domenica 12 maggio 2013

Onemon

Onemon aveva, oltre che un peculiare grappolo di fobie, manie e schizzaggini, un connaturato fiuto per il disagio psichico. Guardava una persona, e dopo pochi secondi era in grado di stimare con accettabile margine di errore la quantità di psicoterapia richiesta se non alla cura, perlomeno alla diagnosi.
La congerie dei disagi suoi propri, invece, era senz'altro una matassa tanto contorta e lanosa che, alla bisogna, si poteva trarne filo da torcere sufficiente a fabbricare una robusta camicia di forza. Fidanzato dall'eternità con una poveretta che non amava e da cui riceveva sporadico affetto, qualche pranzo e occasionalmente soddisfazione di alcuni sensi, non accennava a voler ordinare la sua vita in un modo sensato. Si iscriveva al tale corso, andava nel tal posto, poi tornava insoddisfatto solo per andare altrove a non fare niente. Accennava ad un incontro con un qualche incerto amico, si presentava in anticipo di un'ora e poi scappava via prima che l'amico arrivasse. Abbandonava le feste senza salutare nessuno, perché si vergognava a dire al mondo che si stava annoiando più di quanto non si vergognasse ad andarsene senza salutare quelle due persone che si sarebbero accorte della sua improvvisa mancanza, che poi erano anche le uniche che avrebbero capito.
La cosa che non era mai andata giù alla sua fidanzata erano i traslochi continui cui Onemon la sottoponeva. Ogni tanto riceveva delle misteriose lettere, e-mail o talvolta perfino oscuri personaggi in giacca e cravatta, che lo informavano che doveva trasferirsi da qualche parte, generalmente non troppo lontano ma quanto bastava a dover cambiare vita e amicizie.
I primi traslochi erano stati meno motivati e più spontanei, della serie che una sera decideva che era da fare e dal giorno dopo in poi cominciava a trifolare l'altrui tolleranza affinché il destino che già era scritto ricevesse la pagina che gli spettava. Entro due mesi, tendenzialmente otteneva ciò che voleva. Ma la stessa situazione tornava, tale quale, dopo quattro o cinque anni. La tolleranza della sventurata sua compagna andava diminuendo, ma vuoi per inerzia, vuoi per quel briciolo di passione che sopravviveva sotto la stanchezza e la solitudine, continuava ad assecondarlo non senza opporre comunque, una crescente e talvolta fiera resistenza. Si giunse al punto che Onemon doveva cominciare la sua paziente opera di trifolamento con un anno di anticipo, per far sì che il destino, quando sarebbe arrivato, trovasse la sua pagina lì pronta per essere scritta. Per sveltire le pratiche e arrotondare il fastidio della donna, Onemon inventò man mano una complicata rete di intrighi immaginari che cospiravano a favore del suo trasloco. Al disperato inseguimento di posti di lavoro che si smaterializzavano appena raggiunti, riuscì a trascinare avanti la pagliacciata per una consistente serie di traslochi e spostamenti. La poverella non sapeva più che cosa fare. Dunque, solitamente, non faceva nulla.
Onemon giunse al punto di pagare dei conoscenti per presentarsi vestiti da manager e inscenare improvvisati colloqui nel salotto della casa di turno, tuttavia questa tattica non funzionò a lungo, per via del fatto che i conoscenti erano molto pochi.
Trascinando disagi e sofferenze in lungo e in largo per case sempre vecchie, Onemon sopravviveva.

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