martedì 29 ottobre 2013

Aspettare La Pioggia - Conclusione

Ormai erano passati mesi, forse anni. Ormai molto tempo prima Talco aveva trovato un fucile a pompa e fatto a pezzi l'ultimo strato di petali del Palazzo dei Gigli, riuscendo finalmente a uscire. "Fanculo la pioggia", aveva pensato. Io voglio il mare. E così, era andato, a piedi, dove la pioggia alla fine va per conto suo e per vie traverse.
Il castello alla fine si era rivelato per ciò che era, un giardino recintato. E a Talco, i recinti, stavano decisamente in punta. Credeva di aver tenuto qualcosa dentro di sé, di quel palazzo, e quel qualcosa era la consapevolezza di aver capito qualcosa, e di aver pagato un caro prezzo per questa conoscenza. Aveva capito che era inutile giocare a gatto e topo con le immagini e col fumo, che era inutile cercare nel centro dei petali domande e risposte che i fiori non conoscono, perché i fiori sono fiori, e la bellezza è forma, ma non ogni forma è piena.
E Talco aveva bisogno di pienezza, perché il suo grigio era pieno di vuoti, e la sua stanchezza era piena di silenzi.
Cavalcò a lungo, verso la luna, e fino alla luna, con un cavallo alato di nome Giorgio. E con Giorgio da qualche tempo viveva felice e contento, seduto sul lato luminoso della luna, a guardare cantando il mare della tranquillità, scosso silenzioso dal vento solare.

E dalla luna, lì seduto, duettava con Giorgio canzoni tristi, ma piene. E per la prima volta da lungo tempo, era felice. La stanchezza era diventata riposo, la frustrazione, fiducia, la rabbia, passione.

Ogni tanto qualche petalo spuntava ancora qua e là, nei suoi sogni, ma aveva ancora il suo fucile a pompa, e fare il tiro a segno lo divertiva.
Ma l'unico modo per parlare con le immagini era per immagini, si disse, e quindi tanto valeva prendere un pezzetto di luna, e disegnare con quello su uno dei petali qualche parola che potesse raggiungere il misterioso e sfuggente proprietario del palazzo. Quindi incise queste parole, e quelle che seguono.

Mio caro proprietario del palazzo, io cercavo la pace, tu mi hai costretto alla guerra. Io cercavo l'amicizia, la fiducia, la fratellanza, la mano nella mano verso un obiettivo comune, ma per chi non crede nella terra, nell'humus, nella chimica dell'amore e del suono, non c'è comunione, né schiavitù o liberazione. Sono fuggito su un altro mondo perché se quello è il tuo mondo, allora di certo non è il mio. Siamo alieni, l'uno all'altro, siamo alieni e non c'è conciliazione. Siamo fatti di materia diversa, io di terra, terriccio, humus, lombrichi, merda e sassolini, sono una pizza di fango e non c'è verso che fiori immaginari crescano nella merda perché loro sono in un'altra dimensione. Io vivo in tre dimensioni, tu vivi in fiori dimensioni, è un'altra unità di misura, un'altra scala, un'altro edificio di concetti e parole, e non c'è comunicazione. E se mi mandi petali, riceverai merda, e i petali mi offendono e la merda non ti offende, perché il tuo mondo è distante e la merda è più fragile dei fiori.
Quindi, mio caro proprietario del palazzo, puoi tenerti i tuoi petali per te, perché a me non sono niente, meno che bersagli per il tiro a segno, o parte di un panorama celestiale cui non aggiungono nulla, meno che un fastidioso sottofondo, un'eco di un ricordo che fa soltanto male.
Quindi, mio caro proprietario del palazzo, o cambi solfa e metti le mani dentro una bella pila fumante di merda, nel qual caso forse potrei avere qualche interesse a coltivare quel minimo di fratellanza possibile, oppure ti tieni i tuoi petali sul tuo bel pianetino azzurro, e mi lasci qui con la mia sabbia, il mio cavallo alato e il mio vento solare.

Con una manciatina di affetto e una di merda,
Talco il Grigio.

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