venerdì 11 ottobre 2013

A.d.j.

A.d.j. :: Ora comincio a pensare. Ora comincio a parlare. Ora, che il peggio è passato, e che il passato è peggio, ma non per questo le mie parole suonano più chiare. È una grande storia di malattie e sintomi, di come si ricostruisce una vita a partire dagli indizi che si hanno di essa, la storia che mi appresto a raccontare. È la storia di una mosaicista. E la mosaicista, sarei io. Lavoro in proprio da sei anni. E da sei anni vivo in questa casa, con te. Adoro il suono della mia mano quando si immerge nel sacchetto delle tessere. Milioni di sfumature di colori, milioni di sacchetti da cui scegliere. Colore affianca colore, e quel che conta non tanto la singola tessera quanto l'insieme. Se visto da lontano, il mosaico non lascia trasparire che i colori delle sue tessere. Se visto da troppo vicino, lascia invece trapelare le infinite imperfezioni che piagano i dettagli delle opere eccessivamente grandiose. Appoggiare le tessere una in fila all'altra, sopra uno strato di cera calda come si faceva un tempo. La maggior parte degli acquirenti bada più alla fedeltà ad una certa opera, che non alla perfezione. I pavimenti alla Gaudì devono essere alla Gaudì, non devono essere una perfetta armonia di dettagli. Ma in un modo o nell'altro, trovavo sempre il modo per non annoiarmi troppo, rifinendo i dettagli di quegli infiniti pavimenti. Sono una donna paziente.
Ci siamo conosciuti una mattina, in un bar in quella via con le case di legno. Io stavo prendendo un caffè, prima di andare in laboratorio. Tu sei arrivato con una piccola rosa antica in mano, avevi la faccia triste e me l'hai tesa. Io l'ho presa. Ho usato il suo gambo per mescolare il caffè, e tu hai riso.
Quella rosa te l'aveva regalata tua figlia quella mattina. Nata da sedici anni, in carrozzina da tredici. Senz'altro le sarebbe piaciuto poter coltivare le rose, ma non ne sarebbe stata capace. Per questo ogni mattina la madre le portava un mazzo di rose, che lei poi si divertiva a regalare alle persone che vedeva nel corso del giorno. E a te quel giorno era toccata una piccola rosa antica, a metà tra il panna e il giallo. Eravamo usciti dal bar, e tu mi avevi accompagnato fin quasi al laboratorio. Avevi un cappello grigio chiaro, sbiadito sugli orli, e una grande giacca nera, un po' sformata.
Venivi a prendermi a lavoro, e così cominciai anch'io ad accompagnare te al tuo, quando avevo tempo. Piano piano imparammo cosa ci piaceva e cosa non ci piaceva, e ci sistemammo vicini, come... delle tessere. Scoprii che ti piaceva essere toccato dietro le orecchie, tra i capelli, con le punte delle unghie o con le dita bagnate. Che ti passavi ogni mattina un pettine umido sulla frangia, ma che non ti andava che qualcuno lo facesse per te. Che odiavi il caffè, ma che ti piaceva prepararlo. Che amavi il tuo lavoro, e ogni persona che lo amava a sua volta. Che ti infastidiva la pioggia, ma più di tutto il vento, e che nelle giornate di sole ti piaceva sdraiarti nei prati, ma sempre all'ombra.
E così ti passavo le dita leggere dietro le orecchie, amai il tuo lavoro e mi sdraiai all'ombra accanto a te. Ti innamorasti di me. Mi guardavi camminare sul marciapiede, pochi passi davanti a te. E ti mettevi a ridere quando mi voltavo, dicendoti di smetterla di pedinarmi. Mi guardavi uscire dal laboratorio, profumata di cera e coperta di polvere di pietra dalle più assurde sfumature. Mi dicevi sembri un Gaudì. E ti mettevi a ridere se ti rispondevo in rima. Eravamo dei colori che si abbinavano bene, per così dire.
Ogni tanto, quando si sta componendo un mosaico, capita una cosa strana. Una tessera, una su un milione, rifiuta di restare attaccata. Tu la spingi nel suo posto, e lei salta fuori dopo due minuti. Se sia colpa della sottile patina di condensa che si forma sul fondo delle tessere quando le maneggi con le dita sudate, o se sia invece la cera troppo fredda o troppo calda, o la stanchezza del pomeriggio, io non so. Ma quando capita, invece di insistere su quella pietra o quella tessera che proprio non vuole saperne, anche se era proprio della forma e della dimensione giusta, la scarto e ne prendo un'altra. Non starà mai bene come la prima, magari sformerà leggermente la linea che era stata progettata a comporre, ma così vanno le cose. Ho tenuto tutte quelle tessere, e piano piano sto facendo un mosaico, per me, in casa mia. In casa nostra.
Tu mi guardavi mentre tornavo dal laboratorio con una nuova pietruzza, e la incastravo tra le altre. Tra loro, sembravano improvvisamente trovarsi bene, e nessuna più saltava fuori. Un giorno mi portasti una piccola tessera rossa che avevi trovato per strada, e mi chiedesti di attaccarla nel mio mosaico, tra le altre. Ma io ti risposi che no, non sarebbe stata bene tra le altre. Tu capisti.
L'attaccai tra i capelli di una vecchia dama in un mosaico che dovetti ristrutturare in città. Chissà se qualcuno se n'è accorto mai. Ho imparato che ti piace ascoltarmi, anche se parlo a lungo, e che il suono della mia voce non ti sembra annoiare mai. Quindi perdonami, se la mia storia dura tanto.
A volte mi dicevi che carezzare era la migliore carezza, e che allo stesso modo pulire ti pulisce, e riparare ti aggiusta. Ma le cose non sempre funzionano così. Certi giochi non divertono, e certi giocattoli si rompono.

Nessun commento: