domenica 9 giugno 2013

Una Volta

C'era qualcosa.
Nella fattispecie, c'era una volta.
Non due, non tre, non sedici: una volta soltanto. E non una volta qualsiasi, a botte, a crociera: c'era una volta, semplicemente, in senso temporale.
Fatte queste premesse, possiamo dire che cosa c'era, quella volta, oltre ovviamente alla volta stessa. C'erano, in effetti, moltissime altre cose più o meno dotate di altre cose e sottocose, che a loro volta possedevano molte altre sottosottocose. La prima cosa di cui parleremo era un albero, un enorme quercio sessuato e maschio, di oltre venticinque metri, che aveva una piccola disfunzione riproduttiva tale che le sue ghiande non si staccavano mai dai rami: semplicemente, stavano lì. Quindi i suoi rami, col passare degli anni, s'imbozzolivano e s'ingrappolavano di palline di ghiande, tanto ben radicate che ci s'impregnava la pioggia e il vento ci lasciava la polvere e la sabbia, e talvolta i figli germogliavano lì, in volo. Quando poi i figli erano abbastanza grandi e le loro radici avevano distrutto il groppolone di partenza, complice anche il loro peso, il groppolone si staccava e cinquantadue chili di quercino si smatrangavano al suolo con gran polverone. Lenta ma inesorabile, dove prima c'era, oltre alla volta e all'albero, una pianura, si formò una foresta ereditariamente disfunzionale. Fu chiamata Querciacadente, forse in riferimento alla disfunzione, forse al fatto che era circolare, e al suo centro sorgeva un colossale quercione centenario dai rami alti ma molto curvi, che continuava imperterrito a sfornare pargoli da settanta chili, i più pericolosi della foresta.
Ma, tornando al tempo in cui c'era quella volta di cui stavamo parlando, sotto all'albero c'era una casa, che poi sarebbe stata mangiata e digerita dalla foresta. Il legno delle sue pareti sarebbe stato distrutto, tritato e sminuzzato per farne nuovo legno, forse più robusto, forse meno. Forse accadde per puro spirito competitivo: la casa era di pino.
Ci abitavano due vecchi, quasi certamente fratelli, più difficilmente amici, ultimi residui di una vecchia dinastia di contadini nomadi. Il contadinaggio nomade era un fenomeno particolare e aveva le sue regole, talvolta rigide. La tribù o mandria di persone che si stabiliva in un posto, lo coltivava come fosse casa sua per metà anno. Poi, nel bel mezzo della fioritura, poco prima del raccolto, tirava su tutto e spinta da una folle frenesia traslogica (cioè quando si vuole traslocare ma senza troppo tirare in ballo la razionalità) si trasferiva in un altro posto il più lontano possibile. Per marcare il posto in cui aveva coltivato, nonché per invogliare il traslogico altrui, aveva lasciato una ventina di giovincelle in età da marito legate a dei robusti pali al centro dei campi coltivati, abbastanza in alto da sfuggire ai lupi e abbastanza in basso affinché, qualora si fosse presentato l'uomo giusto, loro avrebbero potuto baciarlo, se invece fosse stato quello sbagliato, calci nei marroni.
Chiaramente le altre tribù o mandrie facevano lo stesso, quindi ogni volta che ci si trasferiva in un posto nuovo si trovava una ventina di giovincelle e una bella fila di campi riccamente coltivati, in buon ordine.
Tutto ciò sembrava funzionare. Senonché.

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