Di poche cose J. era certo; una di quelle, era che i dati di fatto fossero diversi dalle questioni di principio. E ciò cui stava pensando senz'altro non era una questione di principio.
Non c'era un modo facile per parlarne. Per J. ovviamente era tutto spontaneo, frutto della sua natura come il pesco fa la pesca, e non avrebbe mai e poi mai avuto difficoltà ad esprimere una verità che si esprime da sé. Ma sfortunatamente, così pareva, certe cose non erano tanto difficili da dire quanto da ascoltare, e così, quando ci si trovava a dover anteporre la serenità altrui alla propria, far comprendere le cose agli altri senza far loro pagare il prezzo delle proprie peculiarità diventava un gioco d'astuzia.
"Vedete, per me è solo un dato di fatto."
Di poche cose J. era certo; e nell'elenco di quelle non figurava la voce 'come scomodare la delicatezza per non dire la cruda verità, senza nel far ciò mentire'.
"Cercherò di essere sincero con voi."
J. credeva che il modo migliore per avvicinarsi a capire qualcosa di distante fosse tramite le immagini. Tanto più lontano era il pianeta cui si voleva portare il proprio interlocutore, tanto più complesse dovevano diventare le metafore, e tanti più balzi intermedi erano necessari perché alla fine l'altro potesse mettere piede nel nuovo posto. Ma anche le immagini più raffinate e cautamente costruite avevano dettagli, talora impercettibili, che si sgretolavano veloci sotto i piedi del viandante incauto. Quindi J. prese il suo tempo per costruire le sue immagini.
"Immaginate un fiore. Un fiore è bello perché è pulito. Senza imperfezioni, senza la dura corteccia degli alberi. I fiori profumano, i fiori sono colorati, nascono crepano e sono calpestati, non fanno nulla di male, ma noi siamo ben felici di vederne uno o anche cento. La delicatezza è tutto, noi abbiamo potere sui fiori e loro sono nelle nostre mani, possiamo farli crescere o ucciderli, possiamo sradicarli, farne insalatine o raccoglierne i semi per la nuova primavera."
No. J. si stava ingarbugliando. L'esempio faceva schifo. La metafora faceva acqua da tutti i lati e si stava già sgretolando sotto le pedate impazienti dei quattro pellegrini che arrancavano dietro di lui.
"No, aspettate. Ricominciamo da capo."
Quelle persone erano terrestri. Terrestri, del pianeta Terra, quello vero. Quello fatto di terra sassi e carne. Il terzo pianeta del sistema solare. E lui doveva portarli dritti dritti nella nube di Magellano, per così dire.
E, pensiero dopo pensiero, si avvicinava a capire che già la luna sarebbe stato sperare troppo.
"Cosa c'è di strano? È così che vanno i dati di fatto... Per i cazzi loro, sempre."
Ancora no. J. stava perdendo il controllo. Doveva pensare meglio. E in fretta.
L. non giunse il suo aiuto, nemmeno quando vide che stava sempre più brancolando, nell'insistente buio della lampada.
"Tranquilla, tu non puoi farci niente. Tu sei solo un fiore - non ti ho disegnata per supplire alle carenze delle mie metafore."
La mia piccola L. ... Inerme. Nessuno attende giustificazioni dalle vittime. Giustamente o no.
La cosa più fastidiosa era invece che tutti si attendessero di riconoscere, in ogni situazione, almeno un colpevole.
E J. si sentiva innocente, fottutamente innocente. Nel senso di persona che non nuoce. Aveva portato solamente bene al mondo. E ora la luna era così vicina. Bastava dirlo.
Ma dirlo non sarebbe bastato.
Quindi si alzò, e se ne andò. Perché chi non vuole seguire è libero di non farlo, e non tutti sono interessati a sapere quel che c'è nella nube di Magellano.
domenica 29 settembre 2013
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