All'inizio non c'era molto. Per la precisione, non c'era proprio nulla. Immense, sterminate, enormi distese di terreno pulito e fertile, ma nessuno a viverci. Strati e strati di sedimenti andavano depositandosi nei giorni e negli anni, ma, sempre e comunque, non c'era nessuno ad abitare quel magnifico posto.
Ma un giorno venne il fulmine. È un modo di dire: cadde un fulmine. Zaap! Un lampo di luce colossale, un immenso calore, turbini di vapore e un piccolo cratere, e poi tutto era come prima. Beh, quasi. Il fulmine aveva lasciato una traccia. La sua energia infatti era stata in grado di riorganizzare la materia, producendo quelli che in gergo potremmo chiamare gli azzifoni, che sarebbero l'unità fondamentale della vita. Nel cratere a quel punto c'era un gurguglio di azzifoni, che mulinavano nella corrente lasciata dal calore del fulmine. Gli azzifoni, urtandosi tra loro, rimescolando e gurgugliando come sciami impazziti, poco a poco cominciarono a formare gruppi più complessi. Catene di due, tre, cinque azzifoni ormai si aggiravano per la pozza, ancora inerti e privi di libero arbitrio. Mano a mano che si aggregavano, calava il numero complessivo degli azzifoni disponibili, tanto che ad un certo punto tutti quanti si erano legati con qualche altro azzifone. Ma superato il numero cinque, le catene tendevano a non legarsi più tra loro, perché a quel punto erano lunghe abbastanza da chiudersi ad anello, e inevitabilmente tutte finirono con l'anellizzarsi. Sempre gurgugliando, il trogolo di anellizzi di azzifoni continuava a prosperare inerte. Tuttavia gli urti continuavano, e di quando in quando, uno più forte degli altri costringeva due anellizzi a rompersi e a riorganizzarsi, talvolta in un maxianellizzo o, talaltra, in nuovi azzifoni atomici.
E fu così che ebbe inizio la prima guerrazza: gli azzifoni tendevano a formare anellizzi più grandi, perché era la conformazione più conveniente per certe strampalate considerazioni energetiche, dimodochè gli anellizzi più diventavano grandi più diventavano aggressivi e gurgugliavano a destra e a manca provando a rompere gli altri anellizzi.
Alcuni anellizzi, diventati tanto grandi da poter essere chiamati anellazzi, trovarono non solo il modo di spezzare gli anellizzi più piccoli, ma anche di replicarsi. Infatti, accadeva così: gli anellazzi diventati troppo grandi si spezzavano a metà e continuavano a guerrazzare con gli altri anellizzi, ma talvolta anche tra di loro. Oltretutto, la poltiglia e la sbrodaglia che gurgugliava tutto attorno tendeva ad attaccarsi agli azzifoni, come una specie di cemento, ma aderiva bene solamente quando le catene di azzifoni erano di una certa lunghezza. Tant'è che gli anellazzi più grandi ad un certo punto si ritrovavano talmente ingarbugliati in quella fangaglia che non potevano più muoversi. A quel punto si davano uno scossone, provocando un distacco della fangaglia che costituiva semplicemente un nuovo anellazzo uguale. Infatti le molecole che erano sulla superficie degli azzifoni erano abbastanza dipoliche da attrarre le molecole simili che erano ancora disciolte nella fangaglia circostante, e così facendo, senza farlo apposta, provocavano una trascrizione.
Trascrivi e ritrascrivi, guerrazza e riguerrazza, maxianellazzi sempre più grandi e così via, alla fine finì lo spazio. Alcuni degli anellazzi più grandi a quel punto si erano ingigantiti a tal punto che da soli comprendevano qualche migliaio di azzifoni. Ma non erano più anellizzati, perché un anellizzo di quella forma non ci sarebbe nemmeno stato, nella pozza. Avevano trovato invece un modo di impacchettarsi e immatassarsi come dei gomitoli, sgomitolandosi solo di quando in quando, per attaccare un altro anellazzo oppure per permettere alla brodaglia circostante di attaccarsi meglio. Ma una cosa era fuor di dubbio: gli anellazzi più grandi avevano la meglio. Ad ogni modo, la pozza era ormai piena. I maxianellazzi più grandi vennero perfino spinti gradualmente fuori. E, con loro gran sorpresa, il terreno fuori non era certamente meno ospitale che quello dentro, anzi aveva tutto un insieme di nuove molecole e particelle e schifezzelle e insomma brodini e brodaglie e sabbiette e barbillacchere che permettevano nuove straordinarie combinazioni e aggruppamenti. Dimodochè gli anellazzi più grandi cominciarono a produrre strutture più complesse e mano a mano riuscivano a spostarsi e riprodursi meglio e colonizzare il terreno fertile e tutto quanto esplose e c'erano azzifoni ovunque che ormai non erano più azzifoni ma forme di vita già complesse e talvolta diversificate e insomma accadde tutto in un lampo.
Letteralmente.
Tempo tre giorni e l'intero spazio disponibile era stato colonizzato, con la densità abitativa appena sufficiente a garantire la dignitosa sopravvivenza di ogni zifone, che sarebbero gli azzifoni procarioti. In pratica, ormai gli zifoni erano cresciuti. Avevano la loro bella parete cellulare, composta dagli anelli di azzifoni iniziali riuniti l'uno sopra l'altro e poi un po' stirazzati verso l'alto; avevano dei peduncoli, degli pseudopodi, degli schifezzilli tentacoliformi che spuntavano da ovunque e avvicinavano il cibo, allontanavano i cattivi e grattavano i punti scomodi. I primi zifoni ad un certo punto cominciarono a possedere del tirello, che, nato come filo per ricucire gli strappi nelle pareti, sarebbe diventato portatore dell'informazione genetica degli zifoni. Infatti, ormai i singoli zifoni possedevano un complesso corredo di geni e altre schifezzine meno gustose che lasciavano in dono ai loro figli, prima di cacciarli a peduncolate. La maggior parte di loro si riproduceva per gemmazione o per scissione, ma alcuni davano i primi confusionari segni di accoppiamento. Una delle strategie più fantasiose consisteva nell'arrampicarsi sullo zifone oggetto di desiderio e lasciarvisi sprofondare dentro, convincendo l'altrui parete cellulare a fondersi con la propria. Se l'altro zifone si fidava, la cosa poteva andare a buon fine. Una volta che c'era un'unico zifone, tutta la broda che avevano dentro gurgugliava un pochino, e poi l'intero complesso esplodeva, spargendo tutto intorno pezzi più o meno grandi di zifone, che si richiudevano subito a pallina dando luogo agli zifoncini.
Non tutti i posti erano uguali, ovviamente. C'erano luoghi più fertili e meno fertili, ma nessuno aveva da lamentarsi tanto. E oltretutto ci sarebbero volute ancora molte generazioni per arrivare ai sindacati, quindi nessuno ci badava comunque, all'epoca. C'era una zona ad esempio dove ogni notte il suolo si riscaldava e si riempiva di affarini molto nutrienti, che tribù altamente specializzate di zifoni cominciò a sfruttare intensivamente. E le risorse sembravano inesauribili: ogni notte, tutto tornava ricco come lo era la precedente, con oscillazioni di minore importanza. Il sole forniva calore ai più freddolosi e l'ombra offriva riparo ai più delicati, insomma, un paradiso. Comparvero inoltre i primi organismi fotosintetici: alcuni zifoni produssero dapprima per errore, poi per gioco e infine per motivi evolutivi una specie di cremina verde che si spalmavano con i peduncoli sulla parete cellulare per assorbire meglio il sole e per non ustionarsi la parete stessa. Poi scoprirono che le reazioni in prossimità della parete avvenivano molto meglio che sul lato in ombra, quindi spostarono su quel lato tutti i loro organelli e le altre guazze che gurgugliavano nella loro broda interiore, lasciando che si rosolassero per bene alla loro nuova fonte energetica. In cambio del sole ricevuto, ogni tanto tiravano dei sonori e fetenti peti all'ossigeno, che lasciavano di stucco gli zifoni non fotosintetici, e talvolta uccidevano perfino degli zifoni molesti.
Ovvero come una descrizione di una riservatezza sfocia inevitabilmente nel macabro.
Era una persona molto riservata. Talmente riservata che non solo chiudeva regolarmente la porta della sua camera, ma lo faceva anche di nascosto. Nell'oscurità del suo stanzino si consumavano i più segreti turpiloqui dell'umana decenza, borbottati ad alta voce dall'interezza del suo arredamento emotivo.
Un'intero armamentario di abitudini, gesti, spontanei ed autonomi modi di fare e di non fare, costituivano soli o a mazzetti un ottimo campione del borderline della decenza umana. Tanto per cominciare, dava fiato a certe trombe che ad un certo punto sia lui che i suoi vicini cominciarono a dar loro i nomi come gli uragani. Fu approntata una lunga lista di nomi, da cui di volta in volta si depennavano quelli non più utilizzabili perché divenuti ormai troppo famosi.
"Ti ricordi di quando è arrivato Joanna..?"
"Non me ne parlare... E Katrina? te lo ricordi Katrina?"
"Come dimenticare..."
Ascoltava musica inascoltabile, beveva un'acqua all'altrui gola imbevibile, mangiava cibo indigesto e forse in effetti a ciò era dovuta la precaria tumultuosità del suo equilibrio gastrico. Aveva trovato un perfetto equilibrio di sostenibilità e simbiosi con la fauna spontanea. La sua camera, infatti, era un ecosistema folto e ben sviluppato, che nel lontano 1974 era stato colto da un fulmine, e a partire da ciò e dal brodino che stagnava sul pavimento, si erano formati i primi amminoacidi. Quelli poi si erano shakerati e ricombinati e spezzati e ricostruiti tra loro, finché per puro disagio stocastico non si era venuto a formare un piccolo organismo, che Goyma aveva chiamato "Darwin". Era stato il primo di una lunga serie, e ormai si erano viste trascorrere ventunmilaseicentoottantanove generazioni di esserini via via più specializzati ed evoluti. Alcuni si occupavano di pulire il bagno, altri il pavimento, alcuni perfino infestavano ciò che di non biologico c'era ancora nel materasso e nelle coperte, e nottetempo pulivano pazientemente ogni millimetro quadrato del loro solo e unico ospite eucariote. Lo scambio di materia tuttavia non si fermava lì: ogni pelo, squama di pelle o unghia che mai fosse caduta al giovanotto, era stata decomposta, studiata e pazientemente digerita dalle creaturine della stanza. E queste non si limitavano a pulire e mangiare e moltiplicarsi, ma imparavano perfino, ad una velocità davvero sorprendente. Nel giro di due anni avevano capito che le unghie erano buone, ma che arrivavano più o meno una volta ogni due settimane. In tre, capirono che i capelli erano utilissime proteine e che era uno spreco mangiarle: era meglio usarle così com'erano. E fu l'inizio di una grande rivoluzione industriale che si svolse tra il 1979 e il 1982, portando non solo ai primi edifici, alle prime manifatture tessili, ai primi negozi di abbigliamento e all'apertura di alcune gelaterie, ma perfino ai primi sindacati procarioti. Ad un certo punto ci fu il primo sciopero, che si protrasse per ben due giorni e mezzo, allo scadere del quale gli esserini si resero conto che 1) avevano fame, e quindi era inutile smettere di mangiare 2) il loro padrone continuava a perdere peli e squame e per giunta puzzava sempre di più 3) quest'ultimo punto non sembrava turbare minimamente il padrone stesso, mentre finì per turbare rapidamente loro: i livelli di radioattività superarono rapidamente la soglia del sano, solamente per poi infrangere alla velocità del lampo il limite del mutageno. Assieme al mutageno, venne anche il macabro, giacché numerose generazioni di bestiole verdi, rosse, gialle, con tre paia di antenne, con sedici paia di antenne, senza antenne e così via, si sostituirono le une alle altre invadendo e disboscando e maciullando e divorando il divorabile e perfino oltre, cominciando ad intaccare anche le piastrelle, e senza risparmiare nemmeno il vetro della bottiglia col contagocce che Goyma usava per raccogliere il piscio, distribuendolo poi omogeneamente e con parsimonia a tutte le sue creature.
lunedì 27 maggio 2013
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