C'era una volta, in un posto lontano nello spazio e nel tempo, ma non si sa bene in quale direzione, un uomo stinto. Un vecchio uomo stinto, per la precisione, che si chiamava Talco il Grigio. Ma i maligni lo chiamavano Talco Sporco, che poi è lo stesso.
Ma talco era grigio, molto grigio. E non è una faccenda di vestiti o di zozzura, era grigio fino al midollo, tanto da sembrare più vecchio di quanto non fosse, era puro grigio cristallizzato.
Un giorno stava vagando per i campi e per le praterie e gli si parò davanti una struttura di legno, pietra e una cosa sottile che ricordava la perla. Aveva muri molto alti, e poche finestre, qualche feritoia sottile. Niente merli, le mura finivano con lunghi archi arrotondati che facevano dell'edificio qualcosa di molto simile a un fiore che spunta dalla nuda terra.
Faceva molto freddo.
E dato che Talco, oltre ad essere un viandante infreddolito, un vecchio grigio e un curiosone, era anche e soprattutto un ladro, cominciò a girare attorno a quello che lentamente scoprì essere un palazzo, o forse un castello, anche se certamente era atipico.
nessuna porta d'ingresso. Nessuna pianta che sfidasse le pareti. Ne toccò una ed ebbe la chiara visione di un ladro un po' più giovane (ma che di certo non era lì a rubare argenteria o caramelline) che ogni notte si avvicinava alle pareti per innaffiare l'edera, sperando che un giorno quella sarebbe bastata ad arrivare a una finestra. Una finestra che non era come le altre. Si intravedevano delle tendine sottili e colorate, con stampati dei disegni fini e dei motivi floreali.
La visione gli diede qualche brivido, ma si disse è il freddo.
Provò a bussare sul nudo muro, ma piano, perché sui petali non si può bussare forte. Ed era sì un ladro, ma era anche molto gentile. Forse perché grigio, o perché vecchio.
Le pareti perlate erano pulite e lucide, forse grazie alla pioggia che di quando in quando innaffiava il castello che probabilmente in quei momenti faceva di tutto per aprire un po' di più i petali e, per così dire, accogliere più acqua.
Molto tempo addietro, Talco aveva salvato la vita a una regina della pioggia, la quale gli aveva donato per ringraziarlo un ciondolo con un piccolo annaffiatoio dorato. E gli aveva insegnato un trucchetto.
Quindi lui si girò la collana sette volte e un quarto attorno al collo, si grattò un orecchio e diede inizio ad una leggera pioggerellina. Il castello perlato s'imperlò ulteriormente di goccioline d'acqua. Talco appoggiò l'orecchio a un petalo e rimase a lungo in ascolto di cigolii mugolosi e gocciolii vari che promettevano una rapida schiusura del grande fiore. Rabbrividiva d'impazienza, di curiosità, e di una cupida bramosia di tesori e fantasie. Ma forse era il freddo.
Mentre tra due petali si apriva una sottile fessura - ma i vecchi sono sottili come vetro soffiato - Talco si chiese se ciò che aveva fatto era stato trovare la chiave di uno scrigno che non vuole essere aperto, tanto da non avere serratura. E chi poteva averlo creato? Qualcuno che si era chiuso dentro, geloso dei suoi tesori, o che al contrario, si era chiuso fuori, e si era lasciato semplicemente dietro qualche meraviglia di troppo? O magari qualcuno che di porte non aveva bisogno. Un fantasma?
Sbirciò dentro - sbirciare era una cosa che gli veniva molto bene - e vide qualcosa che gli piacque e gli fece paura. Un giardino inselvatichito. Un paradiso, di fatto, selvatico. Rose alte sei metri che facevano fiori che da terra quasi non si vedevano, ma che certamente dovevano essere molto belle. Erba alta, con fiori alti anch'essi. Erbe aromatiche e soprattutto timo, in vasi appesi a un petalo del secondo cerchio.
Il tutto, cristallizzato dal gelo.
Il secondo cerchio di petali si stava aprendo anch'esso, ma più lentamente. La fessura era più stretta. Entrò nel giardino inselvatichito e sbirciò ancora una volta tra i petali, e ne vide il terzo cerchio. Da fuori era tutto molto più piccolo, pensò. Guardò la fessura tra i petali del terzo cerchio ed intuì la verità: i vecchi sono sottili, ma per arrivare agli stami lui avrebbe dovuto invecchiare ancora.
Entrare bambini ed arrivare al centro adulti, quello era un bel sogno altrui. Ma entrare vecchi e grigi, cosa poteva significare?
Non può piovere per sempre, aveva detto qualcuno. E la regina della pioggia non era onnipotente, quindi le opzioni di Talco si restringevano come veccchia lana.
Ogni cerchio di petali era carico di promesse, o più che altro di colori speranzosi. Una bambina felice doveva essere passata di lì e lasciato manate di vernice a caso in giro, qualche volta spremendosi in un disegno il più delle volte affascinante, qualche volta perfino pauroso. La complessità spaventa i vecchi: essi temono di perdersi, e non hanno più molto tempo.
Dopo un po' comparvero le prime porte. Sempre di più, e di dimensioni variabili dal topino al rinoceronte. Sempre a forma di petalo. Ma, dannatamente blindate. Petali corazzati, mezzo metro di cellulosa spinata otturava ogni possibilità perfino di uno sbirciamento, in certi posti. E Talco rosicò.
Stava entrando, cerchio a cerchio, nel mondo di una persona floreale. Si sentiva in colpa. Cosa che, per un ladro, è notevole. Ma era un ladro gentile, quindi tutto tornava. Alcune porte si aprivano, e davano su stanze perlopiù vuote, che avevano l'aria di essere state dimenticate lì dall'architetto, e avevano un'odore latente di ostilità: nemmeno loro volevano essere aperte. Lentamente l'aria attorno al ladro si caricava di maledizioni.
Colto da paura e cosciente di rischiare di perdersi, Talco strinse tra le dita un altro ciondolo che aveva al collo. Un piccolo cristallo. Un ladro non può permettersi di farsi rubare niente, e quindi anni addietro aveva rinchiuso il suo mondo in quel piccolo quarzo. Ora non aveva più niente, solo un simbolo di ciò che ebbe o forse di ciò di cui aveva bisogno o - peggio - voglia. Sperava che a nessuno interessasse un piccolo quarzo scheggiato. E come la più timida delle lumache, aveva il suo mondo sempre con sè. Ma ora quel mondo era a rischio. Il gelo lo stava lentamente erodendo, e le maledizioni che vi si svuotavano sopra ne assottigliavano la magia.
Smise di contare i cerchi - anche perché non sempre era certo di stare avanzando verso il centro. Forse il fiore funzionava come un gocciolio in una pozza d'acqua cristallina: sempre nuove sfere, che si allargano dal centro. E, maledizione, stava piovendo.
Stanze senza serratura, stanze le cui chiavi sono state perse... Stanze aperte, stanze chiuse, altre col soffitto crollato, altre con le pareti di cristallo che lasciavano trasparire paesaggi del cerchio interiore che poi in realtà non esistevano. Perdite, ovunque. La pioggia gocciolava nelle fessure, o forse è meglio dire che era assorbita: il castello beveva, a modo suo.
Aveva sete.
Aveva voglia di un albero su cui costruire una capanna sospesa, di legno scuro e robusto, bellissima. In cui invitare l'architetto di quel posto per offrirgli un thé, e dirgli guarda questa casa è piccola e semplice, c'è tutto, ma tutto è molto poco, d'inverno è fredda ma ho una coperta magica, grande quanto basta per due, è fatta di legno e per arrivarci bisogna scalare venti metri, ma l'ho fatta io con le mie mani e la conosco bene, è praticamente mia figlia. Il legno è pieno di nodi, ma si dorme bene, cullati dal vento e in compagnia dei gufi, col profumo degli aghi di pino. In una casa di legno chiaramente non ci sarebbe stato un camino, ma c'era invece un braciere per cucinare, scaldarsi e di quando in quando bruciare resina di conifera. E a quel punto pensò che aveva voglia di vederlo piangere, quell'architetto, per bere da quelle lacrime un po' di quel qualcosa che sospettava si celasse verso il centro del castello. Un architetto commosso.
La sua speranza si concentrò sulla frase "spero che la mia casa ti piaccia" - ma in realtà stava anche parlando di un piccolo cristallo di quarzo.
"Spero di toccarti il cuore."
Erano due ore buone che vagava verso il centro del Palazzo dei Gigli, nome che lentamente si era costruito tra i suoi pensieri, o che, per così dire, lì era sbocciato. In effetti di gigli non ce n'era che un paio, ma il nome aveva un suo fascino, specialmente data la petalosità delle mura. Erano due ore che vagava e notò una piccola porta sulla destra di un corridoio che sembrava passare sotto a una delle cerchie di petali ma in realtà curvava verso l'alto in modo impercettibile. La porta era in vecchio legno, ma ancora solido, annerito dal tempo o forse dalla pipa di una vecchia. Aveva appeso a un piccolo chiodo un cartello rettangolare di cartoncino rosa, con sopra scritto a chiare, inequivocabili lettere nere: "non svegliare". Era quasi imbarazzato, per non dire timido, quando premette sulla maniglia e fece cigolare in avanti la porta.
La stanza era circolare, aveva due piccole finestre molto vicine sul lato opposto rispetto alla porta, uno scaffale di libri, un comodino con un'abat-jour di vetri colorati accesa e poco altro. Quasi al centro della stanza, su un tappetino rosso e dall'aria meno morbida di quanto in realtà non fosse, era sdraiata una bambina dai capelli rossi. A passi felini, ladrescamente felpati, il grigio entrò nella stanza e fece qualche giro piroettando, giusto per vedere se era ancora in grado di eseguire la Danza del Ghepardo in Amore, e poi, soddisfatto, si concesse uno sguardo alla strana situazione. Le finestre davano sull'esterno del palazzo, e si chiese come fosse possibile dato che sperava ormai di aver fatto qualche chilometro verso il centro. Riconobbe le tende. Guardò verso il basso e vide il giovane che ancora, veniva ad annaffiare la base dei petali. Gli mise addosso una tristezza enorme. Gli venne voglia di piangere. Pianse.
A voce bassa, chiaramente, per non svegliare la piccola.
Si mise poi davanti ai piedi di lei, coperti da un lenzuolo colorato, e si chinò per guardarla meglio, non capiva se aveva gli occhi aperti o chiusi. Era fermo a fissarla, un paio di secondi, e la bambina all'improvviso non era più sdraiata e pacifica, ma era seduta, la faccia a due centimetri da quella del vecchio, gli occhi più rossi dei capelli e distorti in una smorfia fantasma, i capelli scompigliati e bellissimi, sembrava il fantasma di una bambina annegata. Il vecchio perse qualche anno di vita, si assottigliò ulteriormente e cadde a sedere con il cuore svuotato, mentre lentamente realizzava che era stata una specie di visione. Bambina arrabbiata.
Una voce lontana nell'aria, "stai calpestando i miei sogni, cammina piano".
Si promise d'alleggerire ulteriormente il suo già felpato passo. Si rialzò a fatica, accennò qualche passo della Danza della Volpe con Tre Code, rischiò di disfare l'abat-jour, e uscì facendo finta di niente.
Chiuse piano la porta dietro di sé, dopo aver lanciato un ultimo sguardo alla bambina, che adesso russava profondamente.
Seguendo il cigolio della porta, i suoi pensieri grattavano sul fondo di molte, inquiete, domande. Aveva tradito ancora una volta le richieste del palazzo. Il palazzo era vivo. Forse l'architetto era il palazzo stesso. E come mai allora aveva messo in una stanza quella bambina? Era sua prigioniera? Ospite? Figlia?
Le mani lungo il corpo, il cupo peso del cristallo gli scavava un solco sempre più profondo sul collo grigio-stinto.
Fece qualche passo verso quello che gli sembrava fosse il centro del palazzo, e sulla sinistra trovò la Stanza del Silenzio. Era senza porta, ma se l'avesse avuta sarebbe stata di carta velina, con bordi di legno sottile, del materiale degli aquiloni, per intenderci. All'interno c'era un uomo di trent'anni, in perfetta posizione del loto (il vecchio guardò con invidia a quelle gambe perfettamente accavallate senza traccia di crampi o artriti), levitante a mezzo metro buono dal terreno, occhi chiusi ma un occhio rosso chiuso disegnato sulla fronte, circondato da una sfera turbinante di strumenti musicali incantati che si suonavano da soli. Tra cui numerosi campanellini, che facevano un baccano allucinante.
Il grigio spalancò gli occhi. Le pareti erano tempestate di specchietti, che riflettevano una luce soffusa e senza origine. Il vecchio li prese per diamanti ed entrò, fiducioso nel caos musicale e soprattutto nella sua Danza del Barbagianni-Che-Più-Silenzioso-Non-Si-Può. Ma il suo ginocchio sinistro, al terzo taptip cigolò come un vecchio divano e il terzo occhio si aprì, mentre i due canonici si socchiusero. Al che il vecchio fu costretto ad improvvisare una Danza del Grillo Quasi Zoppo per fingere che il cigolio del suo ginocchio fosse parte del caos fonico che imperversava nella stanza.
Ci fu un nuovo cambio d'occhi e il vecchio poté accertarsi della natura vitrea degli specchietti, e, deluso, uscire dalla stanza non senza aver lanciato un ultimo sguardo all'orchestra volante.
Il tempo si fermò.
Poi, riprese a correre veloce come al solito.
Nel chiudere la porta, la sua mano sulla maniglia gli sembrò per quello che era: una mano sì, ma più vecchia di quanto ricordava. Le vene erano violacee e disegnavano una rete di malaticce tane di talpa che ingobbendosi spostavano sgraziatamente una pelle un po' maculata e qualche residuo pilifero. Non aveva contato i cerchi di petali che aveva passato, ma era certo che fossero meno di quelli che sembravano. Ed era pure certo che gli spazi erano sempre più angusti. Forse non pioveva abbastanza. Ripeté il trucco del ciondolo ma con ruttino finale, ma nulla cambiò, anzi la pioggia parve essere diminuita. Aveva poco tempo.
Sbirciò tra i petali del cerchio successivo ed intravide, oltre un piccolo parco con qualche capanna di legno, solamente il prossimo anello di petali.
Indugiò per qualche minuto lì dov'era, la faccia premuta tra gli orli dei due petali semischiusi che aveva di fronte. Gli occhi vitrei, allungò la testa oltre i petali e si trovò incastrato, il collo in posizione ghigliottina. E distintamente pensò qualcosa del tipo bene, caro il mio palazzo, se davvero non mi vuoi ecco la tua chance. Ma nulla accadde. Avrebbe tanto voluto avere qualcuno con cui parlare, per cercare assieme di capire quel posto. Voleva un compagno ladro, magari più giovane e agile, che gli insegnasse qualche trucco col coltello e gli raccontasse qualche storia attorno al fuoco.
L'idea del fuoco gli fece pensare alla notte, e al giorno, e al ciclo vitale. A quest'ultimo pensiero, collegò il fatto che non stava mangiando né dormendo da giorni. Per colpa di qualcosa in quel posto, o colpa del sé in quel posto, si era banalmente dimenticato di vivere la sua vita biologica. Lo sorprese, lì in piedi, la sua completa ed indisponibile animalità.
Quindi si strinse nella fessura del cerchio di petali che aveva davanti, divenne ancora un po' più sottile, e si fiondò in una di quelle capanne. Sfondò la porta e si lanciò sulla provvidenziale cucina che occupava da sola quasi tutta la capanna. Aprì gli armadietti ed arraffò ciò che gli serviva, e si cucinò tre chili e mezzo di riso in un paiolo da troll, speziandolo con tutto ciò su cui riuscì a mettere le mani: curcuma, cumino, aglio, cipolle, rosmarino salvia timo cicoria citronella fiori d'arancio foglie di limone semidifinocchio e insomma svuotò l'armadietto di erbe e aromi vari.
Mentre ingollava il riso, usando una cazzuola per fare più in fretta, ed aiutandosi di tanto in tanto con un imbuto per bere meglio, svarionò brevemente sul fatto che forse mangiare senza permesso nella casa d'altri da cui si sta cercando di rubare non era il massimo. Avessero avvelenato il cibo non ci sarebbe stato nulla di cui sorprendersi. Ma in quel posto non sembrava esserci nessuno. Quindi, per ora, nessun pericolo. Quindi continuò a mangiare e lo stomaco ringraziò. Ma il cristallo si fece più cupo, era come assorto.
Finito di mangiare, il Grigio decise di fare una cosa che non faceva da tempo, perché se n'era dimenticato, come per il cibo: meditare.
Quindi si cercò un tempio, che trovò tra una bella coppia di cespugli sempreverdi in quel giardino, dietro a una capanna, dopodiché si sbracò e si accovacciò, e molto a lungo meditò. Sei ore ininterrotte. Due metri cubi di spiritualità profumatissima abbandonarono il suo corpo e si distesero sul prato in bella mostra, concime sufficiente per un lustro.
E mentre meditava, capì cosa avrebbe fatto appena concluso l'oneroso compito.
Si alzò, si sfrigolò lungo una betulla per togliere le ultime croste di spiritualità rappresa che gli tarzanellavano qua e là, si ribracò e si spostò verso la fessura nel prossimo anello di petali. Ancora più stretta. Si tolse il cristallo, si chinò a terra e prese una manciata di terra umida. Ne fece una palla al centro della quale incastrò il cristallo. Baciò il tutto e lo scagliò oltre la fessura, alla base di un grande cespoglio di rose. (poiché era invernalmente spoglio)
Quindi girò i tacchi e camminò a lungo, verso l'esterno. Finalmente riuscì poco a poco a respirare perfino passando tra i petali, rivide tutti i posti già visti e si riperse nei posti in cui già si era perso.
Improvvisamente, smise di piovere. Pensò che forse era colpa della sua spiritualità, che stava alterando l'equilibrio climatico della regione. Ghignò e continuò a camminare, più spedito, il ginocchio che cricchiava e soffriva. I petali cominciarono a chiudersi, lentamente. Il castello voleva lasciarlo uscire, o no?
Sentì una risata di bambina, e cominciò a vedere ovunque fantasmi. Trovò porte che non erano porte e inciampò in cose invisibili di natura probabilmente spirituale, ed intuì che il castello stava giocando con lui. Gli venne un po' di nervoso.
Gli balenò nel cervello un tuono d'odio nei confronti del palazzo. Non si faceva derubare, non reagiva ai doni né donava a sua volta, e per giunta si prendeva gioco di lui. Maledetto.
Se avesse avuto tempo avrebbe volentieri santificato l'intero luogo, alla sua maniera s'intende.
Il tempo si fermò per un attimo.
Stava sognando, in un attimo si era addormentato, e una voce gli domandò
- Cosa stai facendo?
- Sto pulendo i miei sogni.
- Di cosa sono sporchi?
- Di sangue. Altrui.
- È difficile?
- Molto.
- Come stai?
- Da schifo.
- Lascia che ti racconti una storia.
- Fà pure.
- Un giorno non molto lontano da qui, senza errori grammaticali, una vecchina molto curva ma dai capelli dorati e lunghi fino a terra (tanto era curva che non è che poi fossero alla fine molto lunghi) e dagli occhi marroni, fece una scelta. Aveva una camiciola di seta di un rosa sottilissimo, che un tempo fu rossa, ma fu dal tempo logorata, tanto era vecchia. Aveva di fatto la stessa età della vecchina, circa duecentosedici anni, e le era stata cucita dalla madre, che all'epoca era la più brava sarta del paese.
Ma un giorno, quel giorno di cui sto appunto parlando, inciampò, si ruppe un dente e lacerò la camiciola. E dato che ci teneva, ma proprio tanto, anche se non era il massimo come sarta la rattoppò con una pezza rossa. A quel giorno e a quella particolarissima scelta, seguirono altri giorni e altre scelte. E mano a mano che lei perdeva denti e schegge di ossa varie, la camiciola acquistava buchi e subito dopo toppe. Variò poco i colori, che poi chiaramente a breve svanivano nei fiumi del tempo, ma alla fine si trovò con una camiciola variopinta, rossogiallarancio, che quando la indossava si sentiva Autunno. E alla fine, tanto era rattoppata, che del tessuto originale della camiciola, quel rosino bicentenario, non restò che poco o niente. Forse qualche filo qua e là, impigliato tra i fili rossogiallaranci.
- Non mi sta piacendo.
- Aspetta di ascoltare la fine.
- Va bene.
- La vecchina aveva appena finito di cucire l'ultima toppa e di perdere l'ultimo dente, che si ricordò di quando era bambina, e correva tra i ciliegi sperando che qualche delizia le cadesse tra le mani...
- Vieni al sodo.
- Va bene, va bene..! Dicevo, aveva appena finito di cucire l'ultima toppa e di perdere l'ultima scheggia di femore, quando si accorse che per lei, Autunno era un'età troppo generosa. Ormai le sue foglie le aveva perse tutte. Era ora che cadesse la neve. Bramava il freddo, i ghiaccioli, i camini e i parquet profumatissimi, di pino. Resina congelata.
Quindi prese l'abito d'autunno, lo appese a un bel chiodino di legno, sopra al camino (perché l'autunno è umido) e si mise a tessere un vestito d'Inverno. E filo dopo filo, fiocco dopo fiocco, lo finì, ma nel farlo si dimenticò del camino, e quindi morì congelata, e sua figlia trovò l'abito e la storia si ripete ma cambiando due o tre aggettivi e una stagione. Piaciuta la storia?
- Non so se mi ha convinto.
- Non deve convincere...
- Non so se mi ha ammaliato.
- Questo è già più pertinente. Mi dispiace ad ogni modo. Ma visto che fai quello acido e rompiballe, posso dirti una cosa acida pure io?
- Fa pure.
- Smettila di parlare da solo, scemo.
- Va bene.
E tacque.
Il tempo riprese a correre alla sua velocità comprensibile.
Il suo pensiero toccava picchi di profondità e abissi di superficialità con lo stesso sguardo immutato. Guarda cosa hai dentro, si diceva ogni tanto, e non ti piacerà. Petalo dopo petalo stava vagando-verso l'uscita. Ma con la stessa insensatezza ed irriconoscibilità dell'andata, il ritorno era lontano.
Lontananza. Distanza. Coprire le distanze, con una coperta sottile possibilmente.
Si trovò ad un certo punto in un corridoio che non aveva incontrato all'andata, con tre oblò di vetro che guardavano verso la sinistra, forse fuori dal palazzo. Erano cerchiati di colori diversi: rosso, bianco e oro. Guardò in quello rosso e vide la storia di sé stesso, ladro. Guardò in quello bianco e vide la storia di un altro sé stesso, dio della pioggia. Guardò in quello oro e vide sé stesso ammaccato: l'oblò in realtà era uno specchio, anche piuttosto sudicio. Considerò per un breve momento l'allegoria e poi si mise a sbirciare con un occhio nell'oblò rosso, un altro in quello bianco.
Una vecchina dai capelli d'oro chiedeva a un bambino mendicante di raccoglierle la borsa piena d'oro che le era appena caduta.
Un bambino dai capelli dritti e decisamente lerci, marroni, correva veloce per le vie di una città.
Un uomo alto ed una vecchia signora si guardavano senza vedersi, e si parlavano senza nulla dirsi.
Un sottile velo trasparente sembrava dividere ogni mondo da ogni altro, gli occhi gli si incrociarono sprofondando nell'oblò sbagliato, non capiva più niente ma sapeva che un non-ladro avrebbe dovuto piangere. Gli scesero lacrime abbondanti, ma da un occhio solo.
Un cavallo imbizzarrito che si rompe una zampa inciampando su una radice di un grosso olmo, un cavaliere frustrato che gli pianta una freccia in testa.
- Guarda, caro il mio palazzo, io sono entrato solo perché avevo freddo, e già che c'ero per l'argenteria. Poi le cose che vedo e trovo e mangio e vivo mi parlano in modi belli e sbagliati, sei un rudere, mio caro, sei enorme e deserto, pieno di sogni e stanze vuote, ma senza nessuno a sognarle perché hai paura che ci sia un qualcuno dietro a questo o quel sogno, un qualcuno dietro a questa o quella cosa, un qualcuno che distorca la naturalità del sogno, ma mio caro sei sempre tu a sognare, tu e i figli che dissemini qua e là, brandelli di te che non sanno dove cercare il loro padrone, migliaia di occhi gialli che ti guardano dall'ombra. Guarda, caro il mio palazzo, ho lavorato per sei anni in castelli antichi e più cadenti di te, ho giusto qui sei lettere di referenze, puoi fidarti di me. A parte le stanze polverose e ammuffite o piene di guardiani minacciosi, non ho ancora trovato un soffitto, sei fatto di pareti, un palazzo di sole pareti, petali verso il blu del cielo, di notte vedi le stelle ma qui fa freddo come fuori, non so che cosa fare. Ascolta, caro il mio palazzo, tu non vuoi incontrarmi e quindi mi origli mentre parlo da solo e mentre piango e mentre mi dispero scivolando lungo le superfici dei petali, sempre più sottili, per imparare qualcosa di me, da me, ma senza comprometterti, senza rischiare, senza rischiare, senza rischiare. Osserva attentamente quello che ti sto dicendo, caro il mio palazzo, io mi sono assottigliato come un ago per provare a passare nelle tue fessure, un palazzo che ha paura non può che far paura, ma io sono coraggioso e avevo un piccolo annaffiatoio d'oro, ma tu sei così grande e non ti saresti mai stretto per entrare nel mio vecchio quarzo, tientelo pure.
- Ti ho detto di smetterla di parlare da solo.
- Va bene.
Distolse gli occhi dagli oblò, provò a raddrizzarli, chinò il capo, e riprese a camminare.
Io lo so - pensò - che lascerò qui dentro qualcosa di prezioso. Lo sento, che la mia pesantezza si aggrava, che l'aria si fa più sottile e che qualcosa nel vento non mi vuole qui, ma questo castello ha qualcosa.
Forse dovrei solo sedermi qui, dove sono, e aspettare la pioggia.
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