sentisse azzurro, o falso se non si sentisse falso, o vestito di viola se non si sentisse tale. La paura di essere fraintesi da altri supera il terrore di essere fraintesi da sé stessi nel momento della scelta dell'espressione e dell'espressione della scelta.

-La scelta è una questione di calma.

-L'espressione è una questione di calma.

-L'apparenza di calma è invitante come lo è un tornado.

-Romanticismo.

-A volte chi compra sta solo pagando per l'illusione d'avere. L'avere come maschera dell'essere è la forma meno autentica dell'essere.

-Non ci sono scuse al controllo di sé: non si può mai giustificare una volontà col bisogno, se anche questo fosse, sarebbe comunque parte di un sé volente e autentico quanto quello che si cerca così di giustificare.

-Se si giustifica il proprio agire con un bisogno, si sta in realtà dicendo che quel bisogno è comunque parte del proprio essere, che in un modo o l'altro concausa l'agire.

-(Mai attribuire a un bisogno irrinunciabile il significato e il movente di un'abitudine sgradita, non è che un modo per privarsi della responsabilità di un gesto scomodo alla propria autenticità.)

-Bisogno equivale a volontà, talvolta.

-Talvolta, siamo noi a volerlo, magari senza volerlo davvero.

-Qual è il limite della vera volontà? Esiste un volere autentico, incondizionato?

-Rischi dell'autoanalisi.

-Tu hai ciò che sei o sei ciò che hai?

-E se hai ciò che crei, puoi tu creare il tuo essere?

-(Chi è incapace di creare è incapace di cambiare.)

-(Sè stesso, le proprie cause, le proprie circostanze e le loro cause.)

-C'è perfino chi si dipinge i vestiti!

-L'artista è fabbricante di essere e costruttore di sé. L'artista è tessitore.

3 (Il filosofo è fabbricante di se.)

-Il compito del dubbio spetta a quanti hanno bisogno e voglia di certezze.

-Il dubbio, producendo alternative, costringe a una scelta.

-Scelta è affermazione di una cosa e negazione di un'altra. Scegliere di non scegliere è una scelta, ma avviene a priori della scelta vera, escludendola: di fatto non si compie quella prima scelta cui si era chiamati, ma le si antepone una scelta negativa: scegliere di non scegliere quindi non è una vera scelta. Scegliere sulla scelta è una metascelta, una scelta di secondo livello, non una scelta semplice.

-Le alternative del dubbio possono condurre verso una verità o una falsità, o due falsità se la domanda è formulata male, ma mai due verità. Se succede, è perché ci si è fermati nella propria ricerca dei princìpi troppo prima di averli trovati, o perché la domanda è comunque formulata male.

-Quindi, la vera dialettica avviene quando alla fine della discussione una delle due posizioni cade definitivamente. (Alla luce di nuovi dati, nuove certezze, nuove opinioni o idee, ovviamente è più che obbligatorio rivedere le posizioni: nessuna verità, in questo senso, è immutabile, può tuttalpiù essere assolutamente vera nel contesto spazio-temporale che ha formato l'opinione corretta. Vedi il testo "Verità".)

-Le due alternative del dubbio, così come i vestiti, non sono mai equivalenti a meno che non si tratti della stessa alternativa (e quindi la scelta è solo apparente) e ne esiste sempre una migliore e una peggiore, tranne nel caso di domande formulate male o la cui risposta è ignota a chi risponde.

-I pinguini sono simpatici? Le mani sono suocere? Non hanno risposta.

-Domani pioverà? Esiste una e una sola risposta giusta, tra sì e no, ma non necessariamente si sa quale.

-Stai leggendo queste parole, ora? Qui c'è una sola risposta giusta, e non c'è bisogno che la spieghi.

-La dialettica delle alternative è strada verso la verità.

-Non necessariamente verità, ma strada sicuramente.

-Il dubbio, costringendo alla scelta, ci rende responsabili dell'alternativa che scegliamo. Se siamo noi a guidare la macchina, e non sapendo la strada scegliamo a caso, la conseguenza del gesto è colpa o merito nostro, mentre se non siamo noi a guidare, non lo è mai.

-L'unica strada senza dubbi è una strada senza scelte.

-L'unica strada senza scelte è un rettilineo infinito.

-L'unico rettilineo infinito gira attorno al pianeta.

-Il dubbio può aprire strade inesistenti, quindi false, ma che hanno il valore del calco del simbolo della scelta giusta.

-Il dubbio può aprire strade a fondo cieco, dove la conoscenza si ferma...

-Il dubbio è rischio di sbagliare strada.

-Senza il rischio di fare la cosa sbagliata non c'è felicità nell'aver fatto quella giusta – senza averla scelta.

-Un autista cieco non può scegliere.

-Un autista che scelga di non scegliere o comunque non scelga, si schianta.

-Spesso, la scelta della sospensione scettica del giudizio è sintomo di una miopia indotta al puro fine di non essere messi con le spalle al muro, non dover cedere dinanzi all'evidenza, per orgoglio o self-authenticity.

4 O l'arte è responsabile, o l'artista è dormiente.

-Chi dorme sogna.

-I sogni non lasciano traccia, sono irresponsabili, sono irrazionali, spersonalizzanti. Non verrai mai incolpato per un sogno.

-Così vorrebbero essere i gesti tracciati da chi si veste del caos, usandolo come tela dietro cui celarsi e non come pennello.

-Palingenesi del caos.

-O si vincola a sé stessi la propria creazione o si fa meglio a vestirsi coi vestiti cuciti da qualcun altro.

-(Il tessitore di sogni è libero.)

-Negare le proprie paternità è come non avere affatto figli. C'è però una differenza enorme tra il non averne mai avuti e l'averli uccisi.

-Tutti temiamo la responsabilità del creare.

-(Prima ancora di aver creato la nostra libertà di creare.)

5 I vestiti sono nostri, ma la scelta è un'illusione.

-Si è liberi di accorgersi che ciò che si indossa non è cresciuto da noi, assieme a noi.

-(Se non ci credi, prova ad indossare una maglietta di quando avevi sette anni.)

-(Non ci si deve negare mai questa libertà.)

-Negarsi la libertà di accorgersi è come incatenarsi e gettare via le chiavi.

-Accorgersi è ben diverso dallo spiegarsi-giustificarsi con sé stessi.

-I vestiti sono fatti per essere cambiati all'occorrenza, alla volontà dell'occorrenza o all'occorrenza della volontà.

-(Da noi, non dalle mode o da qualcuno al di fuori di noi stessi. Qualcosa di nostro prodotto all'infuori di noi è spesso prodotto di pazzia.)

-Se si vuole essere liberi, si deve poter cambiare nel senso di scegliere le cause da cui dipendere.

-(Metaillusione.)

6 Le cause sono.

-(Ma possono piacere o meno.)

-Quando ci si accorge che non piacciono (più) o non fanno (più) per noi, è il momento in cui si deve diventare artisti.

7 Cercarsi è l'arte del non trovarsi mai.

-Chi è più libero di colui che non ha strade?

8 Libertà è soprattutto responsabilità delle scelte, altrimenti conviene lasciare ad altri la libertà delle proprie strade.

-Negare la paternità di una scelta è come affermare di aver scelto di non scegliere, con la differenza che tuo figlio è esistito, e l'hai appena ucciso.

-Se si vuole essere liberi, deve esistere un Io che sia soggetto agente di questa libertà, sia perché la libertà è espressione di libertà, e quindi non è libero che non esprime la sua libertà con determinazioni, sia perché l'atto della libertà deve essere ricondotto a un soggetto di cui questo atto è frutto, altrimenti verrà attribuito a cause esterne all'Io che l'ha creato.

-(Nel momento in cui affermo di essere libero ma non esprimo questo mio status, nemmeno interiormente, non lo sono. La libertà non è la parola “libertà”, ma il gesto. Con questo non intendo che non è libertà quella che si esprime solo a parole, ma voglio dire che non basta dirlo per esserlo, e solo perché è bello dire di essere liberi, e chi non vorrebbe esserlo?, non vuol dire che chi lo dice lo sia davvero. La forma del gesto non è rilevante, come per l'arte.)

-Libertà è (anche) arte.

9 Non sapere è la forma più alta di deresponsabilizzazione, e la più bassa di giustificazione.

-Chi non sa non ha responsabilità, così come sapere è potere, non sapere è non potere. L'ignoranza rende deboli, oltre che suscettibili di plagio. L'ignoranza inoltre, in quanto opposto dell'esperienza, ci estranea dal vero contesto che ci circonda, e in universo di norme e convenzioni come il nostro, possiamo permettercelo?, ci conviene davvero?, è giusto?

1 (Se e dove vi sono colpe, queste non sono giustificabili col "non sapevo" o col "non so e sono libero di non sapere".) Norma giuridica, ma anche etica.

-Questa non ha valore di giustificazione, in quanto giustificare equivale all'esprimere a posteriori le cause che hanno prodotto un risultato antecedente, mentre quello che si dice col “non sapevo”, è che non si conoscono tali cause, né pro né contro.

-L'agire responsabile dovrebbe comportare invece una conoscenza a posteriori delle proprie cause e delle cause del proprio agire. (Nonché, se possibile, una conoscenza a priori - sensata.)

-Il più delle volte, il “non sapevo” è un espediente per negare la paternità di una scelta, o perché ci si vergogna della scelta compiuta, o per comunque non ammettere di averla compiuta consciamente, responsabilmente, assolvendo così a un compito della propria inautenticità.

-Se tutti all'improvviso ammettessimo a noi stessi le vere cause di ogni nostra azione passata, il mondo collasserebbe nel caos. Difatti le contraddizioni interne all'agire, oltre che nella dialettica pensiero-azione, sono probabilmente innumerevoli, e non fanno che minare la self-authenticity. Tutti si chiederebbero all'improvviso: “chi sono?”.

-Trovare un io unitario, forse è impossibile. Ma trovare una causa comune a tutto l'io, risalire nella Cascata e spiegarsi a sé stesso, può porre delle cause e dei fini incredibili.

2 (La volontaria cecità di chi [dice di] non sapere non è una forza, ma un'ignoranza imposta, una mancanza, e autoinfliggersi una cosa del genere non può che significare estrema furbizia, estrema stupidità o estrema incapacità di ribellarsi a circostanze inevitabili e schiaccianti.)

-L'estrema irresponsabilità del prigioniero.

-L'estrema fragilità del libero.

-La fragilità del vetro è parte della sua bellezza, o no? Esiste una trasparenza infrangibile?

-Il libero che segue l'altro può cedere a lui la responsabilità delle strade di entrambi, non avendone lui alcuna.

3 Non i gusti ma le cause dei gusti regolano le scelte e specialmente le rinunce delle scelte.

-Il piacere o non piacere di una data cosa è un effetto, e non può essere visto come causa, se non per semplificare o generalizzare una cosa ampia per fini di praticità.

-Ci sono determinate ragioni per le quali una cosa piace o non piace.

-Se le ragioni non piacciono, le si elimina e si attribuisce all'innatismo del gusto la scelta.

-I gusti sono il comodo rifugio per spiegazioni eventualmente scomode alla self-authenticity.

-Così chi ha qualcosa da nascondersi, nasconde nell'estetica la propria etica, facendo di un problema morale, un problema di gusti (e con la scusa del de gustibus, disinnescare quel qualcosa). Notevole trucco, ma pur sempre trucco, mistificazione.

O

4 Ciascuno può scegliere di non essere, ma il suo farlo o non farlo non sarà mai prodotto della sua o altrui volontà in senso stretto.

-La necessità determina l'essere.

-La scelta prova a esprimerlo con una parvenza di volontà.

- Ma pur restando al di fuori del concetto di Cascata, al di fuori del determinismo, questo discorso resta valido nell'ottica dell'orizzonte dell'ignoranza cui siamo costretti.

5 L'autenticità è la ricerca delle giustificazioni alle necessità delle scelte, e l'azione come conseguenza della conoscenza, qualora la self-authenticity stessa lo imponga.

-L'inautenticità è invece, il necessario adeguarsi delle giustificazioni alle scelte.

-L'autenticità è la scoperta di un perché al che, passato, presente o futuro.

-L'inautenticità è invece l'elaborazione di un perché artificioso ad un che irresponsabile.

-(Generalmente quest'ultima cosa avviene solo sotto pressione, altrimenti si fanno le cose senza nemmeno dirsele, si avviene senza accadere, si capita senza una ragione; e solo quando un elemento costringe all'elaborazione di una causa stringente, si fa di tutto per elaborare una risposta il più possibile fondante su cui basarsi. O si prende a schiaffi l'elemento provocante.)

-La spiegazione autentica è fondata.

-La spiegazione inautentica è fondante.

-Esempio di spiegazione inautentica e fallace: “secondo me le cose stanno così perché se non stessero così sarebbe brutto”. (Tipica spiegazione del non esperto in materia quando si cerca di confutare idee a lui care per necessità, tipo l'esistenza di dio o dell'anima, o della libertà di arbitrio...)

6 La libertà è nel sapere.

-(L'autocoscienza della libertà aiuta: sapere di essere liberi è il più alto grado di libertà.)

-Tu puoi.

-Fondamentale per ogni cosa è il comprendere la possibilità. Questo è complesso, e allora si può dire che per ogni cosa è fondamentale la possibilità della complessità. Semplificare è utile, è bello, ma è riduttivo su piani vasti come quello della possibilità. Ad esempio, dicendo che tutto è possibile, si è ben lontani dal comprendere la portata dell'idea e la vera vastità di ciò che si sta dicendo.

-La possibilità dell'opposto, totalmente neutrale, è fondamentale per comprendere e apprezzare il positivo.

-Il calco nella sabbia di ogni simbolo è ciò che ci serve per vederne l'altro lato.

-Capire il significato dell'assenza, ad esempio, la sua possibilità, la sua neutralità, la sua completa indifferenza in un'ottica di universo e di cause, è fondamentale ad esempio per capire la bellezza, il vero valore e la verità della presenza.

-Se si vuole capire davvero che si è giallognoli, ad esempio, bisogna ammettere, capire, dirsi che ugualmente si potrebbe anche essere verdi o rosa. Anche nel futuro.

-Proiettando nel futuro la domanda della possibilità si può capire davvero cosa si vuole, ma solo nell'ottica di una self-authenticity incondizionata, e di una sincerità pressoché impeccabile: “voglio davvero H?” deve ad esempio essere riformulata come: “Io posso H o non H. Se avessi la possibilità, ora, di non essere/avere più H, cosa sceglierei?”

-Capire non è facile, ma quando non capire non è inevitabile, è preferibile all'inerzia.

-La libertà è la comprensione del perché del perché del che.

7 Ne consegue che l'autenticità è un'architettura di autogiustificazione dell'autocomprensione, mentre la libertà è il bisogno della comprensione dell'autogiustificazione, e quindi il bisogno del suo controllo.

-(Dato un gesto X, lo si interpreta a posteriori come frutto di un pensiero Y; quindi si costruisce uno schema all'interno del quale X è completamente logico e giustificato da precisi nessi causali. In seguito si cerca di capire come e come mai è stato svolto questo procedimento di riordinamento, evisceramento, logicizzazione delle cause, per risalire dal gesto al perché del gesto. E quest'ultimo passo, questo solamente, e i successivi ricorsivi passi si avvicinano all'asintoto della verità.)

-(Se l'autenticità è il vivere, la libertà è il capire di non essere mai nati.)

-Se l'autenticità è lo spiegarsi perché si sceglie una strada piuttosto che un'altra, la libertà è il capirlo e l'estremo atto di emancipazione dalla volontà che compie chi anziché privarsi della facoltà di scegliere, sceglie di accogliere l'idea che la scelta potrebbe non esistere e che le strade le facciamo noi.

-Altra definizione di inautenticità: adeguare la filosofia al comportamento e non il comportamento alla filosofia.

-Nel momento in cui si diventa chi si è, appoggiandosi a un sistema di pensiero coerente e organico, bisogna diventare autentici adeguando la propria vita al sistema. Inautentico è chi adegua il sistema alla vita, pur di non alzare il culo.

-Nessuno dipende veramente da alcune e non altre delle proprie cause: le ha semplicemente finora selezionate in tal modo perché così era più adeguato alle necessità contingenti. Di fatto, ciascuno ha un numero sufficiente di cause per essere potenzialmente tutto ciò che potrebbe voler diventare se lo volesse veramente.

-L'artista prova a esprimere cause.

-Il filosofo prova a conoscerle.

-La pigrizia è l'aresponsabilità.

-L'inerzia è frutto di volontà, ed è pari alla pigrizia.

-(Non sapere chi si è, equivale al non volerlo sapere, equivale al pensare inconsciamente “meglio non saperlo”. La paura di farsi schifo può autogiustificare una non volontà di conoscenza. Non mi guardo allo specchio perché ho paura di non piacermi. È una volontaria rinuncia alla conoscenza della verità, razionale, radicale, concepibile e comprensibile, ma giustificabile?)

-Se non hai voglia di, non sei libero di.

-Se non sei libero di, non puoi farlo.

-Se non puoi farlo, sei prigioniero.

-Inautenticità è un tradimento interno e ricorsivo nella dialettica razionalità – realtà fattuale.

-Si può vivere benissimo anche senza autenticità. Forse si vive meglio.

8 Se ti ami, ribellati.

-Ho sentito degli psicologi sostenere che a volte è meglio non tirare fuori certe cose, è meglio lasciarle nell'inconscio, ma questo non equivale a non conoscere davvero sé stessi, non equivale forse al rinunciare in partenza a fare i conti con sé stessi, a raggiungere un'autenticità?

-E se l'autenticità è l'unica strada, come sembra essere, verso la libertà, è la libertà un prezzo buono per la vita?

-Meglio morire di dolore o vivere di una felicità che si teme potrebbe essere inautentica?

-Chissenefrega della verità, meglio vivere felice e contento nell'allevamento? Ammissibile.

-Quando credi di avere tutto è perché quello schifo che hai è ingigantito dalla tua voglia di vedere.

-(Attenzione a non confondere tra inautenticità e semplicità. Non sto dicendo che un metalmeccanico che arriva a stento a fine mese che ama ricambiato la moglie zoppa e stronza, e magari pure brutta, non è autentico nel momento in cui dice d'essere felice: la sua felicità è più che legittima, anzi, benvenga! L'inautenticità è solo ed esclusivamente un meccanismo di “mentire a sé stessi”, ed è completamente trasversale, lo può fare un capo di stato così come l'ultimo dei leghisti, indistintamente.)

-Si considerino due parametri, da zero a dieci. Il primo è la capacità di provare emozioni, il secondo è la felicità effettiva. Chi ha molta sensibilità è più soggetto ai cambiamenti del relativo parametro di felicità, nel senso che se è felice, gioirà tutto ciò che potrà gioire, mentre se è triste piangerà tutto il piangibile. Chi invece è poco sensibile, sarà poco felice anche se la felicità effettiva è tanta, e sarà poco triste anche se la felicità sarà a zero: insomma, più la sensibilità si avvicina allo zero, più la persona è imperturbabile. Lo status ottimale si ha quando i due parametri sono allo stesso livello e ciascuno prova il massimo di ciò che può provare nel bene.

O

9 L'arte è un problema di espressioni, la filosofia di cause delle espressioni. Arte è “A”. Filosofia è “Perché A? E se B?”

- Non porsi domande è la strada più pratica per non avere risposte.

-La scomodità delle risposte può causare ma non giustificare la pigrizia delle domande.

-La difficoltà delle risposte è la prima ragione per la quale bisognerebbe porsi domande.

-Non è una questione di sfide contro sé stessi, o forse lo è per alcuni, ma è una sfida contro la falsità.

-È arduo porsi domande al di fuori delle proprie risposte. (Ma farlo può dare senso a una vita.)

-Ma soprattutto mai porsi risposte al di fuori delle proprie domande.

-(E sopratutto delle proprie cause. Assumersi le proprie colpe se di tali si tratta, capirle, accoglierle, è l'unico modo per essere liberi. Giustificarle è la strada del vuoto, del voler volere, della non autenticità.)

10 L'arte è una questione di inizi, la filosofia di termini.

-Se intendiamo filosofia come sistema di pensiero di ciascuno, e l'arte come il modo di esprimersi, si può tracciare un parallelismo tra autenticità e adeguamento dell'arte alla filosofia.

1 L'arte è svolgimento ed espressione di principi e termini propri della filosofia.

2 Perché vedresti ad ogni costo un problema anche se vorresti che non ci fosse dove potrebbe anche non esserci, se non ce ne fosse davvero uno? Tre possibilità:

-Il problema c'è.

-Il problema non c'è, stai sopravvalutando l'entità del tutto.

-Il problema non c'è, e stai commettendo un errore di valutazione: tu il problema lo vuoi, e quindi esiste, ma a monte: in te.

3 Vantare una mediocrità è peggio che non vergognarsi di una bassezza.

-Se non ami ciò che sei e comunque dimostri fierezza, ami solo gioie e successi altrui, vuoto.

-Raccogli, altera, tessi, distruggi, ricostruisci e diventa. Questa la tua fierezza.

4 Le domande migliori sono quelle che non si riescono a porre.

-La loro risposta è l'ineffabile che cerchiamo coi mezzi dell'arte.

5 Il modo migliore per pulirsi la coscienza è convincersi di non averne una.

-Tutto faremmo, pur di non essere mai condannati dinanzi al tribunale di noi stessi.

-Il modo migliore per non comparire dinanzi a un tribunale è convincersi che non ne esiste uno.

-O impazzire.

-L'irresponsabilità del pazzo per il cattivo, pigro o stupido è come una meringa per un goloso.

-Non nascondere la volontà dietro a parvenze di pazzia.

-L'irrazionale è il rifugio preferito delle strade considerate sbagliate.

-Se questa la chiamiamo pazzia, io sono caotico. Se questo lo chiamiamo caos, io sono pazzo.

-Se temi le tue strade, probabilmente non sono tue, in quel momento (siccome se è tuo, è sotto il tuo controllo, e si teme solamente ciò che non è sotto il proprio controllo).

-Se consideri sbagliate le tue strade, pur essendo questo parte della tua strada, non è detto che lo siano, né che non lo siano, e la risposta è la tua strada: conoscila.

-Dubita della tua strada, questa è la strada. Sii artista e filosofo.

6 La possibilità del peggio non rende l'esistente migliore dell'esistente stesso. La qualità va considerata nell'ignoranza della possibilità?

-In generale, esiste sempre qualcosa di meglio.

-Altrettanto in generale, nessuno sembra volerlo: è troppo scomodo rischiare di porsi obiettivi al di fuori di ciò che si crede possibile nell'immediato.

-Il non avere sogni è il rifugio più comodo per chi non vuole rischiare di essere deluso.

-E per gli stupidi.

7 Caos è il cercare l'imprevedibile per costringere al dubbio l'abitudine.

-(Mai confondere la verità con l'abitudine.)

-Mai confondere ciò che deve essere con ciò che vuoi che sia.

-Hume era un cretino.

-Detto ciò, definiamo caos la pratica del tentare l'irrazionalità per produrre l'imprevedibile, l'unica forma di caso possibile. Sfruttare il limite della prevedibilità e conoscenza umana è l'unico modo per produrre qualcosa che sembri al di fuori della catena causale.

-Tu non sei in grado di prevedere ciò che leggerai subito dopo questa frase, di conseguenza potresti essere in grado di sostenere che quanto leggerai è prodotto del caso, mentre in realtà è frutto di cause che tu non conosci.

-Amgnaschgaaaaaawpqo. 11 26 53 00 24 guaina.

-Limiti della conoscenza vale a dire imprevedibilità.

-L'imprevedibilità è tutto ciò che abbiamo della libertà delle scelte (specialmente di quelle altrui, ma anche delle nostre.)

-Siccome una scelta non è tale se non è responsabile, tutte le scelte delle quali non siamo in grado di definire le cause non sono scelte, ma sono frutto del caos, dell'imprevedibile, di cause al di fuori della nostra cognizione.

-Dietro a ogni risposta c'è un'altra domanda.

-A ogni domanda ne segue un'altra, e alla fine c'è sempre una domanda senza risposta. L'ignoranza delle risposte, come già detto, dovrebbe essere spunto di curiosità, e non frustrazione. Se conoscessimo tutto, vivremmo un tempo piatto.

-La definizione delle cause affinché la scelta sia responsabile deve avvenire a priori.

-La spiegazione a posteriori implica il rischio dell'autogiustificazione, del voler volere, e dell'inautenticità.

-Se avviene a posteriori, quella non è comunque una scelta, ma un dato di fatto cui si possono dare spiegazioni più o meno elaborate, più o meno artificiose, più o meno veritiere.

-Più false sono le spiegazioni, più negativo è il fatto cui conseguono o la loro causa.

-Il porre qualcosa al di fuori di una catena causale è un espediente per deresponsabilizzare il gesto: “così è, nessuno può farci niente.” (Da tradurre con: mi va bene così-non ho abbastanza voglia di sbattermi per cambiarlo.)

8 La libertà è nell'ignoranza.

-Se noi conoscessimo ipoteticamente tutto, incluse le cause che provocano il mondo in cui sono comprese le nostre azioni, i nostri pensieri, i nostri comportamenti, potremmo prevedere con immediata esattezza il futuro.

-Per chi conosce una catena di eventi per i loro nessi causali, il passato, presente, futuro della catena, convivono in lui.

-La conoscenza delle cause appiattisce il tempo.

-Senza tempo, non ci può essere la curiosità del futuro.

-Senza la curiosità del futuro non c'è la speranza, e la voglia di vivere.

-L'ignoranza delle cause, prodotto dei nostri limiti, è quindi diretta causa della nostra possibilità del caos.

-Il caos come imprevedibile è la chiave di volta della nostra vita.

-Il caos è l'unica forma della nostra illusione di libertà.

-(In realtà, ciò che rende il caos la forma della nostra libertà è la nostra ignoranza di esso: se noi avessimo piena conoscenza delle cause, potremmo prevedere perfino questa forma del caos, e così la nostra curiosità verrebbe comunque meno.)

-Se ha paura di non essere libero chi sa che il proprio agire passato, presente e futuro è necessariamente implicato da un'infinita cascata causale, è libero chi non conosce la Cascata, facendo ricadere il mondo attorno e in parte sé stesso all'interno del miraggio del caos.

9 Così come, nell'ottica della libertà e della responsabilità, ciascuno è oggetto del merito e del demerito per le azioni di cui si è posto come soggetto o agente, nell'ottica della causalità e del determinismo, nessuno è libero né nessuno è responsabile in senso stretto per le sue azioni.

-Chi è determinato non è libero, è un robot programmato per agire in un certo modo, senza per questo escludere la reazione o l'interazione con l'esterno; ma comunque restando il complesso del cosmo paragonabile a un gigantesco robot, e ogni complesso di situazioni o eventi zonabile in sistemi (mai indipendenti dal resto, causalmente parlando), il cosmo resta determinato così come la traiettoria di un raggio laser nel vuoto.

-Chi non è libero, non è responsabile.

-Ciascuno fa ciò che deve.

-Ciascuno vuole ciò che fa.

-Il fatto che voglia ciò che fa diventa una conseguenza necessaria all'autenticità: in quanto macchine per la sopravvivenza, raramente possiamo permetterci di metterci in crisi perché non vogliamo ciò che siamo causati o costretti a fare.

-Nessuno allora è responsabile per ciò che fa, così come il ladro ruba perché ha fame,un sasso cade per terra, e un bambino cresce ateo perché i suoi genitori sono atei.

-Come puoi imputare a una pianta la colpa di essere cresciuta storta, perché la luce le arriva di lato?

-Come puoi imputare ad un ragazzo di essere cresciuto comunista o leghista perché il contesto familiare e socio-culturale in cui ha ricevuto acqua, luce e sali minerali era di quel tipo?

-Quanti possono vantare di essere stati educati alla libertà?

-Cos'è l'educazione alla libertà? Esiste? Non è comunque un condizionamento?

-Alla fine, dunque, nemmeno il voler volere è una colpa, nemmeno la stupidità.

0 Nell'ambito del caos esistono positivo e negativo, buono e cattivo, giusto e sbagliato e i giudizi di valore: nell'ambito del determinismo puro esistono solo le cause.

-Non esistono cause ed effetti: esistono solo cause precedenti e cause (con)seguenti.

-Esiste un solo tipo di causa, che potremmo chiamare “causa fisica” o “causa e basta” che suona meglio: l'illusione di più tipi di cause è comune: “perché hai preso quella mela?” 1) Per mangiarla – causa finale 2) Perché ho fame – causa prima 3) Perché ho allungato il braccio e l'ho afferrata – causa efficiente. In realtà tutte si possono ricondurre ad un unico tipo di causa, o meglio alla stessa Cascata. Non mangio da sette ore, per varie ragioni, e per altre ragioni in questo momento sono davanti ad un piatto con una mela; per ragioni in parte genetiche in parte di abitudine, mi piacciono molto le mele. Somma diretta di queste cause → prendo la mela e me la mangio con gusto.

-Non riesco ad individuare un effetto fine a sé stesso nel mio cosmo: ogni causa ne produce necessariamente almeno un'altra. Forse solamente i pensieri inespressi di un malato grave di alzheimer sono l'effettiva fine di una catena causale. O forse nemmeno quelli: il fatto di pensare ha conseguenze attive sul corpo, sia come metabolismo che come azioni anche se minime, dove la catena riparte cambiando di forma.

0 Se le cose stanno così, il mondo, l'esistenza mia e tua, la vita, e quanto di più importante possa venirci in mente, non hanno nessun senso.

-(Senso implicherebbe un qualche meccanismo teleologico, un orientamento, un tendere a, mentre c'è solo un provenire da. Questo può essere un senso? Per me, no.)

-Il fatto che il tutto non abbia senso non impedisce a qualcosa di averne.

-Lo scopo della mia vita è trovarlo.

-(TrovarLo: trovare lo scopo della mia vita. Sembra ricorsivo? Lo è. È valido? Dipende.)

-C'è chi lo scopo della propria vita lo riesce a trovare in sé, dov'è.

-Il sé è il luogo migliore per trovare i propri perché.

-Chi non lo trova lì, lo cerca in un altrui o in un altrove; è il caso di chi ama in quel modo, e di chi parte per un lungo viaggio, sperando...

-Chi non lo trova lì, o lo trova in un altro mondo, o si rassegna o torna al primo stadio.

-L'arte dell'autenticità porta (spero) all'unica strada vera per ognuno. Vera per me è la mia strada, vera per te la tua, e se è vera davvero, nessuno ha nulla da temere.

-La frontiera del solipsismo si rompe dove si ammette l'esistenza di una sola verità.

-Se si crede nella verità, nella dialettica, il solipsismo è il solito comodo rifugio per paura di rischiare di mettere in crisi la propria self-authenticity.

1La libertà disincantata della consapevolezza della scelta conduce a un'inversione: da “perché vivo?” a “perché non mi butto da una finestra? Perché sono ancora qui?”.

-Il “perché vivo?” spesso vuole avere (necessita d'avere → rischio di inautenticità) più risposte della seconda domanda.

-Il nostro annaspare su briciole di vita mentre cerchiamo aria per il polmone della vita stessa, ci fa dimenticare l'autenticità. Ogni consapevolezza in un clima di non-autocontrollo, di non-responsabilità, di non-coscienza, è Molto fallibile.

2 C'è sempre una finestra aperta per ciascuno.

3 C'è chi usa l'ordine come strumento per sconfiggere il torpore, io, personalmente credo nel Caos.

-Mentre l'ordine rischia di diventare in un attimo abitudine inautentica, al caos vero non ci si abituerà mai perché non consiste in ripetizioni.

-Non identificare il caos con la pigrizia e col lasciar accadere: il caos è una pratica.

-Rifugiarsi dietro a un ordine è un rinunciare alla libera scelta, è come pregare.

-L'abitudine (che poi è l'ordine sedimentato per inerzia) di alzarsi ogni giorno alle otto, ad esempio, alla lunga priva dalla libertà di alzarsi alle cinque, se si ha voglia.

-Il voler vero volere è Caos. Alzarsi e fare il gallo saltando in cerchio. Lanciare un uovo fuori dalla finestra.

-(senza guardare prima)

-Il Caos è il POTERE di saltare da quella finestra.

-E la LIBERTÀ di non farlo o farlo.

-Sapere che queste due alternative sono totalmente neutre è parte integrante della libertà di farlo o no, come già visto.

-Non farlo è vita.

-Farlo si chiama suicidio.

-La finestra aperta è l'unica finestra sul mondo.

-E non è una via di fuga, o forse lo è, ma è autentica quanto la porta per prendere le scale invece dell'aria.

-La lucidità è l'unica garanzia della libertà. Saper potere, saper di saper potere, sapere di volere e non voler volere sono ingredienti necessari per la lucidità. La lucidità è l'unico modo per riflettere: se si è opachi non si riflette. Mai.

4 Lo specchio riflette solo quando c'è da riflettere.

-Non inventare le tue immagini dal nulla, sarebbe inautentico: cercale senza volerle trovare, sapendo che potresti trovarle o no, e che se non le trovassi ci sarebbe comunque la finestra su cui riflettere.

-Cercare senza voler trovare ad ogni costo, con la libertà di non trovare, permette di trovare la verità.

-(In questo senso, io sto solo scrivendo un mucchio di falsità in quanto tutto questo è prodotto necessario della necessità del mio essere necessario a mia volta.)

-Così come una stella non brillerebbe se non ci fosse nulla da illuminare (una candela non fa luce se non c'è nessuno a percepirla, in linea conoscitiva: nessuno può dire che c'è una candela accesa se nessuno sa che c'è) se non c'è nulla di cui sorridere, non sorridere.

-Viceversa, esplodere quando c'è del bello è la cosa più bella che si possa fare.

-Brillare è bello.

-Tacere anche.

5 Cambiare è questione di un attimo.

-Basta volerlo davvero. Nel momento in cui si sa perché si dovrebbe cambiare già si sta cambiando, e quando si sa perché si sta cambiando, si è già cambiati.

-La paura del cambiamento, la giustificazione col “nessuno cambia”, “il cambiamento è una cosa lenta”, “non ne sono capace”, “l'abitudine è più forte della ragione” o cazzate simili, non sono che scuse per non alzare le chiappe: chi lo vuole abbastanza, il cambiamento, chi ne fa una filosofia, lo afferra. Qui. Ora.

-”Se non qui, dove? Se non ora, quando?”

-Quando avrai davvero capito, troverai la voglia. L'alternativa è l'inautenticità, o altrimenti la difformità da quanto ho detto finora (ammissibile, restando nel contesto di una generale coerenza e in particolare di un'autocoerenza ferrea).

-Mettiamo ad esempio che ad A non piaccia qualcosa (x) di B. Ne si discute, e se x è giusto per B, A si dovrà adeguare perché il suo non piacergli non è giustificato. Se invece dalla discussione verrà fuori che x è sbagliato per B come sosteneva A, sarà B a doversi adeguare.

-C'è chi dice che o ci si adegua o la famosa “amarsi per come si è.”

-Quando ci si deve adeguare, ci sono due strade: o A>B (si adegua a B), quindi “se lo fa andar bene” (inautentico?), oppure B>A modificando x, ovvero sé stesso (se il cambiamento è riconosciuto come necessario, benefico, vero, il cambiamento è verso una maggiore self-authenticity, altrimenti no), o in alternativa ci si viene in contro, a metà strada.

-Quando invece si crede nell'amore che sistema le cose (acceca), diciamo che “si ama per ciò che si è, senza richiedere cambiamenti.” Ora dobbiamo chiederci: è giusto o no, non cambiare? Non potrebbe essere meglio? Se ci rispondiamo che è giusto, allora tutto bene e finisce lì, happiness. Se ci si risponde che non lo è, allora si riconosce che si può migliorare cambiando, e ci si chiede ancora “si sbaglia o no, a non migliorare?” se ci si risponde di sì, è perché si capisce che col miglioramento si starà meglio, nel quale caso B si adeguerà ad A oppure non farà niente. Se B non farà niente, o per odio le cose non andranno più bene, o per amore B>A oppure una via di mezzo inconsapevole. Se ci si risponde che non si sbaglia a non migliorare, e quindi si è felici come si è, o A>B oppure non farà niente, con le stesse possibili conseguenze di prima.

-Alla fine, qualcuno si adegua sempre, inevitabilmente.

-La chiave per non doversi adeguare è trovare la verità comune, tale che il cambiare non significhi adeguarsi ma il muoversi verso la verità.

-Cambiare adeguandosi è la cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi, è una prostituzione.

-Rifiutarsi di cambiare anche se messi di fronte a una verità (la consapevolezza della verità, prima di accadere, deve superare notevoli strati di pigrizia e di difese erette a scudo di un'autenticità basata sul falso.)

-Io sono inautentico.

6 Se il nostro sistema filosofico ci impone di pensare che non esista una verità in senso assoluto, allora non ha senso andare oltre e non saresti qui a leggere, se invece crediamo che esiste, possiamo trarne alcune conclusioni.

-La verità esiste.

-Non è necessariamente data la conoscibilità di ciò di cui logicamente deduciamo l'esistenza.

-La nostra conoscenza avviene in forma esclusivamente soggettiva, qualunque sia lo strumento che si usa per conoscere e esprimere tramite codici o linguaggi convenzionali.

-(In questo senso, si può dire che “non esistono fatti ma solo interpretazioni”: a un livello di conoscenza della realtà è vero, a un livello di realtà no.)

-Tra la realtà e la nostra conoscenza di essa ci sono gli occhiali di ciascuno.

-Gli occhiali sono di varie forme e dimensioni, sono nozioni culturali, idee che ci hanno inculcato da piccoli, distorsioni della percezione, abitudini, pigrizie, secondi fini consci o inconsci, et cetera...

-Ipotizziamo un particolare occhiale, tale che io chiami blu ciò che tu chiami verde, e viceversa. In quest'ottica Protagora aveva ragione: è assolutamente VERO che il colore che io vedo come blu è blu, così come è vero che lo stesso colore che io vedo come blu è invece verde per te. Le due verità sono equivalenti, in quanto frutto di due diverse soggettività percettive che in buona fede hanno ragione. Ma, conoscendo a un livello di consapevolezza superiore il mio occhiale, io scopro l'inversione cromatica che questi produce nella mia percezione. Da questo momento, con una banale operazione mentale, ogni volta che vedo un verde in realtà so che è blu.

-Se io conosco l'alterazione della realtà che produce un errore nella mia percezione, lo posso usare come metro da sottrarre alla mia percezione della realtà, ottenendo così la realtà vera. Se l'asta di legno che uso io per misurare, per un errore, è lungo 110 cm invece che i 100 che dovrebbe misurare, nel momento in cui mi accorgo di questa discrepanza, posso sottrarre 10 cm ad ogni misurazione che compio, azzerando l'errore.

-Una persona critica interessata alla verità, conoscendo il proprio punto di vista, fa il possibile per eclissarsi dietro la realtà, sottraendo gli atteggiamenti e le soggettività di cui sa di essere portatore alla realtà di cui ha percezione.

-Pur restando cosciente che il primo impatto emotivo ha un suo ruolo, se si è interessati alla verità il compito del filosofo è di esaminare, di sventrare le cose e analizzarle con più oggettività possibile, discernendo tra realtà e occhiali, in modo da pervenire alla fine a un quadro generale obiettivo. In seguito, avendo in mano una realtà, la si può giudicare in modo etico e estetico, dandole un valore soggettivo sensato. Prima deve venire l'oggettività, poi la soggettività: dare un giudizio di valore a una soggettività pura è inutile.

-Una volta che si conosce l'oggettività, questa può piacere o meno, ma non prima.

-Allo stesso modo i gusti hanno le loro ragioni, e sono quelle a dover essere scoperte, per poter dominare e capire il proprio gusto.

-I gusti "a pelle" hanno valore di verità solo in quanto espressione diretta delle cause che li producono, non di ciò di cui si sta giudicando la bellezza o verità.

-I gusti sono un filtro dettato dal determinismo che condiziona la nostra percezione di ciò che è vero, e deve essere compreso per poter essere sottratto alla realtà che si sta percependo.

-Un ladro che dica "non ho rubato io quella mela" non sta tuttavia esprimendo una soggettività valida, in quanto io ai fini di questo discorso ho presunto la buona fede di colui che esprime la sua soggettività. Ovviamente, la sua negazione di responsabilità, se sa di aver invece rubato quella mela, non ha alcun valore di verità.

-Sottrarre i propri gusti alle valutazioni di merito e di verità, in campo socio-politico, si chiama onestà intellettuale.

-La buona fede è molto diversa dal banale “aver ottime ragioni per fare”: nel momento in cui due persone cercano di ottenere la stessa cosa, una perché la ritiene giusta e ha voglia di ottenerla, l'altro perché sa che se la otterrà non verrà punito per i suoi crimini, i giudizi di valore che possiamo dare alle due persone divergono.

-La buona fede e la verità che ciascuno percepisce di sé sono gli avvocati della difesa del tribunale di noi stessi.

-La nostra verità ci appartiene ben poco, spesso.

-Mettere in crisi le proprie verità, non aggrapparsi ad esse, ci permette di capire se sono autentiche.

-Nel momento in cui mettendo in crisi una nostra verità andiamo in crisi anche noi, capiamo che quella è una nostra verità, ed è vera solamente perchè abbiamo bisogno che lo sia. Quando il nostro benessere cesserà di dipendere dalla fede in quella verità, allora sarà veramente una verità e potremo dire di averla scelta per il suo valore di verità, e non per necessità.

-Le proprie verità dovrebbero essere il risultato, non il punto di partenza, altrimenti si chiamerebbero pregiudizi.

-Quis custodet ipsos custodes?

-Possiamo quindi tracciare una specie di diagramma di flusso, in questo modo:
fatti (occhiali) soggettività (occhiali) controllo1 (occhiali) controllo2 (occhiali)... Infatti, il controllo che noi operiamo per eliminare il primo paio di occhiali, è comunque una percezione soggettiva che noi abbiamo di noi stessi,e pertanto va regolata da un livello superiore di controllo, che inibisca gli occhiali che inevitabilmente la soggettività di questa percezione ha. Più si risale nei livelli di controllo, più avremo la certezza di avvicinarci all'asintoto della verità.

7 Lo svolgimento è un tale casino che la conclusione non è che l'ultimo dei problemi, se non la prima delle soluzioni.

-Se non sei tanto felice da iniziare, sei felice di finire.

-Il nostro dovere verso noi stessi di libertà e di autodeterminazione ci dovrebbe portare al bisogno di espletare quanto più possibile queste capacità, nei limiti concessi dal caos.

-L'ignoranza rende inconsapevoli delle cause, e quindi lascia un margine di caos molto più ampio, dall'altro lato la conoscenza ci permette di smascherare le inautenticità della nostra vita. Esiste un termine medio? È possibile una via di mezzo?

-Comunque sia, ora, qui, sic rebus stantibus, nessuno, uomo o macchina, può giungere a conoscenza perfetta della Cascata. Ne consegue che il limite superiore dell'asse ignoranza-conoscenza non può essere toccato. L'asse inferiore nemmeno (finché non guardiamo la televisione). Quindi, necessariamente si è in una via di mezzo.

-Esiste una via giusta?

-Esistono strade sbagliate per luoghi che non esistono?

-L'equilibrio non è estremo di nulla, ma il nero che vogliamo col bianco di cui abbiamo bisogno.

8 Cambiare è davvero possibile.

-Ma a volte viene il dubbio che la possibilità non verrà mai seguita.

-Credere nel ”Non cambierai mai” oppure avere fiducia? Ardua scelta.

-Se è come credo io, alla fine l'inconscia scelta di colui del quale si sta supponendo la facoltà di cambiare, nel bene o nel male, verrà orientata come un sasso che cade, nella direzione della maggior inerzia possibile. Finché il nostro sistema filosofico ci farà ragionare nei termini di una self-authenticity in sé coerente, e questo sistema sarà in grado di rispondere con efficacia ai motivi che sembrano premere per un cambiamento, allora il cambiamento non avverrà. Solo con le spalle al muro o con altre ragioni che fanno supporre che sia giusto scegliere attivamente e razionalmente, il cambiamento può avvenire. Ma dove sta la giustizia? Qualcuno l'ha mandata nell'iperuranio e non è mai più scesa.

9 Volere Potere Dovere Essere Avere

-La mia riflessione si è basata principalmente su questi cinque concetti. Da qualche mese mi rendo conto che i cinque verbi più polivalenti e astrusi della nostra lingua servono in qualche modo ad esprimere concetti complessi e fondamentali, con un parallelismo che mi spiazza. Ciò che comunque, in linea di massima si può riscontrare, è che questi cinque verbi vengono, nell'ottica da me delineata, a ricongiungersi esclusivamente nel Dovere, inteso come necessità causale. Se invece consideriamo anche l'apparente variabile del caos, si aggiungono altre possibilità di determinazione.

0 Il fatto che tutto non abbia senso non impedisce a qualcosa di averne.

-Se il tutto inteso come Cascata non ha un senso (direzione, verso), insomma non è un vettore, ciò non significa che non possiamo, nell'ottica del caos, trovare dei sensi all'interno delle nostre vite. Chi lo trova nell'amore, chi nei soldi, chi nell'arte, chi nel rapinare banche, et cetera... Queste sono tutte cose perfettamente sensate, pur restando nella miopia del caos.

-Gli scrittori vogliono essere letti, non studiati.

-Si scrive per dire a sé stessi ciò che gli altri non hanno il coraggio di dirci.

-Voglio sapere perché voglio ciò che voglio.

-La parola "fine" è straordinaria: e se i due significati fossero legati dallo stesso suono perché sono gli stessi? E se la fine fosse il fine, e non solo la necessaria conclusione?

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