sabato 24 agosto 2013

Il Sarto

Ayech si mise in bocca una polpetta. La masticò brevemente, col grugno tipico di chi sta cercando di capire qualcosa di qualcos'altro, dopodiché la sputò, imprecando. Non gli piacevano più le polpette.
Eppure fino a poco tempo prima le polpette, in qualunque salsa, unguento o sugo fossero annegate, erano tra i suoi piatti preferiti.
Ripensandoci non era poi così strano che gli facessero una qualche strana impressione inconscia, dato che appena contemporaneamente a questo repentino cambio di gusti Udeia, una sua cara amica, gli era morta davanti proprio per colpa di una polpetta.
Non che ci fosse da stupirsi, per carità, dal momento che l'aveva uccisa lui.
Tramite una polpetta, certo, ma non rendersi conto della differenza sarebbe come incolpare il sasso, per non dire la tempia, anziché la fionda.
Le cose non erano avvenute proprio come si diceva in giro. (In giro dove? Non c'erano molte persone con cui sparlare, o molte persone di cui sparlare...) In realtà nemmeno Ayech era sicuro di cosa fosse successo, o tantomeno del perché. Una cosa era certa: era stato lui a polpettarla a morte, e non lei a polpettarsi a morte o la polpetta a polpettare lei. Omicidio. Puro, senza fronzoli. Senza incertezze, senza quelle pippone da telegiornale in cui chissà chi è stato, qual'è l'arma, quando, come, dove, cosa e perché.
Anche se, a dirla tutta, il perché era l'unica cosa, forse, interessante.
Beh, non che ci voglia per forza una ragione per ammazzare qualcuno, sia chiaro. Però diciamo, a volte aiuta.
Altre volte, distoglie. Ma non è questo il punto.
Il perché era fin troppo semplice. Ma non era sua intenzione ricordarselo, in quel momento. Pulendosi i denti dagli ultimi residui della sorella gemella dell'arma del delitto, Ayech passò alla frutta.
Scelse un pinolo.
Ma, imprecando come un raviolo, fu costretto a sputare anche quello. Almeno una volta la settimana ci provava, a mangiare pinoli, ma regolarmente gli tornava in mente l'episodio accaduto due anni prima, in cui suo fratello, Urbich, era stato fatto a pezzi da un serial killer che si firmava per l'appunto Il Pinolo, e che uccideva, a sentire gli psicologi, traslando nell'atto della pinolazione tutta la sua libido inespressa. E a voler ascoltare i maligni, dal suo nomignolo traspariva benissimo non solo l'arma del delitto, ma anche la ragione per cui la sua libido era inespressa.
Fatto sta che il povero Urbich, che all'epoca aveva solamente trentotto anni, era stato pinolato a morte. Dritto al cuore, avevano detto.
Mentre puliva i dettagli del fratello dal tappeto del soggiorno dove sua sorella, scampata per un soffio, piangeva come la Madonna di Civitavecchia alias non piangeva affatto, giacché il fratello stava un po' sul culo a tutti, Ayech si era detto, semplicemente: che modo insulso per morire.
Aveva trascorso i due mesi successivi a chiedersi conto di quella affermazione, appena sussurrata alla sua coscienza come da qualcosa di esteriore, di oscuro. Si era domandato se esisteva un modo insulso per morire, se la morte di per sé non fosse qualcosa che rende rilevante ogni sua modalità, o se invece ogni modalità fosse insensata, proprio perché annichilita dal significato profondo dell'atto ultimo che andava a coprire.
Ormai aveva concluso che era invece la morte ad essere insulsa, ed era il modo del morire ad avere il potere di rivestire un corpo informe di un abito bello oppure di un mucchio di stracci.
Il passo successivo del suo pensiero era stato: io mi chiamerò Ayech, che significa Il Sarto.

Il giorno dopo, il suo nuovo nome era già su tutte le prime pagine.

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