martedì 12 novembre 2013

Pensieri raccolti - la violenza e il simbolo

- Violenza simbolica. C'è violenza senza simboli? No. L'uomo è un animale simbolico. C'è simbolo senza violenza?

- Dov'è la linea tra l'arbitrio dei gusti dei molti, e l'arbitrio dei gusti dei pochi? (o delle passioni, preferenze, bisogni, necessità, vezzi)

- Diremmo che una persona cui non piace il bianco è discriminata? Eppure molti edifici sono bianchi, molti luoghi pubblici lo sono.

- Diremmo che una persona cui non piace la gente è discriminata? No? Gli è data la possibilità di vivere senza contatto alcuno col mondo esterno?

- Diremmo che una persona che vuole morire è discriminata? E nessuno però si permette di negare la vita a chi la vuole.

-  Diremmo che una persona che odia profondamente le onde elettromagnetiche è discriminata? Beh, certo lo è, o lo sarebbe. Ci provi, a cercare un posto sulla terra dove Radio Maria non prende! (E ahimè, ce n'è di persone del genere...)

- E che dire, allora, di una persona che odia i negri?

- Non è la quantità di arbitrio del gusto a farne un diritto, ammesso che lo sia. E cos'è allora? L'approvazione sociale? E chi dice che non sia quello il simbolo più violento?

- Però i sordi sono discriminati. Così come i ciechi, i disabili, gli anarchici e tutte quelle minoranze, purché composte da almeno una persona e mezza, che hanno qualcosa da lamentare e si autoproclamano (a torto o a ragione) "minoranze discriminate". Cosa, se qualcosa, fa del loro bisogno un diritto più avente diritto del capriccio?

- Il diritto di nascita? "Sei nato sfigato, hai diritto a vivere, quindi noi ti aiuteremo." Però questo ragionamento vale per il sordomuto così come per colui che, nobile o ignobile, conscia o inconscia la ragione, odia chiunque abbia i capelli biondi.

- Non si possono rasare tutti i biondi del mondo per il capriccio di uno. (E se fossero cento, mille? due milioni di capricciosi?) Si possono appianare tutti i marciapiedi della terra perché le carrozzine ci possano andare?  Si devono far tacere coloro che parlano in linguaggio sessista, vale a dire dicendo "lui" invece che "l*i"?

- "Non è colpa loro"? Beh, ma non è colpa mia, se non mi piace il piccante. O almeno, non di colpa si tratta. E che dire, se qualcuno ha dei gusti veramente strani (intolleranti) non per colpa sua, come nel caso in cui qualcuno viene educato in una situazione tale da non lasciare scampo. Una città dove tutti vengono educati ad odiare i biondi (o gli ebrei, perché no).

- Il punto è nella tolleranza? Si può dire però che i sordi non tollerano coloro che discriminano i sordi, e così per ogni categoria di oppressi.

- La tolleranza dell'altro, in quanto avente pari diritti (ma: giammai pari doveri!) è una conseguenza auspicabile, non una premessa accettabile.

- Se vi è un continuum tra il capriccio e il diritto, allora cari miei, c'è un problema.

- Se il ragionamento è: tu non hai diritto a fare così e così perché mi offende, allora il rischio è: io ho diritto a sentirmi offeso da qualunque così e così. Se si accetta quest'ultima frase, allora tutto l'edificio cede al paradosso.

- Si ha divieto di offendere, ma libertà di sentirsi offesi. E se prendiamo sette miliardi di persone (o cinque persone, o solo due), ciascuno con qualche libertà e tutti con ogni divieto, abbiamo sette miliardi elevato al numero delle libertà di paradossi.

- Conclusione momentanea: così come ci vogliono ottime ragioni per dubitare così come per credere (realismo), così ci devono volere buone ragioni per rivendicare, così come ci vogliono ottime ragioni per offendere. Perché, ebbene sì, si deve poter offendere. Perché non tutte le ragioni sono buone. E se ciascuno ha diritti illimitati, e ogni ragione è buona, allora io ho diritto a sentirmi offeso dagli ebrei e dai negri e dai froci e dai down, e nessuno ha il diritto di proibirmi di esprimere questo mio sentimento. La mia tesi è, che questo sentimento è illegittimo, e passibile di sanzione. Quindi: non ogni diritto è razionale, e qualche offesa lo è. Almeno, se l'obiettivo sono la coerenza e la pacifica convivenza.

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